Le “Bat” spiegate bene

La  nuova Bat è la naturale evoluzione dello storico modello di casa WildClimb. Il prodotto è stato sviluppato con un preciso intento: soddisfare l’ 80% degli arrampicatori, che dalle ultime statistiche, (fonte 8a.nu), scala sotto il grado 7b.

Ecco quindi una scarpetta dalla calzata “piatta”, con una forma moderatamente asimmetrica e con poco “camber” (punta verso il basso).

Tomaia in microfibra monocorpo (solitamente usiamo microfibra bi-componente sulle Pantera e le Grip) e con sottopiede in cotone intrecciato tricorpo.

Il monocorpo viene usato sia per contenere il prezzo che per offrire tra i nostri modelli un diverso tipo di elasticità della tomaia. La calzatura, molto piatta in punta, non va calzata in numeri eccessivamente piccoli. La scelta è stata quella di non costringere l’alluce in posizione molto rannicchiata e dolorosa – scelta solitamente utilizzata per avere una punta compatta in grado di spingere forte sui piccoli appoggi.

Abbiamo ottenuto lo stesso risultato abbinando una intersuola di media rigidità (estesa suul’avampiede) con il poco volume in punta della scarpa.

relaxed fit
relaxed fit

Con questa soluzione, la punta rimane molto compatta anche con l’alluce relativamente disteso. L’alluce saprà ringraziarvi di questa scelta…

Non nasce per grandi strapiombi ma per un uso su medie pendenze, (anche su difficoltà elevate, visto che Tondini la usava nelle sue odissee alpinistiche  su tiri fino al 8a+).

Nicola Tondini con le vecchie Bat sulla “Placca Messner” al Sass Dla Crusc

Tutti i materiali utilizzati sono “premium”. Per renderla ancora più confortevole, abbiamo utilizzato: una gomma più elastica sul fascione posteriore che avvolge il tallone e dei tagli di scarico–tensione sul bordone anteriore.

Chiusura a strappo di generose dimensioni per bloccare bene la scarpa al piede e collarino elastico alla base delle linguette che la rendono facilmente calzabile.

La serigrafia sulla tomaia, oltre al mero scopo estetico, ha anche la funzione di determinare dei punti di cedimento determinati e progressivi verso la punta.

La Bat monta una nuova gomma sviluppata in esclusiva per WildClimb da un nuovo produttore europeo. Si tratta di:

Altaderenza è una gomma che dai test effettuati in laboratorio e sul campo, grazie al formula del suo polimero che non soffre particolarmente problemi di graining , lascia inalterate le sensazioni di “grip” con la roccia ma aggiunge il merito oggettivo far consumare la suola molto più lentamente ( fino al 40% di durata in più nelle prove comparate con altre gomme di riferimento).

La Bat costa di listino 89,99 euro: prezzo particolarmente competitivo per una scarpetta che si propone all’arrampicatore che ricerca un modello non estremo ma confortevole e performante.

Le “Bat” spiegate bene

La  nuova Bat è la naturale evoluzione dello storico modello di casa WildClimb. Il prodotto è stato sviluppato con un preciso intento: soddisfare l’ 80% degli arrampicatori, che dalle ultime statistiche, (fonte 8a.nu), scala sotto il grado 7b.

Ecco quindi una scarpetta dalla calzata “piatta”, con una forma moderatamente asimmetrica e con poco “camber” (punta verso il basso).

Tomaia in microfibra monocorpo (solitamente usiamo microfibra bi-componente sulle Pantera e le Grip) e con sottopiede in cotone intrecciato tricorpo.

Il monocorpo viene usato sia per contenere il prezzo che per offrire tra i nostri modelli un diverso tipo di elasticità della tomaia. La calzatura, molto piatta in punta, non va calzata in numeri eccessivamente piccoli. La scelta è stata quella di non costringere l’alluce in posizione molto rannicchiata e dolorosa – scelta solitamente utilizzata per avere una punta compatta in grado di spingere forte sui piccoli appoggi.

Abbiamo ottenuto lo stesso risultato abbinando una intersuola di media rigidità (estesa suul’avampiede) con il poco volume in punta della scarpa.

relaxed fit
relaxed fit

Con questa soluzione, la punta rimane molto compatta anche con l’alluce relativamente disteso. L’alluce saprà ringraziarvi di questa scelta…

Non nasce per grandi strapiombi ma per un uso su medie pendenze, (anche su difficoltà elevate, visto che Tondini la usava nelle sue odissee alpinistiche  su tiri fino al 8a+).

Nicola Tondini con le vecchie Bat sulla “Placca Messner” al Sass Dla Crusc

Tutti i materiali utilizzati sono “premium”. Per renderla ancora più confortevole, abbiamo utilizzato: una gomma più elastica sul fascione posteriore che avvolge il tallone e dei tagli di scarico–tensione sul bordone anteriore.

Chiusura a strappo di generose dimensioni per bloccare bene la scarpa al piede e collarino elastico alla base delle linguette che la rendono facilmente calzabile.

La serigrafia sulla tomaia, oltre al mero scopo estetico, ha anche la funzione di determinare dei punti di cedimento determinati e progressivi verso la punta.

La Bat monta una nuova gomma sviluppata in esclusiva per WildClimb da un nuovo produttore europeo. Si tratta di:

Altaderenza è una gomma che dai test effettuati in laboratorio e sul campo, grazie al formula del suo polimero che non soffre particolarmente problemi di graining , lascia inalterate le sensazioni di “grip” con la roccia ma aggiunge il merito oggettivo far consumare la suola molto più lentamente ( fino al 40% di durata in più nelle prove comparate con altre gomme di riferimento).

La Bat costa di listino 89,99 euro: prezzo particolarmente competitivo per una scarpetta che si propone all’arrampicatore che ricerca un modello non estremo ma confortevole e performante.

Le “Bat” spiegate bene

La  nuova Bat è la naturale evoluzione dello storico modello di casa WildClimb. Il prodotto è stato sviluppato con un preciso intento: soddisfare l’ 80% degli arrampicatori, che dalle ultime statistiche, (fonte 8a.nu), scala sotto il grado 7b.

Ecco quindi una scarpetta dalla calzata “piatta”, con una forma moderatamente asimmetrica e con poco “camber” (punta verso il basso).

Tomaia in microfibra monocorpo (solitamente usiamo microfibra bi-componente sulle Pantera e le Grip) e con sottopiede in cotone intrecciato tricorpo.

Il monocorpo viene usato sia per contenere il prezzo che per offrire tra i nostri modelli un diverso tipo di elasticità della tomaia. La calzatura, molto piatta in punta, non va calzata in numeri eccessivamente piccoli. La scelta è stata quella di non costringere l’alluce in posizione molto rannicchiata e dolorosa – scelta solitamente utilizzata per avere una punta compatta in grado di spingere forte sui piccoli appoggi.

Abbiamo ottenuto lo stesso risultato abbinando una intersuola di media rigidità (estesa suul’avampiede) con il poco volume in punta della scarpa.

relaxed fit
relaxed fit

Con questa soluzione, la punta rimane molto compatta anche con l’alluce relativamente disteso. L’alluce saprà ringraziarvi di questa scelta…

Non nasce per grandi strapiombi ma per un uso su medie pendenze, (anche su difficoltà elevate, visto che Tondini la usava nelle sue odissee alpinistiche  su tiri fino al 8a+).

