Creare scarpe (non solo d’arrampicata).

Cos’è una scarpa?

La domanda è impegnativa; tutt’altro che banale.

Una scarpa parla di un tempo e di un mondo, di un saper fare, di una “cultura manuale” che, giunta fino ai nostri giorni, riassume nei sapienti gesti di un uomo la somma di tutte le capacità umane sviluppate dalla notte dei tempi.

Quello che calzate ai piedi quando partite per le vostre performance verticali, svela un mondo che sa scegliere e lavorare un legno, modellare una forma, intuire un miglioramento e realizzarlo aggiungendo stucco.

C’è tutta una lentezza e una fatica nel costruire una calzatura che inevitabilmente si dimentica quando si calza una WildClimb: ma c’è.

C’è il rumore che diventa musica quando accompagna i gesti del sapere umano: il “raspare” della lima, lo schioccare di un barattolo…

Il video è la prima parte di questo percorso che consente ai nostri piedi di calzare “scarpette per arrampicare”.

Grazie a Giorgio Morlin e al Formificio Romagnolo per questo viaggio  tra le radici che permettono la nascita dei fiorellini, (finché sono nuove almeno…:-), che calziamo.

 

L’accecamento social e i calabroni

… questo blocco si muove.
Sposto tutto ciò che si trova sotto la verticale.
Leverino.
Ancora e ancora leverino…
Inizia a farsi tardi.
Il blocco penzola ma non cede.
Cosa faccio?
Dovrei scendere… sono in ritardo.
Ma questa spada di Damocle pende non solo su chi scala.
Qui passano anche escursionisti.
Persone che nulla hanno a che fare con i tasselli che ho messo in parete.
Chi avviso?
dove segnalo il potenziale pericolo?

Ancora?…
Salgo una via, trovo un moschettone abbandonato.
penso: “sarà successo qualcosa”.
La via in questa sezione non è poi cosi difficile.
Guardo in alto, cerco nei dintorni un eventuale problema.
Non noto nulla.
Salgo.
Infilo la mano in una fessura e capisco.
Calabroni.
Tanti calabroni.
Lascio il moschettone raccolto un tassello più in alto di dove l’ho trovato.
Mi faccio calare.
Nessuna puntura.
Mi è andata bene.
Chi avviso?
Dove segnalo il potenziale pericolo?

Ancora?..
L’amico che ti batte sulla spalla e ti sussurra che la via di riscaldamento ha la calata – (due moschettoni inox accoppiati con “ferretto antitaccheggio”) – logora e scavata come le gola del Verdon…
Chi avviso?
dove segnalo il potenziale pericolo?

Ancora?…
No, basta, non serve.
Parlo in prima persona perché la domanda mi nasce “dentro”.

Dovrebbe essere la domanda che tutti si pongono.

Possibile non esista un posto che risponda alla domanda: “chi avvisiamo e dove segnaliamo il potenziale pericolo”?

A guardare quello che accade oggi, verrebbe da pensare che le risposte a queste domande siano affidate ai “social”.
Ma qualcosa sfugge.
Nella velocità di comunicazione di FaceBook, Instagram e simili spesso si perde di vista la visione globale della realtà.
Sempre più spesso si delega a questi strumenti la conoscenza del reale.
Tutta la comunicazione sui social è tesa più a farsi vedere che a far “vedere”, (inteso come informare).
Prova ne sia, ad esempio, che un nido su una “via” viene segnalato e ri-segnalato, a distanza di scroll, da persone sempre diverse, senza che nessuno si prenda la briga di “sanare” la situazione.
Il problema è smaterializzato, diventa solo trampolino di lancio per una notorietà che si mescola alla comunicazione.

L’immediatezza del “far sapere” si paga con la breve durata della permanenza del post in prima schermata.

Mille altre notizie più o meno importanti seppelliranno quell’informazione.
Un masso che penzola, una sosta logora è un problema che dura ben più che il permanere di un post in prima pagina.
Si chiudono gli occhi sulla realtà, li si riaprono solo per guardare i propri piedi.
Questa forma di accecamento sul reale, sull’esistente, non è utile se non a darsi risposte frettolose.
Percepiamo senza conoscere e ci anestetizziamo con continui post che ci rendono immuni a quello che accade realmente.
Tutto diventa relativo, nessuna notizia ha più il diritto di proclamarsi superiore alle altre.

