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Retorica e dintorni

“Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero” (Giacomo Leopardi)

Sarebbe buona cosa se il bisturi risanatore rimanesse in mani competenti.Invece “la vile prudenza” lascia scivolare via una buona occasione per mettere mano al “Problema”, aprendo la  strada che prima o poi condurrà l’affilata lama nelle mani di qualche “politico” di turno.

Nel frattempo ci si perde in inutili scaramucce, in patetici sgarri e difese di privilegi contrari ad ogni morale naturale.
Sono pensieri che nascono mentre leggo la guida “Trapezio & dintorni”.
Nell’introduzione l’autore, Eugenio Cipriani, tocca – con innegabile sagacia e verve – tanti punti scottanti, senza mai dare l’impressione di avere il coraggio di affondare la lama nella realtà della situazione.
L’autore sembra frenato da una forma di narcisismo che – di fatto – gli impedisce di arrivare alle logiche conclusioni.
Bellissima l’immagine iniziale, -“difensore della cittadella assediata”-, accorte e opportune le citazioni letterarie.
Interessante, ma viziato da errore logico, tutto il discorso sul rispetto, cosi come quello sui diversi metri di valutazione, lasciati privi di uno strumento di conversione.
Qualcosa sfugge sempre in una direzione che sembra più tesa agli applausi del pubblico pagante che non alla vera utilità di una guida, che è e deve rimanere un testo tecnico.
Anche la poetica” excusatio non petita” iniziale, profuma di “accusatio manifesta”.
Senza scendere troppo nel tedio del dettaglio, mi pare che l’analisi sia sempre superficiale, sia quando si parla di rispetto, di proprietà o di comunicazione.
Che rispetto c’è nell’esaurire tutta una parete, senza lasciare un qualcosa che valga qualitativamente- e forse anche quantitativamente – lo spazio occupato?
Inserendo poi la guida in un contesto più generale, considerandola come effetto di un assedio, c’è da rimanere stupiti che tanta risposta sia dovuta all’attacco di un esercito di “altruisti” dalla manica corta, tanto tesi all’applauso quanto alla mistificazione social.
E’ tutto lì da vedere, nelle foto postate e nei commenti di elogio a questi novelli benefattori, devoti ai “lavori sociali”, che tra piastrine con anello artigianale e moschettoni da ferramenta allestiscono, a loro dire, soste a prova di bomba…
Nasce sicuramente un problema di linguaggio: come definire le soste marchiate “CE”?
Non saprei, cosi come non riesco a capire come si possa comunicare allegramente la bontà di un itinerario che si snoda tra cubetti e frigoriferi in equilibrio instabile…
Sono certamente vie facili, accessibili a chi inizia e a chi, dopo tanta vita verticale, ritorna a frequentare gradi più tranquilli; poco male per i secondi, che hanno esperienza da vendere, ma cosa dire dei primi? invitati da tanta retorica a frequentare questi scivoli strappati alla vegetazione?
Che comunicazione si fa se non si riesce a discernere, differenziare e descrivere, la qualità del materiale in parete?
Non è certo comunicazione far passare come “sosta a prova di bomba” sia la sosta premontata – ben posizionata – in inox 12mm, sia la sosta artigianale con moschettone da ferramenta con chiusura a “anello fatto di tubo per innaffiare l’orto”.
Ecco – l’orto – quello si che possiamo trattarlo in modo privato se nasce sul suolo di nostra proprietà, non certo una falesia, o struttura rocciosa, dove non possiamo invitare chi non condivide le nostre idee a cambiare aria e terreno vantando un impalpabile diritto di “lavoro” o di “affetto”.
Il “primo che arriva” può forse avere qualche diritto su qualcosa di pubblico, ma solo fino a quando il materiale a disposizione non comincia a scarseggiare in qualità e quantità…
Dalla guida, ma anche dalla “comunicazione” del luogo che avviene nei social, si intuisce quale sarebbe dovuta essere la cura necessaria per fare una comunicazione onesta.
Gia, l’onestà…
L’autore cita Bernard Amy, nella bella similitudine tra poesia e alpinismo, cita anche il vate D’annunzio “solus ad solam”; io oppongo la stessa critica che fece Saba in “quel che resta da fare ai poeti”, quando parlò di poesia onesta: c’è una responsabilità del poeta, (alias chiodatore); in sostanza il poeta deve rispondere di ciò che scrive.
Ancora, Saba:
Chi non fa versi per il sincero bisogno di aiutare col ritmo l‘espressione della sua passione, ma ha intenzioni bottegaie o ambiziose, e pubblicare un libro è per lui come urgere una decorazione o aprire un negozio, non può nemmeno immaginare quale tenace sforzo d’intelletto, e quale disinteressata grandezza d’animo occorra per resistere ad ogni lenocinio, e mantenersi puri ed onesti di fronte a se stessi; anche quando il verso menzognero è, preso singolarmente, il migliore.
[…] quello che ho chiamato onestà letteraria […] è prima un non sforzare mai l’ispirazione, poi non tentare, per meschini motivi di ambizione o di successo, di farla parere più vasta e trascendente di quanto per avventura essa sia: è reazione, durante il lavoro, alla pigrizia intellettuale che impedi- sce allo scandaglio di toccare il fondo; reazione alla dolcezza di lasciarsi prender la mano dal ritmo, dalla rima, da quello che volgarmente si chiama la vena. Benché esser originali e ritrovar se stessi sieno termini equivalenti, chi non riconosce in pratica che il primo è l’effetto e il secondo la causa; e parte non dal bisogno di riconoscersi ma da uno sfrenato desiderio dell’originalità, per cui non sa rassegnarsi, quando occorre, a dire anche quello che gli altri hanno detto; non ritroverà mai la sua vera natura, non dirà mai alcunché di inaspettato”.