Nicola Tondini con le vecchie Bat sulla “Placca Messner” al Sass Dla Crusc

Tutti i materiali utilizzati sono “premium”. Per renderla ancora più confortevole, abbiamo utilizzato: una gomma più elastica sul fascione posteriore che avvolge il tallone e dei tagli di scarico–tensione sul bordone anteriore.

Chiusura a strappo di generose dimensioni per bloccare bene la scarpa al piede e collarino elastico alla base delle linguette che la rendono facilmente calzabile.

La serigrafia sulla tomaia, oltre al mero scopo estetico, ha anche la funzione di determinare dei punti di cedimento determinati e progressivi verso la punta.

La Bat monta una nuova gomma sviluppata in esclusiva per WildClimb da un nuovo produttore europeo. Si tratta di:

Altaderenza è una gomma che dai test effettuati in laboratorio e sul campo, grazie al formula del suo polimero che non soffre particolarmente problemi di graining , lascia inalterate le sensazioni di “grip” con la roccia ma aggiunge il merito oggettivo far consumare la suola molto più lentamente ( fino al 40% di durata in più nelle prove comparate con altre gomme di riferimento).

La Bat costa di listino 89,99 euro: prezzo particolarmente competitivo per una scarpetta che si propone all’arrampicatore che ricerca un modello non estremo ma confortevole e performante.

Filippo Manca

Filippo Manca: Ichnusaite di Sardegna

Filippo Manca

Ciao Filippo. Posso registrare la telefonata?

Ho appena finito di vedere “Narcos” … cosi mi metti l’ansia da registrazione…

Tranquillo: tutto sarà usato contro di te!

Sei nato in Sardegna, (Nuoro), nel 1988, scali da 12 anni e hai iniziato nella palestrina di un tuo amico… tu, che vivi nell’isola dove tutto si può dire meno che la roccia manchi, hai mosso ituoi primi passi sulla resina!

Sì, ho iniziato nella palestra del mio quartiere. Non sapevo nemmeno “si arrampicasse”.

Ho iniziato a divertirmi con questo “gioco” tirando prese, approcciandolo come uno sport qualsiasi.

Mi piaceva lo spirito che riempiva quel garage. Due pannelli di legno, frutto di un lavoro artigianale, e tanta passione. Lo stesso spirito che poi ho trovato anche in altre città e in altre palestre. Là dentro, nel garage, la voglia di tirare le prese era la stessa che a Milano.

Cosi è partito tutto… poi ho conosciuto altri amici, Grazia Fenu, Marco Caboi, Angelo Manca e altri “local nuoresi”. Ho girato le classiche falesie: Ulassai, Isili, Domusnovas… e mi son appassionato alla roccia.

Quando mi sono trasferito a Rovereto per studio, scalavo già da qualche anno. Andavo all’università e arrampicavo insieme a Grazia che in quel periodo viveva lì. Un anno dopo ho fatto il concorso per “vigile del fuoco” e, una volta assunto, ho passato altri cinque anni e mezzo a Milano.

È stata la mia più grande fortuna. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto la possibilità di scalare in altre realtà, in altri contesti. Ed eccomi qui, tornato nella mia terra, con un bel bagaglio di esperienze.

Sei vigile del fuoco: sei mai andato a spegnere incendi nei pressi delle falesie?

Ti è mai stato utile l’aver dimestichezza con l’arrampicata e con le manovre in corda.

Fortunatamente no. Facciamo spesso altri tipi di interventi.

Diciamo che l’avere una certa confidenza con l’altezza e con la gestione della tensione è sicuramente un vantaggio.

Hai lavorato anche come tracciatore a Milano?

Ho fatto i corsi per tracciare e insegnare. “Tracciatore” è una parola grossa. Diciamo che avvitavo delle prese insieme ad altri amici. Quando Enrico (Baistrocchi) si è trasferito a San Diego, ho aiutato Gabriele (Moroni) e Martino (Sala) nel lavoro in sala.

Dopo questo giro d’Italia sei tornato in Sardegna e…

Sì, son tornato da due anni e mezzo e ho ripreso in mano Luogosanto.

Penso sia l’unico vero settore di boulder in Sardegna. Sia per qualità che per numero dei passaggi saliti.

Poi ho instaurato un’amicizia con Maurizio Oviglia. Insieme abbiamo fatto tante esplorazioni e con lui ho avuto la possibilità di provare l’arrampicata in stile “trad”.

Riassumendo: hai raccolto gli ingredienti in giro per l’Italia e, una volta tornato sull’isola, ti sei messo a cuocere un gustoso “minestrone sardo” … ti mancherebbe solo l’esperienza di qualche multipitch.

In effetti ho in mente qualcosa ma non ho ancora trovato qualcuno che condivida questa mia proposta. È evidente che mi piace l’arrampicata, tutta, dal “lavorato” al “trad” passando per il boulder. Diciamo che, in base al periodo, seguo il mio istinto verticale.

Ma dimmi: il Maestrale ha portato in Sardegna i “rumors” delle discussioni francesi sul “come e dove richiodare”?

Sì, anche da noi se ne parla, basti vedere il fenomeno Ulassai…

È brutto da dire ma qui è ancora “terra di conquista”. Chi ha più energia da mettere in campo la fa da padrone. Non si è ancora arrivati a un livello critico, ma la strada imboccata sembra portare lì… diciamo che non sono persuaso dalla formula “chiodi due vie e dormi gratis”. A me sinceramente queste formule non piacciono, non le condivido e non credo possano essere una risorsa per il territorio. Mi sembra una formula “fast food”. Certo, ha portato al desiderato 9a, ma come contropartita ci sono stati alcuni casi di vie chiodate con questo “format” … francamente, impresentabili. Io non dico che uno debba avere l’esclusiva per chiodare, per carità, ma ci sono maniere diverse di inserirsi in contesti dove comunque l’arrampicata esiste da almeno trent’anni. Non so quanto, guardando in avanti, possa funzionare questa realtà. La Sardegna ha talmente tanto potenziale che non mi pare serva questo tipo approccio consumistico teso a costruire una palestra a cielo aperto. Si potrebbe fare in altra maniera. L’eventuale e conseguente invasione massiccia di climber, nata dall’oggi al domani, ecco: io la tratterei con calma. C’è il rischio di non essere in grado di gestire le persone e poi… poi bisognerebbe privilegiare le falesie che stanno cadendo a pezzi.

E sono posti conosciuti e caduti in disuso, perché finiti fuori moda, ma ancora noti, recensiti e consigliati dalle guide o dai media. Luoghi dove la manutenzione è fatta da pochi “local” e, qualche volta, si assiste alla nascita di qualche “spit” aggiunto senza un criterio. So di essere fuori dal coro, non mi vergogno a dirlo. Son forte del fatto che non ho “nulla” con nessuno. Mi pare sia un’azione commerciale che tutto sommato non mi entusiasma.

Dico questo e non vorrei che il messaggio scadesse in sterile e banale polemica. È un invito a pensare che si può fare anche diversamente.

Il ragionamento mi sembra limpido e senza secondi fini. Una critica sincera che mira a costruire. È evidente che nasce dall’amore per quello che fai. Chiunque ne voglia travisare il senso, deve rivolgere l’attenzione all’eventuale coda di paglia che si porta appresso. Non certo alle tue parole.

Piuttosto: raccontami di Batman. Come nasce questo progetto?