La sosta pericolosa “pesa” quanto l’ultima performance di Tizio o l’ennesimo selfie di Caio.
Ecco smembrato il sociale, anche quello “verticale”.
Si cavalca l’emozione a discapito del problema e della sua risoluzione.
Ci si accontenta del poco, lusingati dall’immediatezza di un post e della sua ubiquità.
Il poco è invece peggiore del nulla, perché rassicura e toglie quella paura necessaria che spinge a rimanere sempre vigili e mai soddisfatti dell’esistente.
Io credo che una società esista, per questo sono selvaggio e non mi accontento di quella che esiste.
Questi social stanno diventando l’oppio dei popoli.

Il “poco” ci fa abitare case senza fondamenta che fingiamo di difendere a  spada tratta. In realtà difendiamo le nostre comodità diventate abitudini. Facciamo spallucce e ci difendiamo con frasi come: “è sempre stato cosi”.

Dimentichiamo che la parola “sempre” ha senso solo se legata a qualcosa che evolve continuamente. Oppure siamo ipocriti e la fondiamo dove ci fa comodo.
Unica via di resistenza a questa sparizione del mondo reale è forse scrivere, comunicare in un modo che sappia resistere nel tempo.
Un gruppo che non pensa ad uno spazio pubblico condiviso per comunicare non è in grado di essere veramente una comunità.
Chi non pensa a questo, lascia moschettoni in giro senza far sapere il “perché”, descrive le vie solo con i gradi, non si accorge del materiale che usa, dandolo per scontato.
Sono buchi della società che possono essere utili solo per scrivere post allarmanti sui social.
Farsi vedere senza vedere; appunto!
Credo sia utile disintossicarsi, diventare selvaggi e riempire di senso le vuote parole con cui ci ostiniamo a comunicare.
Nel frattempo, in attesa di un pensiero nuovo, mi permetto di “chiudere” una via togliendo o chiudendo con del nastro le piastrine, scrivendo sotto di essa il problema/pericolo che affligge questo o quell’itinerario.
Nell’interesse collettivo… quello concreto, non quello social.

Dimenticavo… nell’interesse collettivo il masso è caduto a tempo ormai scaduto, una sosta è stata cambiata (magia di neve), un’altra sosta attende risposte (Polska).

Il moschettone… beh, il moschettone ha fatto amicizia con i calabroni (Gennaio 1986).
Alla base della via, con mezzi di fortuna, c’è scritto il perché.
Sarà meno immediato e raggiungerà meno persone di un post, ma è reale e concreto quanto un calabrone.

Andrea.

La scarpa che “sopravviene”

Si chiama Laser e allude al taglio. Netto e preciso.

Non equivochiamo: è una evoluzione della Pantera che abbina un nuovo sottopiede in pelle alla nostra microfibra bicomponente  tagliata e forata con il laser.

Dalla famiglia “grip”, è stata ripresa la nuova allacciatura che rende la calzatura precisa e fasciante lasciando la calzata veloce quanto quella delle scarpe che utilizzano “gli strappi”.

Ne risulta una scarpa adatta ai climi caldi perché in grado di garantire una migliore aerazione del piede.

Evoluzione quindi che prende e mescola tutti gli elementi che compongono l’esperienza WildClimb  maturata nel tempo.

Anche per questo ci permettiamo di scherzare e di comunicare “in gergo”, in dialetto, il nuovo prodotto, che “sopravviene” sempre.

Una scarpa che si realizza nella notte dei tempi, dall’esigenza di aiutare il piede ad essere più adatto ai sempre mutevoli intenti dell’uomo.

Un po’ come la lingua, che giunge sempre da un dialetto, lingua di esperienza, luogo del “fare”, in grado di comunicare senza dover essere scritto.

E allora, infiliamo il piede in queste Laser, consci del fatto che non si può dire tutto quello che si può esperire… ne in italiano ne in dialetto, tanto meno nel “Sardo” di questo improbabile Emanuele Pellizzari (Product Manager).

 

Un ringraziamento a Filippo Manca per il doppiaggio.

Qui sotto le versioni originali , in Italiano e in Veneto (zona est), dal canale YouTube di Oliunìd

in Italiano

In Veneto (est)