Guardando le problematiche che stanno investendo la Francia verticale, da tempo tesa nel risolvere la questione “falesie”, (arrivando persino a ipotizzare un “interesse pubblico” per poter giustificare l’esproprio delle pareti ai privati), mi chiedo se abbia senso spingere ancora in questa direzione fatta di retorica e di fotografie statiche non solo di stati della roccia e del materiale posizionato ma anche di una mentalità in cui riecheggia forte il superato e ipocrita: “attrezzo solo per me”.
Siamo ancora fermi ai detti evangelici utilizzati in modo parziale, finalistico.
Siamo fermi al confronto sociale/ambientale, alle analisi di vivibilità/realizzabilità.
Fingiamo che l’ambito economico non esista.
Invece esiste, e questo comporta che si debba parlare anche di “equità sociale”.
Conviene cercare un valore sociale condiviso in grado di riunirci tutti nel recinto – necessario – della sostenibilità.
Parola oggi di moda, che va affermata perché non passi di moda.
“Sostenibilità” è rendere possibile anche in futuro quello che è possibile oggi.
Anche chiodare.
Un “chiodare” che non è mai quello del giorno prima, per il fatto che tutto evolve, materiale, prodotto, utenza ecc ecc.
Un “chiodare” che purtroppo – il prezzo da pagare a quanto pare – mette il trapano in mano anche a chi non ha mai messo nemmeno un tassello in casa per appendere un quadro…
Chissà quanti novelli creatori di itinerari hanno letto un testo tecnico sulla chiodatura.
Tutto si muove, nemmeno il cielo azzurro ha sempre lo stesso significato: in tempo di guerra era portatore di bombe, ai tempi odierni è portatore di altri significati ben più leggeri della paura.
L’autore della guida, è certamente un padre dell’arrampicata veronese, ma la storia, – italiana a parte-, è fatta di parricidi, in caso contrario diventa una sterile lotta fra fratelli che non porta a niente se non alla sempiterna ricerca del consenso del padre che piano piano diventa padrone.
Questo non si puo chiamare “evoluzione”… (ogni riferimento alla storia italiana non è per nulla casuale).
Torno quindi a Saba, quando dice che “l’opera di questi figli avrebbe dovuto essere forse più di selezione e di rifacimento che di novissima creazione“.
L’opera dei figli porta con sé a livello inconscio l’opera dei padri, non dobbiamo avere paura di chi affonda radici nel nostro operato.
Farci da parte con umiltà, ammesso anch’io sia un padre: questo a mio parere è trattare la resa.
Se ci spostiamo un pochino, forse non obblighiamo i nostri figli a vedere nei “rumeghi” le uniche possibilità di espressione.
Le vere rivoluzioni passano sempre da teste tagliate; questo ambiente verticale, di una scossa “rivoluzionaria” ne ha bisogno come il pane.
Miriamo alla “sostenibilità”, ricordando che si compone di tre momenti: creazione, mantenimento e riciclo.
Non tutte le vie sono opere d’arte, qualcosa va riciclato, anche in forza delle nuove possibilità intervenute nel tempo trascorso tra creazione e riciclo.
Questo per garantire la massima diversità di espressione, vero valore di armonia e di libertà.
Quanto al lato tecnico del testo, al rispetto dell’utente/lettore… beh, quello lo si evince anche dalla qualità delle foto e degli schizzi.
Forse qualche euro in più lo si spende volentieri se si riscontra anche nella guida il rispetto al lettore.
Ad ogni modo ringrazio l’autore per gli stimoli proposti, ringraziamenti che non meritano tutti gli utenti che forti della “vile prudenza” vivono come le zecche appollaiate sui rami in attesa di succhiare sangue ai corpi caldi e vivi.
Non è una battaglia contro l’autore, anzi, grazie a Eugenio ci si può aprire ad un confronto di idee, ad un futuro possibile.
Non lasciamoci tentare dalla sterile polemica dialettica: chiodiamo meno, ma facciamolo meglio, Teniamoci un po’ di tempo per pensare a quello che facciamo, dimostrando vero amore per la nostra attività e non solo di noi stessi.
Con la folla sommersa dei silenti, non si può fare molto, se non lasciare che il bisturi risanatore passi in mani di persone che non sanno, – in senso pratico-, su cosa stanno deliberando.
Rimane quindi solo un problema, mio, ridicolo e personale: non so in quale sezione della libreria devo collocare questo libro: prosa, poesia, guida?
Penso alle piante tagliate per creare queste vie, tagliate per stampare questa guida…
Fosse stampato su carta doppio velo avrei un dubbio in meno.
Andrea Tosi.

P.S.
Non tragga in inganno il link di questo blog. Da tempo è espressione del mio pensiero senza condividere più nulla con l’intento iniziale di comunicare l’attività svolta nella sala boulder della palestra “King Rock”.

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