Il nome è in onore al pipistrello che fa da guardiano alla via.

Siamo a Orosei, in un posto bellissimo, vicino al mare. Era il 2017, avevo visto delle foto ma sono comunque rimasto impressionato dalla bellezza del granito, per pulizia e qualità.

Di Batman restava da liberare solo l’ultimo tiro, quello del tetto. Il resto l’aveva già salito Maurizio (Oviglia).

Son dovuto tornare altre due volte per salire in libera tutta la via.

Ho usato nut e friend. In cima c’è una sosta… l’unico spit è per tornare a terra.

È stata una bella sfida trovare la serenità per scalare su queste protezioni mobili.

Cosa sarebbe cambiato se avessi trovato la linea chiodata a fix?

Per quanto mi riguarda e per quanto la linea rimanga stupenda, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Io mi sento sempre in più in armonia con questo tipo di scalata… a “impatto zero”. Forse è anche per questo che riservo un posto di privilegio al boulder.

Lo stesso approccio, una certa tendenza all’”impatto zero”, l’ho tenuto con una fessura a Orotelli. Dopo averla salita con le protezioni veloci, l’ho salita con solo con i pad…

Parliamoci chiaro: non sono highball. Dopo essere tornato da Bishop non considero nemmeno di averlo mai visto un highball qui da noi. Il valore di viaggiare e di confrontarsi lo ritrovi anche in queste piccole cose, come quando guardando lo stesso boulder lo vedi diversamente e ti chiedi come mai non l’hai ancora provato senza corda…

Comunque, queste salite, queste scelte – rischiose/pericolose – rimangono percorsi personali. Si fanno solo perché si sente dentro un richiamo. Non vanno poi pubblicizzate per quello che non sono. Sono solamente ricerche personali, che portano spesso lontano dal grado ma sono in grado di dare molto sul lato privato.

Se fossi chiamato a dover tracciare un possibile futuro del “climb” in Sardegna…. Cosa faresti? Da che parte prenderesti in mano questa situazione?

Il discorso è difficile. È difficile indirizzare le masse in una direzione. In fin dei conti ci sono tanti messaggi divergenti sul modo di vivere l’arrampicata.

Faccio un esempio: ci sono aree della Gallura che non sono chiodate. La massa delle persone sembra cercare il grado più che i luoghi. Ecco: si potrebbe distribuire meglio.

Resta il fatto che arrampicare è un fatto molto personale e per mia esperienza ti dico che non è facile coltivare tutte queste varianti dell’arrampicata. A volte è un pochino frustrante.

Spesso rimani al palo, legato a una visione… e vedi gente che riesce su altre cose… Non è facile da gestire, ma questo rivela la passione per l’arrampicata. Non voglio criticare chi si concentra in una sola specialità. A me piace passare dal Frankenjura a Bishop e, tornando in Sardegna, magari aprire una linea che prima mi sembrava impossibile. Guardare il solito e vederci del nuovo. Questo concetto l’ho già detto ma riassume il lato che mi piace della scalata e di quello che faccio.

Sembra una forma di resistenza all’omologazione che piano piano sta codificando l’arrampicata. Non ti vien da pensare che bisognerebbe preservare alcuni luoghi per coltivare la possibilità di vivere questa diversità. Quando si pensa all’interesse di tutti, bisogna pensare anche agli interessi di chi non scala. E penso a te e ad altri che danno il tuo esempio, alla loro necessità di viaggiare per uscire dall’omologazione che a volte sembra come l’edera.

Ma sai, quando viaggi e ti confronti, capisci che la fessura che ritenevi impossibile, altri la salirebbero in ciabatte…. Cosi vale per i boulder alti che qualcuno farebbe anche senza pad. Il rischio è quello di rimanere risucchiato nella realtà locale. Per carità, io ci sono nato, sono contento di preservare certi tipi di valori, ma poi bisogna espandersi.

Bisogna usare la tradizione come trampolino e non come bunker per proteggersi.

Il viaggio negli U.S.A. è stato l’emozione arrampicatoria più bella della mia vita. Salire “midnight lightning” al Camp IV è stato il momento più bello della mia storia arrampicatoria. Vuoi il contesto, Ron Kauk lì presente… mi sembrava un piccolo sogno anche in forza delle piccole circostanze che lo hanno reso unico.

Riconosci al viaggio tutte queste qualità e vivi in una terra meta di viaggi.

Sarebbe bello fare della Sardegna un luogo dove incontrare tutti questi stimoli, poliedrici e variegati. Un posto in grado di tenere insieme le svariate forme dell’arrampicata.

Sì, in una sola giornata puoi passare dal boulder al “trad” e fare sera con una bella via lunga sportiva sul mare.

Io mi accorgo che veramente poche persone sono riuscite a venire qua, da fuori, e creare qualcosa che sia rimasto a livello qualitativo ed esplorativo… Ci vuole tempo per far questo e farlo è dispendioso…  a volte fare 100 metri nella macchia ti porta via una mattinata. Solo pochissimi sono riusciti a fare veramente qualcosa di questo tipo.

Coltivare questa ricerca sembrerebbe una perdita di tempo. Io dico, invece, che è investire nel tempo.

La mia verità è questa, e provo a comunicarlo anche nei social. Purtroppo, l’8b + piglia 330 like, mentre un pensiero come questo non lo caga nessuno.

Che poi la cosa buffa è che la stragrande maggioranza scala sotto il 7b… e non si capisce l’utilità di questa ricerca del prodotto “vedette”, del 9a… o meglio, si capisce molto facilmente il lavoro di marketing.

Per carità, sotto c’è un investimento. È un tentativo ma non mi fa impazzire.

Ci sono tantissimi posti dal potenziale enorme dove sono spesso da solo.

Passo intere giornate in solitaria sotto i massi e tra i rovi.

Ecco che quando vado a Rockland, trovare tanta compagnia non lo trovo nemmeno fastidioso.

Insomma, costruire certe realtà è possibile… resta solo da pensarle prima di mettersi in azione.

Filippo: ti ascolto e penso che sarebbe bello inserirsi in questo contesto selvaggio senza essere troppo invadenti. Penso che come noi ammiriamo la bellezza della natura, anche la natura possa ammirare noi. Fare come la natura: esprimere le nostre capacità… lasciando il minimo indispensabile, l’inevitabile traccia.

Io spero sempre di trovare un‘altra Batman, di salirla con ancora più consapevolezza delle mie capacità.

Passare nel modo più pulito possibile: negli ultimi anni è stato tutto un percorso di pulizia. Quello che oggi possiamo chiamare “il troppo” è stato necessario per evolvere. Le prese scavate sono state un passaggio e forse, forse, arriveremo in modo diverso esattamente da dove siamo partiti. Oggi lo chiamiamo “trad”, ma lo conosciamo da tempo…

Avere oggi la possibilità di salire in questo stile lo considero un dono prezioso, prezioso come un cristallo raro.

Hai ragione. Pur cercando di non essere troppo invadenti, qualche traccia la lasciamo inevitabilmente…

Trovare un piano di incontro sostenibile con la natura potrebbe passare da questo ragionamento. Del resto, tolti tutti i fronzoli, siamo “animali” tra gli animali.

Come loro lasciano qualche “shit”, noi lasciamo qualche spit.

Bisogna farsene una ragione.

Grazie Filippo

Andrea Tosi

P.S.

