Sogno all’incontrario: Ceredo Falconi

Ogni tanto scrivo, le virgole sempre a caso, gli apostrofi scelti con il dado.

Pubblicato su Planetmountain il 13/06/2016, ne lascio traccia anche sul mio “vecchio” blog…

“Ho fatto un sogno, un sogno all’incontrario…

Ho fatto un sogno, un sogno poco serio.

Ho sognato che tutto quello che andava male andava bene,

e tutto quello che andava bene andava male…

andava quasi tutto bene!” (cit. Paolo Rossi)

Ho sognato Ceredo, ma la parete era più bassa, meno strapiombante della solita Ceredo.
Era una falesia disposta ad “L”, con un lato ad est ed uno a sud, buona per ogni stagione, calda d’inverno e ventosa d’estate.

In trecento metri di sentiero sotto la parete, si alternavano varie tipologie di roccia: dalle canne alle placche grigie, dalle colate grigiastre a buchi ai muri gialli ricoperti di tacche.
Ho sognato una cosa strana, un specie di disco rotto nel quale alcuni scalatori storici, Francesco Fonte Basso e Michele Campedelli, ad ogni passaggio dalla provinciale che solca l’altro lato della valle, con lo sguardo rivolto a quel pezzo di roccia, ripetevano il solito cliché: “dobbiamo passare sotto quella parete !”…“dobbiamo passare sotto quella parete!” …“dobbiamo…”.

Erano almeno dieci anni che quel “dobbiamo passare” si ostinava a non divenire “siamo passati”.
Nel mio sogno tutto storto, in un giorno di pioggia, un giovane, Andrea Simonini – ammesso che un 30enne possa ancora essere etichettato con la parola “giovane” senza far torto ai giovani – faceva la cosa giusta, arrivando dal sentiero sbagliato sotto la parete dei “dobbiamo…”.

Le foto di quella falesia iniziarono a circolare sui social, quei social tanto odiati e osteggiati dai climber/chiodatori della vecchia guardia, ammesso che esista qualcosa a cui fare la guardia!
Ad un certo punto, irrompe nel sogno un fotografo di professione, Mauro Magagna: “voglio fare qualcosa per l’arrampicata! Voglio regalare qualcosa a questo sport che mi ha dato tanto”.

Ho sognato un calendario fuori dai canoni, in formato landscape, dove il protagonista non è l’arrampicatore, bensì l’arrampicata e l’ambiente, dove ognuno si può facilmente immedesimare.

Un calendario dove, nella maggior parte dei casi, la foto avrebbe senso anche senza l’arrampicatore, dove lo scalatore potrebbe essere un “Bruno Fornari” qualsiasi…
Nel mio delirio onirico, Mauro/messia, prometteva tutto il ricavato dal calendario in favore di un progetto che rispettasse poche e precise “leggi”.

Le linee guida tracciate da Mauro erano: che la falesia fosse pubblica, visibile su internet, chiodata con “lo stato dell’arte”, ovvero inox su tasselli, placchette e soste, e che fosse per quanto possibile, vista la qualità della roccia, un terreno “sportivo”.

L’ultimo comandamento del messia/fotografo imponeva che si chiodassero vie “per tutti i gradi”.

La cosa era così strana che sponsor come Marmot e Wild Climb avevano preferito sponsorizzare il calendario fotografico piuttosto che investire direttamente in una falesia.
Da questa folle idea, erano spuntate piastrine e tasselli che simbolicamente portavano dentro il nome di ogni acquirente del calendario.
Nel mio sogno poco serio spariva una volta per tutte la boriosa retorica per cui il chiodatore, padre padrone e guru di ogni falesia, “è sempre da ringraziare”… sempre, a priori.
Questa volta era il chiodatore che ringraziava tutti quelli che avevano partecipato al progetto fotografico per la possibilità di poter chiodare con materiale inox marchiato “CE”.
Andrea Simonini, Francesco Fonte Basso, Gianluca Bellamoli, Giacomo Duzzi, Bruno Fornari e Andrea Tosi, erano la lunga mano di tutti gli acquirenti del calendario: i veri proprietari dei tasselli messi in mano ai chiodatori.
Si usciva in questo modo dalla privata idiozia e si entrava finalmente nel mondo pubblico.

I chiodatori erano tanti, non si rubavano le vie e chiodavano senza tradire il consenso che in qualche modo li aveva eletti.
Le idee divergenti erano riassunte e trovavano un accordo sotto la parola responsabilità, che magari ognuno interpretava a modo proprio, ma questo bastava a far rispettare le regole imposte dal progetto.
Era un sogno a testa in giù…
Era un sogno limpido, dove l’attenzione si spostava dal grado e dalla performance, allo stato di salute e di sicurezza di questo o quel tassello… che potrebbe essere il tassello che corrisponde al calendario che abbiamo appeso a casa, o in cantina o semplicemente dimenticato nello scatolone della carta da buttare.
Era perfetto, preciso: era estendere il più possibile la proprietà di una falesia verso i fruitori, era responsabilizzare gli arrampicatori.
Era il 2014 e in poco più di 6 mesi spuntarono una sessantina di itinerari.
Alla fine mi sono svegliato, oppure mi sono addormentato.
Fatto è che Ceredo Falconi esiste, é reale, più o meno così come ho sognato.
Questo “esperimento sociale”, l’idea che sta alla base di questa falesia, ha aperto nel territorio veronese le porte ad altri sogni, tutti legati in modo indissolubile al passaggio che questa attività sta vivendo nel suo perdere lo status di “terreno d’avventura”.
E’ ancora presto per parlarne, qui a Verona si sta ancora sognando.
Si immagina, tutti riuniti intorno ad un tavolo, un futuro possibile.
“Dicono che c’è un tempo per seminare
 e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
 che bisognava sognare”.
Pillola rossa o pillola blu?
Matrix o Cartesio?

Il finale della canzone di Fossati mi desta oppure mi addormenta…

Sogno o realtà che fosse ho infilato le scarpette.

Scalavo.