Wafaa Amer

Wafaa è il nome, Amer il cognome.

«Come hai detto che si chiama?»

«Wafaa.»

«Wafaa è il nome, Amer il cognome.»

«E non hai più scritto niente?»

«No!»

«Eri tanto entusiasta dopo l’intervista…»

«Bah… cosa ti devo dire…»

Forse sono stanco di leggere i soliti numeri, i soliti racconti, le solite straordinarie avventure… stanco di leggerle; figurati di scriverle.

La cosa incredibile è che mi sono fatto un sacco di problemi proprio per il fatto che non avevo tra le mani la solita intervista fatta di gradi e imprese eccezionali.

Ho pensato che non fosse utile pubblicare la sua esperienza e che – a ben guardare – potesse solo causarle problemi.

«Sai», rispondo, «è passato quasi un anno dall’intervista e quello che a quel tempo sembrava uno “slogan” dettato da chissà quale paura è diventato lo “slogan” che parrebbe accomunare un italiano su tre.»

Sottintendo il propagandato clima politico e il fatto che queste “interviste” finiscono comunque con il caricare quell’arma di distruzione di massa che sembra essere diventato il social network.

«Ma cosa te ne frega?»

«Cosa me ne frega… non lo so! Sarebbe giusto ne scrivessi per WildClimb ma…»

…ma non ho mai pensato che il giusto coincidesse solo con l’utile di qualcuno…

Si! È vero, scrivo per “conto terzi”, ma scrivo io, scrivo per me e scrivo di altri. Se guardi solo l’utile non sei mai nel “giusto” e nemmeno nella verità.

«Ho fatto altro», mi difendo, «altre interviste, altre letture. Ho cercato di girare attorno alla mia paura di percorrere sentieri inediti in questa narrazione del verticale».

Un giro lungo.

«Certo che… eri proprio tu che mi raccontavi di studi francesi fatti sul modo dei climber di fare società attorno alle falesie»

La falesia come un luogo “contro-società”, inteso come uno spazio naturale dove si radunano le persone che condividono lo stesso pensiero…

Pensiero…  chiamiamolo cosi; è comunque un “sentire” in opposizione alla società. Per dirla in breve[1]: espropriati e alienati dal lavoro ci si dissolve nella società, tutti indistintamente riassunti nella parola “popolo” e si riappare come individui in falesia in virtù del lavoro/contributo dato nel costruire il nuovo sito. Easy.

«Sai…», incalza inseguendo un sottile filo logico, «a ben guardare, quegli studi hanno un lustro e molte cose sono cambiate… alla società “civile” che sembra essersi chiusa, corrisponde una falesia che appare sempre più  aperta. Il rapporto si è invertito. In quei tempi, si difendevano i confini delle falesie, spesso “segrete”. Oggi è tornato in gran voga difendere i confini “sociali”, mentre le nuove falesie vengono inaugurate con tanto di battage pubblicitario per aumentarne la condivisione. Ecco perché ti dico che proprio in questo ambiente la storia di Wafaa potrebbe essere capita e quindi… merita di essere raccontata.»

«Forse hai ragione», confesso.

Di certo ho una bella coda di paglia.

Dovrei imparare da Wafaa, avere più coraggio.

Mi ha raccontato della sua patente nuova e della Polo vecchia appena acquistata.

Si, è quasi passato un anno… mi raccontava di tutto quello che ha fatto, e tanto lo ha fatto da sola.

È di nazionalità egiziana, scalerebbe per l’Egitto dovesse andare alle Olimpiadi. Non che in Egitto il climbing sia uno sport conosciuto e quel poco che si scala è più resina che roccia.

Era contenta di poter far conoscere il suo sport, sperava di potersi aggregare a una delegazione di climber con l’intento di far conoscere questa nostra attività nel suo paese d’origine. Scalare e chiodare nel Sinai… non male.

Era, anzi, è alle prese con un tiro storico finalese che al tempo non aveva ancora una salita femminile: Hyaena!

Poi è passata Giorgia; poi le temperature si sono alzate.

Si stava allenando molto, per il tiro, per le gare e… chissà… Olimpiadi sempre all’orizzonte come un sole che non vuol cedere e continua a scaldare, a motivare…

«Dovrei richiamarla…»

È forte sulle placche, ha salito anche Radical Chic, un 8a storico del finalese.