Filippo é molto attivo anche sui media e lo potete trovare sul canale Epic Tv, (https://www.epictv.com/USERS/FILIPPO-MANCA), dove periodicamente pubblica le sue scorribande verticali.

Filippo Manca: Ichnusaite di Sardegna

Filippo Manca

Ciao Filippo. Posso registrare la telefonata?

Ho appena finito di vedere “Narcos” … cosi mi metti l’ansia da registrazione…

Tranquillo: tutto sarà usato contro di te!

Sei nato in Sardegna, (Nuoro), nel 1988, scali da 12 anni e hai iniziato nella palestrina di un tuo amico… tu, che vivi nell’isola dove tutto si può dire meno che la roccia manchi, hai mosso ituoi primi passi sulla resina!

Sì, ho iniziato nella palestra del mio quartiere. Non sapevo nemmeno “si arrampicasse”.

Ho iniziato a divertirmi con questo “gioco” tirando prese, approcciandolo come uno sport qualsiasi.

Mi piaceva lo spirito che riempiva quel garage. Due pannelli di legno, frutto di un lavoro artigianale, e tanta passione. Lo stesso spirito che poi ho trovato anche in altre città e in altre palestre. Là dentro, nel garage, la voglia di tirare le prese era la stessa che a Milano.

Cosi è partito tutto… poi ho conosciuto altri amici, Grazia Fenu, Marco Caboi, Angelo Manca e altri “local nuoresi”. Ho girato le classiche falesie: Ulassai, Isili, Domusnovas… e mi son appassionato alla roccia.

Quando mi sono trasferito a Rovereto per studio, scalavo già da qualche anno. Andavo all’università e arrampicavo insieme a Grazia che in quel periodo viveva lì. Un anno dopo ho fatto il concorso per “vigile del fuoco” e, una volta assunto, ho passato altri cinque anni e mezzo a Milano.

È stata la mia più grande fortuna. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto la possibilità di scalare in altre realtà, in altri contesti. Ed eccomi qui, tornato nella mia terra, con un bel bagaglio di esperienze.

Sei vigile del fuoco: sei mai andato a spegnere incendi nei pressi delle falesie?

Ti è mai stato utile l’aver dimestichezza con l’arrampicata e con le manovre in corda.

Fortunatamente no. Facciamo spesso altri tipi di interventi.

Diciamo che l’avere una certa confidenza con l’altezza e con la gestione della tensione è sicuramente un vantaggio.

Hai lavorato anche come tracciatore a Milano?

Ho fatto i corsi per tracciare e insegnare. “Tracciatore” è una parola grossa. Diciamo che avvitavo delle prese insieme ad altri amici. Quando Enrico (Baistrocchi) si è trasferito a San Diego, ho aiutato Gabriele (Moroni) e Martino (Sala) nel lavoro in sala.

Dopo questo giro d’Italia sei tornato in Sardegna e…

Sì, son tornato da due anni e mezzo e ho ripreso in mano Luogosanto.

Penso sia l’unico vero settore di boulder in Sardegna. Sia per qualità che per numero dei passaggi saliti.

Poi ho instaurato un’amicizia con Maurizio Oviglia. Insieme abbiamo fatto tante esplorazioni e con lui ho avuto la possibilità di provare l’arrampicata in stile “trad”.

Riassumendo: hai raccolto gli ingredienti in giro per l’Italia e, una volta tornato sull’isola, ti sei messo a cuocere un gustoso “minestrone sardo” … ti mancherebbe solo l’esperienza di qualche multipitch.

In effetti ho in mente qualcosa ma non ho ancora trovato qualcuno che condivida questa mia proposta. È evidente che mi piace l’arrampicata, tutta, dal “lavorato” al “trad” passando per il boulder. Diciamo che, in base al periodo, seguo il mio istinto verticale.

Ma dimmi: il Maestrale ha portato in Sardegna i “rumors” delle discussioni francesi sul “come e dove richiodare”?

Sì, anche da noi se ne parla, basti vedere il fenomeno Ulassai…

È brutto da dire ma qui è ancora “terra di conquista”. Chi ha più energia da mettere in campo la fa da padrone. Non si è ancora arrivati a un livello critico, ma la strada imboccata sembra portare lì… diciamo che non sono persuaso dalla formula “chiodi due vie e dormi gratis”. A me sinceramente queste formule non piacciono, non le condivido e non credo possano essere una risorsa per il territorio. Mi sembra una formula “fast food”. Certo, ha portato al desiderato 9a, ma come contropartita ci sono stati alcuni casi di vie chiodate con questo “format” … francamente, impresentabili. Io non dico che uno debba avere l’esclusiva per chiodare, per carità, ma ci sono maniere diverse di inserirsi in contesti dove comunque l’arrampicata esiste da almeno trent’anni. Non so quanto, guardando in avanti, possa funzionare questa realtà. La Sardegna ha talmente tanto potenziale che non mi pare serva questo tipo approccio consumistico teso a costruire una palestra a cielo aperto. Si potrebbe fare in altra maniera. L’eventuale e conseguente invasione massiccia di climber, nata dall’oggi al domani, ecco: io la tratterei con calma. C’è il rischio di non essere in grado di gestire le persone e poi… poi bisognerebbe privilegiare le falesie che stanno cadendo a pezzi.

E sono posti conosciuti e caduti in disuso, perché finiti fuori moda, ma ancora noti, recensiti e consigliati dalle guide o dai media. Luoghi dove la manutenzione è fatta da pochi “local” e, qualche volta, si assiste alla nascita di qualche “spit” aggiunto senza un criterio. So di essere fuori dal coro, non mi vergogno a dirlo. Son forte del fatto che non ho “nulla” con nessuno. Mi pare sia un’azione commerciale che tutto sommato non mi entusiasma.

Dico questo e non vorrei che il messaggio scadesse in sterile e banale polemica. È un invito a pensare che si può fare anche diversamente.

Il ragionamento mi sembra limpido e senza secondi fini. Una critica sincera che mira a costruire. È evidente che nasce dall’amore per quello che fai. Chiunque ne voglia travisare il senso, deve rivolgere l’attenzione all’eventuale coda di paglia che si porta appresso. Non certo alle tue parole.

Piuttosto: raccontami di Batman. Come nasce questo progetto?

Il nome è in onore al pipistrello che fa da guardiano alla via.

Siamo a Orosei, in un posto bellissimo, vicino al mare. Era il 2017, avevo visto delle foto ma sono comunque rimasto impressionato dalla bellezza del granito, per pulizia e qualità.

Di Batman restava da liberare solo l’ultimo tiro, quello del tetto. Il resto l’aveva già salito Maurizio (Oviglia).

Son dovuto tornare altre due volte per salire in libera tutta la via.

Ho usato nut e friend. In cima c’è una sosta… l’unico spit è per tornare a terra.

È stata una bella sfida trovare la serenità per scalare su queste protezioni mobili.

Cosa sarebbe cambiato se avessi trovato la linea chiodata a fix?

Per quanto mi riguarda e per quanto la linea rimanga stupenda, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Io mi sento sempre in più in armonia con questo tipo di scalata… a “impatto zero”. Forse è anche per questo che riservo un posto di privilegio al boulder.

