Non ditemi che le parole non contano

“Lo sport è il crinale che separa il combattimento dalla sommossa” cit: Roland Barthes

” Che cos’è lo sport ?
Che cosa mettono gli uomini nello sport?
Se stessi e il loro universo umano.
Lo sport è fatto per esprimere il contratto umano.”
Finisce così il commento di Roland Barthes al documentario “lo sport e gli uomini”.
Non ricordo invece le ultime parole usate per concludere la serata sull’ “arte di chiodare”, ma questa mia mancanza non sarà mai la prova che le parole non contano.
Aspetti legali, ambientali e tecnici sono stati esplorati da persone competenti per i loro studi e per la loro pratica del mondo verticale.
E’ importante che si sia tentato di mettere in piedi una sorta di tavola rotonda attorno ad un tema che appare ancora libero da aspetti legali “specifici” ma contemporaneamente non è più libero da aspettative normative che le nuove generazioni di climber danno per scontate quando escono all’aperto.
“Lo sport esprime il contratto umano” diceva Barthes, e se guardiamo come oggi questo si esprime, non possiamo fare a meno di notare che spesso parla in termini di leggi, quindi di privazioni, di alienazioni o di limitazioni di istinti.
Sempre pescando dal semiologo francese possiamo osservare come l’individualismo odierno ci ha spinto uno contro l’altro, mentre lo sport, pur eleggendo “il migliore”, non si rivolge all’uomo contro l’uomo, ma all’uomo contro la resistenza delle cose, alla stabilità della gravità e della natura nel nostro caso.
In buona sostanza, il primo in classifica è applaudito dal secondo per la forza con cui si è opposto all’ostacolo.
Ancora più chiaramente, chi sale il 9a, è applaudito per l’abilità che ha l’uomo di affrontare la natura, senza cadere in confronti di abilità tra uomo e uomo.
Probabilmente è ancora così, basterebbe togliere quel leggero strato di insensibilità che sembra ricoprirci, perché offuscati da questa patina di egoismo ne esce una società fondata sul negativo fatto di privazioni e alienazioni.
Il mondo “anarchico” verticale che si ostina a spostare nel tempo la presa d’atto che la sua popolazione è cambiata, rabbrividisce ogni volta che entra in contatto con l’idea che una qualsiasi legge possa limitarne le possibili vie di fuga nelle quali si dirama l’andare per pareti.
Le attività in montagna stanno in effetti esplodendo in una miriade di specialità.
Al punto che chiodare corto, lungo, trad, inox, zincato, resinato, dovrebbe sempre andare bene, perchè c’è sempre un buon motivo, anche se parziale, da utilizzare per giustificare il proprio operato…
Storia antica, appunto “storia”, qualcosa che è stato.
Sarebbe invece interessante provare ad anticipare la presa inevitabile della “legge” che prima o poi avverrà anche sulla nostra attività.
Un modo, forse, è quello di pensare all’istituzione, non nel modo conservatore a cui siamo abituati. Usando un po’ di immaginazione, che nell’uomo non difetta mai, si può con coraggio credere di poter “istituire” un luogo a protezione dell’istinto di arrampicare.
Un luogo che non si congela a bloccare nel tempo e nel “così è sempre stato” la sua pratica, ma un luogo di incontro di tendenze, desideri e bisogni.
Questo modo di rapportarsi, dovrebbe essere in grado di produrre effetti concreti, sempre mobili e sempre in grado di adeguarsi per soddisfare il continuo mutare dei desideri del nostro sport.
Per fare questo è necessario passare alla pratica, al coinvolgimento, al saper tradurre le parole dell’ altro in comprensione non solo ideale, ma anche fisica: condividere le stesse battaglie, essere insieme nelle stesse battaglie.
La piastrina che gira, il moschettone usurato, la cura del materiale e dell’ambiente deve divenire la battaglia di tutti, senza delega a nessuno.
Parlo di manutenzione, di comunicazione, di buone pratiche condivise.
Solo in questo modo, quando si aprono questioni come quelle discusse Giovedì 12 Gennaio -“l’arte di chiodare”- la parola può passare alla base del movimento.
Per essere più moderni, potremmo dire che “il movimento dal basso” può correggere/indirizzare questo nostro sport.
L’istituzione “mobile”, “metamorfica” direbbe Deleuze, pensata in questo modo, può rispondere alle mutevoli esigenze del mondo verticale, divenendo un generatore di “regole” per gestire i rapporti tra le persone interessate.
Anche qui, per non cadere nel tranello della comodità, occorre rimanere attenti e flessibili per poter essere concretamente protettivi nei confronti del mutevole istinto: il desiderio deve continuamente fluire.
Come a dire: se l’istinto sessuale ha dato il via all’istituzione “matrimonio”, l’averlo considerato “per sempre” prima, e “così è sempre stato” poi, ne ha fatto la tomba dell’istinto che lo ha generato…(passatemela…)
Allora le regole saranno sempre provvisorie, perché la pratica viene prima della regola, anzi, la regola è il prodotto della pratica.
E’ fondamentale ripulirsi per ritrovare una certa sensibilità che guarda al sociale e si allontana dal piano individuale, porre quindi l’attenzione alla relazione.
“Chiodo per me”, “ci vado solo io”, è un modo falso di ragionare, fosse solo per l’impossibile certezza di sapere quando e per quanto tempo saranno salite le nostre vie attrezzate.
Non siamo che esseri in relazione.
Allora “non ditemi che le parole non contano”, perché è soprattutto con il linguaggio che ci esprimiamo e comunichiamo.
La pratica può anticipare la legge, se si raduna attorno ad una “istituzione”.
Parliamone, confrontiamoci, magari sapendo di cosa parliamo, sapendolo in pratica ma anche in teoria.
Comunicate le vostre osservazioni: sarà parte del materiale utilizzato per costruire i prossimi appuntamenti sull'”arte di chiodare”.

N.B.
“la tirannia è un regime in cui vi sono molte leggi e poche istituzioni, la democrazia un regime in cui vi sono molte istituzioni e pochissime leggi. […] Le leggi imprigionano l’azione: la immobilizzano, la moralizzano. Pure istituzioni senza leggi sarebbero per natura modelli di azione libera, in perpetuo movimento, in permanente rivoluzione, in costante stato di immoralità”. Gilles Deleuze