Su Hyaena cadeva in alto, passava sull’incrocio ma le si aprivano le mani sul finale.

Dita piccole e fibre veloci africane!

È rimasta in Egitto fino ai nove anni: seconda elementare.

È musulmana e parla bene l’egiziano. Mi ha detto tante cose che forse stanno bene chiuse in un cassetto e conservate come un bell’esempio di integrazione… non senza strappi e senza macchia.

Si è fatta un bel mazzo ed è anche stata fortunata, o forse le due cose vanno insieme; fatto è che ha trovato delle persone ben disposte, è stata presa per mano e, tra le altre cose, portata anche sotto le pareti.

Io sono convinto che per lei, riuscire nell’arrampicata, sia una sorta di medicinale in grado di curare tutte le ferite che ha dovuto aprire… e parlo dei rapporti con le persone care che non hanno capito alcune scelte di vita.

Io ne so poco, sono molto ignorante in materia, ma può anche essere che pur conservando l’impronta della cultura d’origine, qualche modello che ti viene proposto faccia a pugni con l’esperienza che ti trovi a vivere in una cultura diversa… Magari a 18 anni non ti senti portata solo alla famiglia, anzi, ti senti portata alla placca e alla tacca piccola, allo sport… e come lo spieghi a qualcuno che, pur volendoti bene, non ha una minima base in comune per poter capire che se rifiuto un modello non rinnego tutto il resto?

«La chiamano integrazione, io la chiamerei incorporazione», dico, «perché non fai sintesi di due culture, no! Le lasci vivere nella loro libertà, muovendoti libero tra l’una e l’altra, tenendole insieme, contemporaneamente, pur nelle loro differenze.»

«Più ne parlo a te e più penso che valga la pena parlarne pubblicamente. Come possibilità, come contro-narrazione. “Un modo di dire il mondo costruendo una relazione con l’altro[2]

Relazione, non chiusura. Roba da climber odierni direbbe il sociologo francese.»

«La seguo su Instagram e, se ti ricordi, l’abbiamo vista in semifinale all’Escape Climbing Garden in Coppa Italia. Gareggia quando ha turni liberi dal lavoro… Non ha paura di far fatica o di esporsi, del resto mi raccontava dei suoi nonni, del lavoro nei campi e di uno strano concetto di povertà che non condivideva con i suoi avi.»

«Mangiavamo tutti i giorni, avevamo dei campi e qualche volta c’era anche la carne; la portava il nostro vicino…»: cosi mi ha detto. E questo bastava per non sentirsi “poveri”.

Povertà è un concetto relativo, anche geograficamente parlando.

Certo è che la ribellione, la voglia di far risaltare le crepe della società, è un talento cha a lei sembra non mancare.

Era piccola, si lamentava delle solite cose in tavola e all’invito dei nonni di andare a trovarsi un lavoro… lei ha preso le parole alla lettera e si è rimboccata le maniche. La “predica” dei nonni non era cattiveria, anzi, era forse una giusta arrabbiatura… ma la reazione è stata immediata: Via!… nel campo a raccogliere legumi!

Penso che questo dica molto di lei, più delle semifinali o delle sporadiche apparizioni in Coppa Italia Lead.

«Dovrei richiamarla. Sta crescendo anche come atleta…», dico.

All’ultimo Campionato Italiano Boulder è stata la prima esclusa dalla finale: settima.

Vero è che verso la fine della chiaccherata, a tempo scaduto, le chiesto di vestire i panni di un ministro…

Mi ha risposto; è partita a vista su un discorso difficile come un 9a di placca, chiudendo sicura in catena con un “bisogna fidarsi ed affidarsi”.

L’ho vista scalare un percorso logico fatto di puro istinto, di umanità, di persone come appigli, guardate in faccia nella loro realtà, nel loro linguaggio corporeo, nelle loro tradizioni che sono impossibili da svestire. Pretendere questo sarebbe come scavare un appiglio…

Tanto vale allenarsi , far la giusta fatica, quella che serve a mettere in fila gli appigli, valorizzandoli per quello che sono, incorporandoli nella scalata, nello stare in armonia con tutte le differenze… la vera perfezione…

Già… Grazie Wafaa

[1]

https://www.persee.fr/doc/rga_0035-1121_2006_num_94_3_2403

[2]

F. Malleret, Colloque sur la meditation, Sorbonne, Paris, 1996.

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