Lo stesso approccio, una certa tendenza all’”impatto zero”, l’ho tenuto con una fessura a Orotelli. Dopo averla salita con le protezioni veloci, l’ho salita con solo con i pad…

Parliamoci chiaro: non sono highball. Dopo essere tornato da Bishop non considero nemmeno di averlo mai visto un highball qui da noi. Il valore di viaggiare e di confrontarsi lo ritrovi anche in queste piccole cose, come quando guardando lo stesso boulder lo vedi diversamente e ti chiedi come mai non l’hai ancora provato senza corda…

Comunque, queste salite, queste scelte – rischiose/pericolose – rimangono percorsi personali. Si fanno solo perché si sente dentro un richiamo. Non vanno poi pubblicizzate per quello che non sono. Sono solamente ricerche personali, che portano spesso lontano dal grado ma sono in grado di dare molto sul lato privato.

Se fossi chiamato a dover tracciare un possibile futuro del “climb” in Sardegna…. Cosa faresti? Da che parte prenderesti in mano questa situazione?

Il discorso è difficile. È difficile indirizzare le masse in una direzione. In fin dei conti ci sono tanti messaggi divergenti sul modo di vivere l’arrampicata.

Faccio un esempio: ci sono aree della Gallura che non sono chiodate. La massa delle persone sembra cercare il grado più che i luoghi. Ecco: si potrebbe distribuire meglio.

Resta il fatto che arrampicare è un fatto molto personale e per mia esperienza ti dico che non è facile coltivare tutte queste varianti dell’arrampicata. A volte è un pochino frustrante.

Spesso rimani al palo, legato a una visione… e vedi gente che riesce su altre cose… Non è facile da gestire, ma questo rivela la passione per l’arrampicata. Non voglio criticare chi si concentra in una sola specialità. A me piace passare dal Frankenjura a Bishop e, tornando in Sardegna, magari aprire una linea che prima mi sembrava impossibile. Guardare il solito e vederci del nuovo. Questo concetto l’ho già detto ma riassume il lato che mi piace della scalata e di quello che faccio.

Sembra una forma di resistenza all’omologazione che piano piano sta codificando l’arrampicata. Non ti vien da pensare che bisognerebbe preservare alcuni luoghi per coltivare la possibilità di vivere questa diversità. Quando si pensa all’interesse di tutti, bisogna pensare anche agli interessi di chi non scala. E penso a te e ad altri che danno il tuo esempio, alla loro necessità di viaggiare per uscire dall’omologazione che a volte sembra come l’edera.

Ma sai, quando viaggi e ti confronti, capisci che la fessura che ritenevi impossibile, altri la salirebbero in ciabatte…. Cosi vale per i boulder alti che qualcuno farebbe anche senza pad. Il rischio è quello di rimanere risucchiato nella realtà locale. Per carità, io ci sono nato, sono contento di preservare certi tipi di valori, ma poi bisogna espandersi.

Bisogna usare la tradizione come trampolino e non come bunker per proteggersi.

Il viaggio negli U.S.A. è stato l’emozione arrampicatoria più bella della mia vita. Salire “midnight lightning” al Camp IV è stato il momento più bello della mia storia arrampicatoria. Vuoi il contesto, Ron Kauk lì presente… mi sembrava un piccolo sogno anche in forza delle piccole circostanze che lo hanno reso unico.

Riconosci al viaggio tutte queste qualità e vivi in una terra meta di viaggi.

Sarebbe bello fare della Sardegna un luogo dove incontrare tutti questi stimoli, poliedrici e variegati. Un posto in grado di tenere insieme le svariate forme dell’arrampicata.

Sì, in una sola giornata puoi passare dal boulder al “trad” e fare sera con una bella via lunga sportiva sul mare.

Io mi accorgo che veramente poche persone sono riuscite a venire qua, da fuori, e creare qualcosa che sia rimasto a livello qualitativo ed esplorativo… Ci vuole tempo per far questo e farlo è dispendioso…  a volte fare 100 metri nella macchia ti porta via una mattinata. Solo pochissimi sono riusciti a fare veramente qualcosa di questo tipo.

Coltivare questa ricerca sembrerebbe una perdita di tempo. Io dico, invece, che è investire nel tempo.

La mia verità è questa, e provo a comunicarlo anche nei social. Purtroppo, l’8b + piglia 330 like, mentre un pensiero come questo non lo caga nessuno.

Che poi la cosa buffa è che la stragrande maggioranza scala sotto il 7b… e non si capisce l’utilità di questa ricerca del prodotto “vedette”, del 9a… o meglio, si capisce molto facilmente il lavoro di marketing.

Per carità, sotto c’è un investimento. È un tentativo ma non mi fa impazzire.

Ci sono tantissimi posti dal potenziale enorme dove sono spesso da solo.

Passo intere giornate in solitaria sotto i massi e tra i rovi.

Ecco che quando vado a Rockland, trovare tanta compagnia non lo trovo nemmeno fastidioso.

Insomma, costruire certe realtà è possibile… resta solo da pensarle prima di mettersi in azione.

Filippo: ti ascolto e penso che sarebbe bello inserirsi in questo contesto selvaggio senza essere troppo invadenti. Penso che come noi ammiriamo la bellezza della natura, anche la natura possa ammirare noi. Fare come la natura: esprimere le nostre capacità… lasciando il minimo indispensabile, l’inevitabile traccia.

Io spero sempre di trovare un‘altra Batman, di salirla con ancora più consapevolezza delle mie capacità.

Passare nel modo più pulito possibile: negli ultimi anni è stato tutto un percorso di pulizia. Quello che oggi possiamo chiamare “il troppo” è stato necessario per evolvere. Le prese scavate sono state un passaggio e forse, forse, arriveremo in modo diverso esattamente da dove siamo partiti. Oggi lo chiamiamo “trad”, ma lo conosciamo da tempo…

Avere oggi la possibilità di salire in questo stile lo considero un dono prezioso, prezioso come un cristallo raro.

Hai ragione. Pur cercando di non essere troppo invadenti, qualche traccia la lasciamo inevitabilmente…

Trovare un piano di incontro sostenibile con la natura potrebbe passare da questo ragionamento. Del resto, tolti tutti i fronzoli, siamo “animali” tra gli animali.

Come loro lasciano qualche “shit”, noi lasciamo qualche spit.

Bisogna farsene una ragione.

Grazie Filippo

Andrea Tosi

P.S.

Filippo é molto attivo anche sui media e lo potete trovare sul canale Epic Tv, (https://www.epictv.com/USERS/FILIPPO-MANCA), dove periodicamente pubblica le sue scorribande verticali.

Filippo Manca: Ichnusaite di Sardegna

Filippo Manca

Ciao Filippo. Posso registrare la telefonata?

Ho appena finito di vedere “Narcos” … cosi mi metti l’ansia da registrazione…

Tranquillo: tutto sarà usato contro di te!

Sei nato in Sardegna, (Nuoro), nel 1988, scali da 12 anni e hai iniziato nella palestrina di un tuo amico… tu, che vivi nell’isola dove tutto si può dire meno che la roccia manchi, hai mosso ituoi primi passi sulla resina!

Sì, ho iniziato nella palestra del mio quartiere. Non sapevo nemmeno “si arrampicasse”.

Ho iniziato a divertirmi con questo “gioco” tirando prese, approcciandolo come uno sport qualsiasi.

Mi piaceva lo spirito che riempiva quel garage. Due pannelli di legno, frutto di un lavoro artigianale, e tanta passione. Lo stesso spirito che poi ho trovato anche in altre città e in altre palestre. Là dentro, nel garage, la voglia di tirare le prese era la stessa che a Milano.

Cosi è partito tutto… poi ho conosciuto altri amici, Grazia Fenu, Marco Caboi, Angelo Manca e altri “local nuoresi”. Ho girato le classiche falesie: Ulassai, Isili, Domusnovas… e mi son appassionato alla roccia.

Quando mi sono trasferito a Rovereto per studio, scalavo già da qualche anno. Andavo all’università e arrampicavo insieme a Grazia che in quel periodo viveva lì. Un anno dopo ho fatto il concorso per “vigile del fuoco” e, una volta assunto, ho passato altri cinque anni e mezzo a Milano.

È stata la mia più grande fortuna. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto la possibilità di scalare in altre realtà, in altri contesti. Ed eccomi qui, tornato nella mia terra, con un bel bagaglio di esperienze.

Sei vigile del fuoco: sei mai andato a spegnere incendi nei pressi delle falesie?

Ti è mai stato utile l’aver dimestichezza con l’arrampicata e con le manovre in corda.

Fortunatamente no. Facciamo spesso altri tipi di interventi.

Diciamo che l’avere una certa confidenza con l’altezza e con la gestione della tensione è sicuramente un vantaggio.

Hai lavorato anche come tracciatore a Milano?

Ho fatto i corsi per tracciare e insegnare. “Tracciatore” è una parola grossa. Diciamo che avvitavo delle prese insieme ad altri amici. Quando Enrico (Baistrocchi) si è trasferito a San Diego, ho aiutato Gabriele (Moroni) e Martino (Sala) nel lavoro in sala.

Dopo questo giro d’Italia sei tornato in Sardegna e…

Sì, son tornato da due anni e mezzo e ho ripreso in mano Luogosanto.

Penso sia l’unico vero settore di boulder in Sardegna. Sia per qualità che per numero dei passaggi saliti.

Poi ho instaurato un’amicizia con Maurizio Oviglia. Insieme abbiamo fatto tante esplorazioni e con lui ho avuto la possibilità di provare l’arrampicata in stile “trad”.

Riassumendo: hai raccolto gli ingredienti in giro per l’Italia e, una volta tornato sull’isola, ti sei messo a cuocere un gustoso “minestrone sardo” … ti mancherebbe solo l’esperienza di qualche multipitch.

In effetti ho in mente qualcosa ma non ho ancora trovato qualcuno che condivida questa mia proposta. È evidente che mi piace l’arrampicata, tutta, dal “lavorato” al “trad” passando per il boulder. Diciamo che, in base al periodo, seguo il mio istinto verticale.

Ma dimmi: il Maestrale ha portato in Sardegna i “rumors” delle discussioni francesi sul “come e dove richiodare”?

Sì, anche da noi se ne parla, basti vedere il fenomeno Ulassai…

È brutto da dire ma qui è ancora “terra di conquista”. Chi ha più energia da mettere in campo la fa da padrone. Non si è ancora arrivati a un livello critico, ma la strada imboccata sembra portare lì… diciamo che non sono persuaso dalla formula “chiodi due vie e dormi gratis”. A me sinceramente queste formule non piacciono, non le condivido e non credo possano essere una risorsa per il territorio. Mi sembra una formula “fast food”. Certo, ha portato al desiderato 9a, ma come contropartita ci sono stati alcuni casi di vie chiodate con questo “format” … francamente, impresentabili. Io non dico che uno debba avere l’esclusiva per chiodare, per carità, ma ci sono maniere diverse di inserirsi in contesti dove comunque l’arrampicata esiste da almeno trent’anni. Non so quanto, guardando in avanti, possa funzionare questa realtà. La Sardegna ha talmente tanto potenziale che non mi pare serva questo tipo approccio consumistico teso a costruire una palestra a cielo aperto. Si potrebbe fare in altra maniera. L’eventuale e conseguente invasione massiccia di climber, nata dall’oggi al domani, ecco: io la tratterei con calma. C’è il rischio di non essere in grado di gestire le persone e poi… poi bisognerebbe privilegiare le falesie che stanno cadendo a pezzi.

E sono posti conosciuti e caduti in disuso, perché finiti fuori moda, ma ancora noti, recensiti e consigliati dalle guide o dai media. Luoghi dove la manutenzione è fatta da pochi “local” e, qualche volta, si assiste alla nascita di qualche “spit” aggiunto senza un criterio. So di essere fuori dal coro, non mi vergogno a dirlo. Son forte del fatto che non ho “nulla” con nessuno. Mi pare sia un’azione commerciale che tutto sommato non mi entusiasma.

Dico questo e non vorrei che il messaggio scadesse in sterile e banale polemica. È un invito a pensare che si può fare anche diversamente.

Il ragionamento mi sembra limpido e senza secondi fini. Una critica sincera che mira a costruire. È evidente che nasce dall’amore per quello che fai. Chiunque ne voglia travisare il senso, deve rivolgere l’attenzione all’eventuale coda di paglia che si porta appresso. Non certo alle tue parole.

Piuttosto: raccontami di Batman. Come nasce questo progetto?

Il nome è in onore al pipistrello che fa da guardiano alla via.

Siamo a Orosei, in un posto bellissimo, vicino al mare. Era il 2017, avevo visto delle foto ma sono comunque rimasto impressionato dalla bellezza del granito, per pulizia e qualità.

Di Batman restava da liberare solo l’ultimo tiro, quello del tetto. Il resto l’aveva già salito Maurizio (Oviglia).

Son dovuto tornare altre due volte per salire in libera tutta la via.

Ho usato nut e friend. In cima c’è una sosta… l’unico spit è per tornare a terra.

È stata una bella sfida trovare la serenità per scalare su queste protezioni mobili.

Cosa sarebbe cambiato se avessi trovato la linea chiodata a fix?

Per quanto mi riguarda e per quanto la linea rimanga stupenda, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Io mi sento sempre in più in armonia con questo tipo di scalata… a “impatto zero”. Forse è anche per questo che riservo un posto di privilegio al boulder.

Lo stesso approccio, una certa tendenza all’”impatto zero”, l’ho tenuto con una fessura a Orotelli. Dopo averla salita con le protezioni veloci, l’ho salita con solo con i pad…

Parliamoci chiaro: non sono highball. Dopo essere tornato da Bishop non considero nemmeno di averlo mai visto un highball qui da noi. Il valore di viaggiare e di confrontarsi lo ritrovi anche in queste piccole cose, come quando guardando lo stesso boulder lo vedi diversamente e ti chiedi come mai non l’hai ancora provato senza corda…

Comunque, queste salite, queste scelte – rischiose/pericolose – rimangono percorsi personali. Si fanno solo perché si sente dentro un richiamo. Non vanno poi pubblicizzate per quello che non sono. Sono solamente ricerche personali, che portano spesso lontano dal grado ma sono in grado di dare molto sul lato privato.

Se fossi chiamato a dover tracciare un possibile futuro del “climb” in Sardegna…. Cosa faresti? Da che parte prenderesti in mano questa situazione?

Il discorso è difficile. È difficile indirizzare le masse in una direzione. In fin dei conti ci sono tanti messaggi divergenti sul modo di vivere l’arrampicata.

Faccio un esempio: ci sono aree della Gallura che non sono chiodate. La massa delle persone sembra cercare il grado più che i luoghi. Ecco: si potrebbe distribuire meglio.

Resta il fatto che arrampicare è un fatto molto personale e per mia esperienza ti dico che non è facile coltivare tutte queste varianti dell’arrampicata. A volte è un pochino frustrante.

Spesso rimani al palo, legato a una visione… e vedi gente che riesce su altre cose… Non è facile da gestire, ma questo rivela la passione per l’arrampicata. Non voglio criticare chi si concentra in una sola specialità. A me piace passare dal Frankenjura a Bishop e, tornando in Sardegna, magari aprire una linea che prima mi sembrava impossibile. Guardare il solito e vederci del nuovo. Questo concetto l’ho già detto ma riassume il lato che mi piace della scalata e di quello che faccio.

Sembra una forma di resistenza all’omologazione che piano piano sta codificando l’arrampicata. Non ti vien da pensare che bisognerebbe preservare alcuni luoghi per coltivare la possibilità di vivere questa diversità. Quando si pensa all’interesse di tutti, bisogna pensare anche agli interessi di chi non scala. E penso a te e ad altri che danno il tuo esempio, alla loro necessità di viaggiare per uscire dall’omologazione che a volte sembra come l’edera.

Ma sai, quando viaggi e ti confronti, capisci che la fessura che ritenevi impossibile, altri la salirebbero in ciabatte…. Cosi vale per i boulder alti che qualcuno farebbe anche senza pad. Il rischio è quello di rimanere risucchiato nella realtà locale. Per carità, io ci sono nato, sono contento di preservare certi tipi di valori, ma poi bisogna espandersi.

Bisogna usare la tradizione come trampolino e non come bunker per proteggersi.

Il viaggio negli U.S.A. è stato l’emozione arrampicatoria più bella della mia vita. Salire “midnight lightning” al Camp IV è stato il momento più bello della mia storia arrampicatoria. Vuoi il contesto, Ron Kauk lì presente… mi sembrava un piccolo sogno anche in forza delle piccole circostanze che lo hanno reso unico.

Riconosci al viaggio tutte queste qualità e vivi in una terra meta di viaggi.

Sarebbe bello fare della Sardegna un luogo dove incontrare tutti questi stimoli, poliedrici e variegati. Un posto in grado di tenere insieme le svariate forme dell’arrampicata.

Sì, in una sola giornata puoi passare dal boulder al “trad” e fare sera con una bella via lunga sportiva sul mare.

Io mi accorgo che veramente poche persone sono riuscite a venire qua, da fuori, e creare qualcosa che sia rimasto a livello qualitativo ed esplorativo… Ci vuole tempo per far questo e farlo è dispendioso…  a volte fare 100 metri nella macchia ti porta via una mattinata. Solo pochissimi sono riusciti a fare veramente qualcosa di questo tipo.

Coltivare questa ricerca sembrerebbe una perdita di tempo. Io dico, invece, che è investire nel tempo.

La mia verità è questa, e provo a comunicarlo anche nei social. Purtroppo, l’8b + piglia 330 like, mentre un pensiero come questo non lo caga nessuno.

Che poi la cosa buffa è che la stragrande maggioranza scala sotto il 7b… e non si capisce l’utilità di questa ricerca del prodotto “vedette”, del 9a… o meglio, si capisce molto facilmente il lavoro di marketing.

Per carità, sotto c’è un investimento. È un tentativo ma non mi fa impazzire.

Ci sono tantissimi posti dal potenziale enorme dove sono spesso da solo.

Passo intere giornate in solitaria sotto i massi e tra i rovi.

Ecco che quando vado a Rockland, trovare tanta compagnia non lo trovo nemmeno fastidioso.

Insomma, costruire certe realtà è possibile… resta solo da pensarle prima di mettersi in azione.

Filippo: ti ascolto e penso che sarebbe bello inserirsi in questo contesto selvaggio senza essere troppo invadenti. Penso che come noi ammiriamo la bellezza della natura, anche la natura possa ammirare noi. Fare come la natura: esprimere le nostre capacità… lasciando il minimo indispensabile, l’inevitabile traccia.

Io spero sempre di trovare un‘altra Batman, di salirla con ancora più consapevolezza delle mie capacità.

Passare nel modo più pulito possibile: negli ultimi anni è stato tutto un percorso di pulizia. Quello che oggi possiamo chiamare “il troppo” è stato necessario per evolvere. Le prese scavate sono state un passaggio e forse, forse, arriveremo in modo diverso esattamente da dove siamo partiti. Oggi lo chiamiamo “trad”, ma lo conosciamo da tempo…

Avere oggi la possibilità di salire in questo stile lo considero un dono prezioso, prezioso come un cristallo raro.

Hai ragione. Pur cercando di non essere troppo invadenti, qualche traccia la lasciamo inevitabilmente…

Trovare un piano di incontro sostenibile con la natura potrebbe passare da questo ragionamento. Del resto, tolti tutti i fronzoli, siamo “animali” tra gli animali.

Come loro lasciano qualche “shit”, noi lasciamo qualche spit.

Bisogna farsene una ragione.

Grazie Filippo

Andrea Tosi

P.S.

Filippo é molto attivo anche sui media e lo potete trovare sul canale Epic Tv, (https://www.epictv.com/USERS/FILIPPO-MANCA), dove periodicamente pubblica le sue scorribande verticali.

Mass Espo

LE SBERLE DI ČRNI KAL / ČRNI KAL SLAPS

“Facciamo questa? È scritto 5a … Levičarka…”
Guardo dubbioso, storco un poco il muso… vaghi ricordi riaffiorano nella mia mente.
Ricordi di un tempo in cui vivevo una vita da alpinista triestino.
Tempi in cui Heinz non aveva ancora eletto Arco come suo domicilio permanente e in cui ancora non conoscevo, neppure di nome, Diego, Luca e Roly e, forse, erano poi in pochi quelli che già ne conoscevano il nome e le vie.
Tempi soprattutto in cui ero giovane, in cui ci si spostava poco e verso mete per lo più classiche ed importanti e quasi mai nelle stagioni intermedie.
Tempi in cui lo spit, come lo intendiamo oggi, aveva fatto la sua comparsa da poco, in cui l’idea di non tirare un chiodo per progredire era rivoluzionaria. Tempi in cui il settimo grado era ancora un mito e volare arrampicando non era necessariamente una cosa che si poteva fare due volte nella vita.
Erano tempi però in cui qualche amico già faceva l’ottoa e tutti quanti ci rendevamo conto che il nostro mondo stava cambiando.
Tempi in cui la falesia si chiamava palestra e se facevi 2 tiri uno sopra l’altro facevi una via indipendentemente se eri al mare o in Monte Bianco, se ci fosse una fila di chiodi o il nulla conficcato nella roccia.
Tempi in cui eri quasi sempre attorno a casa ad allenarti con l’unico scopo di andare in estate in montagna a fare 25/30 vie, non di più. Una più dura e ingaggiosa dell’altra.
I tempi delle infinite ripetute sullo Scudo e delle grandi adunate in Napo alla sera.
Poi i tempi cambiano. Cambiano le conoscenze, cambiano le possibilità. E così si scopre un’altra vita. Una vita in cui la falesia non esiste. Non perché l’abbiano eliminata o vietata. Semplicemente perché, per le difficoltà che fai, non serve andarci, ma puoi andare a fare vie tutto l’anno. Perché gli amici che hai non ci sono mai andati in falesia e hanno dei curriculum alpinistici da far paura.
Non ci vai semplicemente perché ti diverti di più a far vie e, in fondo, ti tieni uguale.

Il problema è che se ti innamori di questa vita ed abiti a Trieste qualche chilometro ogni settimana lo devi pur fare. E alla lunga anche questo logora come un lavoro.
Poi i tempi cambiano ancora e, quel che è peggio, oltre a cambiare ti passano avanti. E così un bel giorno, o forse è un giorno brutto ma bisogna esser positivi sempre, capisci che per andare avanti bisogna ritornare alle origini. Capisci che 80/100 vie all’anno, il minimo per considerarsi uno che arrampica e non un normale FF*, sono troppo stancanti e non riesci più a tenere un livello mediamente decente, non secondo i parametri di oggi, ma nemmeno secondo i blandi parametri della tua generazione. Capisci che il viaggio pesa troppo. Che bisogna tirare il fiato.
Già il fiato… perché fra una via e l’altra ci sono le montagne innevate e non da salire. Non è che ci si ferma a riposare su gite da mille o meno metri.
Cambiano, anche, i tempi perché cambiamo anche noi. Perché chi prima c’era adesso non c’è più vicino a te, perché le esperienze passate ci fanno evolvere, ma a volte si evolve talmente tanto da involvere dentro quasi come un tuffo nel mare con l’ancora ai piedi, diventando prigionieri di sé stessi.
I tempi cambiano perché quando per un attimo ti fermi e scruti l’orizzonte scopri che una parte importante del tuo mondo non hai mai trovato il tempo, la voglia o la capacità di andarlo a conoscere. E sai che non puoi morire senza averci almeno provato a salire qualcuna di quelle vie, su quelle montagne…
A volte allora bisogna ritornare all’inizio. Ripercorrere le tappe della vita, o almeno alcune, riscoprire il tuo vecchio mondo con negli occhi, nel cuore e nelle mani l’esperienza della vita vissuta, di quel migliaio e passa di salite che non potranno mai uscire dalle tue sensazioni.
Il mondo a Trieste ricomincia dalla falesia. Ed è un mondo duro. Perché in falesia non si va per divertirsi. Si va per stringere gli appigli. Per chiudere le vie. Quelle che quasi non riesci a fare. Il duro per il duro.
Ricomincia dalle falesie storiche di allora, oggi ce ne sono 4 volte tante, enne migliaia tiri in una cinquantina di chilometri di raggio affacciati sul mare. Calcare quasi sempre perfetto e tanto acido lattico da produrre. Quelle falesie in cui i gradi non li ha dati Babbo Natale ma qualcuno che veniva dalla montagna e oltre ai grandi avambracci aveva molto grandi le parti nascoste dall’imbrago, soprattutto se veniva dall’est…
Ogni falesia allora aveva il suo perché. Non si andava ad arrampicare in un posto a caso. Si seguiva un percorso, stagionale e totale, di allenamento e miglioramento. Dita, braccia, impostazione, testa. Movimenti ripetuti decine di volte su centinaia di tiri dietro casa. Discussi ed analizzati con gli amici di allora. E poi, ogni tanto, serviva un posto dove poter vedere i miglioramenti. Un posto dove non andare quasi mai. Un posto che quando andavi ricordavi poco o nulla delle vie, dei movimenti, dei passaggi. Un posto di cui non parlavi con gli amici sezionando ogni movimento. Un posto dove tirare alla morte per vedere “se eri pronto”.
Quel posto per me era ČRNI KAL.
Ci sono stato a Črni Kal in questi ultimi 20 anni da alpinista giramondo. Non è che non sono proprio mai andato in falesia a casa in tutti questi anni. Ma ci andavo con un’altra testa, cercando le vie nuove, quelle più belle e meno rognose, senza una meta precisa. Per seguire qualche amico o per passare mezza giornata di semi svacco fra una via e un’altra. Si, forse 7/9 anni fa, in un pomeriggio dopo lavoro, invitato da un amico, mi son trovato là a chiudere al primo giro mettendo i rinvii, forse a vista, un paio di vie che non ricordavo nemmeno di aver mai fatto su un grado che mai avrei pensato in quel momento di avere, a Črni Kal poi. Ma è stato un caso. La testa era altrove…
Ora però, all’inizio di questo nuovo percorso alpinistico della mia vita, con gli anni che pesano, ho bisogno di avere dei punti di riferimento. Capire effettivamente dove sono, rispetto allora e rispetto al mondo. L’età, l’allenamento. Le motivazioni. Tutto cambia. Serve un punto fisso da cui ripartire.

Un parametro che si ricolleghi ai parametri di ieri, quelli a vista o quasi, non quelli lavorati a memoria, di fatto poco utili in montagna.
La cengia ad un paio di metri da terra da una sensazione di montagna. Il sole illumina la parete. Fa quasi caldo in questo gennaio strambo, senza neve e senza freddo. Preferirei provare il 6a a destra. Almeno se mi fermo ho la scusa del grado e degli appigli piccoli. Sono ancora freddo. Due tiri facili in penombra non bastano più per carburare. Ormai il diesel del mio motore ha bisogno di tanta strada per erogare un po’ di potenza.
Guardo ancora la parete. I nomi non me li ricordo ormai più da anni. Non solo i nomi sloveni o tedeschi. Ormai anche semplici e famosi nomi italiani di posti e persone sono un muro bianco nella mia mente. Ma i movimenti, le sensazioni, le vie, le rogne soprattutto, si quelle, sono indelebili nella mia mente, come l’ultima doppia della Trieste trovata al buio senza esitare come fosse stata un faro lampeggiante.
So che farò meglio il 5c a sinistra dopo, con i muscoli e la mente caldi, ma ora non ho alternative che prendere la fessura obliqua a destra ed iniziare a salire questo 5a, che so essere perfettamente in linea con i gradi di allora del resto del nostro territorio, quei gradi che ci davano un’ignoranza arrogante talmente forte da farci andare decisi ovunque dove non c’era nulla in parete e da farci cagare sotto a provare qualsiasi via con un 6 davanti se aveva tanti (relativamente) spit dentro.
Fessura strapiombante rovescia, appoggi in placca pochi, svasi e lisci.
Incastro il pugno stile granito per non distruggere le braccia, serve a poco ma fa figo e mi ricorda la California. Un blocco. Un bel allungo per raggiungere l’appiglio che chiude la sequenza e arrivare ben ghisati al tetto finale, protetto male. I resinati proseguono a sinistra, non ho ricordi di questo e nelle nebbie che avvolgono il mio cervello uno spazio di luce che forse si tratti di una variante si insinua.
Desno je dobro…
un aiuto insperato che rafforza la mia visione di un grande appiglione a destra. Guardo sotto per sistemare il piede sinistro. Vedo che il resinato è bello, lucente e vicino alla Pantera. Troppo vicino. E la catena è un metro e mezzo sopra. Oltre il tetto, direi sul bordo. Non so se sia etico, o sia rubare ma il chiodo che ho davanti al naso della via di destra sembra fatto apposta per farmi tornare a casa intero. Passo il chiodo, prendo il bordo del tetto e alzo i piedi. Appiglione come supposto. Catena.
10 metri. 5a francese V+ U.I.A.A. versione slovena
Tutto very old school.
Allegria!!!
E ben tornato a casa Espo.

14 gennaio 2019
Massimo Esposito

*FF: chi sa sa, e chi non sa vuol dire che non è nessuno per sapere e non occorre che sappia…