Debela Pec: le Giulie a nord

Debela Pec
Debela Pec

Shomèr ma mi-llailah *

La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato…

Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete, ridomandate, tornate ancora se
lo volete, non vi stancate…”

La vibrazione scuote il polso e libera la mente da questa notte insonne. L’abbaino mostra una pallidissima luce.

La notte sta per finire. Calzini e pantaloncini. Il bello dell’estate.

Al buio trovo la botola e scendo la scala di questo rifugio d’altri tempi. La luce elettrica facilita l’arrivo al piano inferiore e poi fuori. In maglietta all’alba, un’altra radiosa alba di questa caldissima estate.

Zaino pesante. Tanta acqua. Il brutto dell’estate.

Qua le valli sono piatte ma i versanti sono molto ripidi. Pochi metri dal rifugio ed il sentiero si inerpica nella faggeta.
Stagliata contro il cielo la cima e la grande parete. Grande? Tutto è relativo.
Questa non è la più corta ma quella più facilmente raggiungibile delle pareti nord delle Giulie
dell’Est.

1200 metri di dislivello dal fondovalle della valle Krma alla cimdel Debela Pec. 600 di sentiero, 200 di zoccolo, 400 di via. Il sentiero di caccia ormai è usato solo dagli alpinisti che frequentano in buon numero la parete. Decine di vie. Quasi un dedalo da falesia. Sale rapido e agevole prima nel bosco e poi esce nella mughera. La parete risplende nel chiarore dell’alba.
Fa caldo. Ci cambiamo senza vestirci. Casco imbrago. Martello.

Quanto tempo che non ti portavo in gita fedele compagno dal manico giallo. Inizio lo zoccolo. La roccia è abbastanza buona per essere uno zoccolo, liscia e lavata dalle colate
di acqua. La via sale un poco diritta e un poco in obliquo. Ci sono delle calate che aiutano a trovare la strada.

Gli americani della settimana prima… capiamo subito che lo schizzo non aiuta molto. Come sempre le indicazioni sono minime e le proporzioni non sono molto rispettate. Però il tetto sopra la nostra testa è evidente, così come l’albero sulla cresta 50 metri a sinistra. Meno evidente risulta trovare dove attraversare. Vedo una calata su quella che sembra una
cengia. La cengia in effetti c’è ma va a destra. A sinistra bisogna arrampicare e calarsi alcuni metri. Fango e marcio. Dovrebbe esser tutto primo grado fino al camino dove iniziano le difficoltà.

Le mitiche relazioni slovene però hanno un altro concetto di facile, di distanza e di proporzioni. Siamo ormai quasi cento metri sopra le ghiaie. Un bel salto.

“Sono da secoli o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace, non so più dire da quanto sento angoscia o pace, coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare…”

Scendo. Mughi. Albero. Cordone.
Quindi almeno siamo giusti, il che in una parete che è un reticolo di vie è un concetto molto astratto. Ma la nostra è la gran classica e la più facile. Basta andare dove è più facile. Saliamo ancora facilmente verso una gran forcella. E poi … e poi salire. Ora la roccia è marciotta, piena di erba umida per la notte. Qualche traccia di sporco sugli appoggi. Ce ne sono ovunque. Qua si va su dappertutto o da nessuna parte. Ma solo sul percorso si trovano le soste e i chiodi di via.

Cengetta sosta. Guardo lo schizzo. Forse abbiamo evitato il camino a destra; pare strano che siamo così in alto. Ma la base è lontana…
Certo qua di primo grado ne abbiamo visto ben poco, e non sempre il secondo è
così facile come dovrebbe. Sarà lo zaino con 4 litri di acqua ed i vestiti; sarà che non ricordo più da quanto tempo non sono dentro una bestia così grande. Sarà che devo parlare inglese, cosa che mi viene difficile già coi piedi a terra. Guardo su. Fessura obliqua a sinistra. Verticale. C’è pure un chiodo di passaggio. Sarà anche primo grado, ma non gli assomiglia. Tiriamo giù
le corde. La base è lontana. La cima anche. Sono in sosta. Ana su questo terreno va su come sulle scale mobili. Io con lo zaino stra pesante da secondo riesco ancora a salire con un ritmo decente. Terremo questo assetto fino alla fine, tranne un tiro di trasferimento.

Din din din.. cavoli se già alla prima sosta c’è da chiodare diventerà lunga la storia. Qualche tiro facile, più da cercare che arrampicare e arriviamo sotto al famoso camino dove in teoria iniziano le difficoltà. Lo schizzo dice terzo grado. Vado ancora slegato sul terzo grado, anche ora che non arrampico da un bel po’ di tempo. Qua ci sono 4 chiodi in 10 metri e un bel strapiombo. Ma la roccia è buona, rugosa e appigliata. Potrei azzardare un IV- ma tutto sommato importa poco. Ci son 400 metri sopra di noi.
Di dislivello non di sviluppo perché qua ad est le relazioni vanno ancora per dislivello. Ancora qualche tiro e siamo sulla grande terrazza. Vado avanti io, almeno di cercare la via sono ancora capace.

Shomèr ma mi-llailah

« Sono 30 metri sopra la sosta non si vede nulla. Si può andare ovunque. Passeranno almeno 5 vie da questo posto. Un incrocio tipo svincolo della A1 a Bologna. Cerco le tracce sulle rocce. Conca, nevaio, fango, roccia sporca. Le trovo dove mi pareva più logico e recupero il
mio Leader. Parliamo in un misto che ha poco senso. Dire « sosta » è più facile di dire
 » belay » e « climb » sicuramente più intuitivo di dire »parto ». Veruje per ora rimane
fuori gioco, almeno fino alla cima.

Ancora 2 tiretti di secondo e terzo con alcuni passaggi vispi dove devo pure arrampicare e non solo salire e siamo alla base del tiro chiave. Un bel camino verticale e a momenti liscio e unto. Quarto grado. Una sfilza di chiodi. E già che è risaputo che sul quarto gli sloveni chiodano tanto. Mah. Slovenske Stene. Bella raccolta di capolavori ma dovrebbe esser un libro obbligatorio da leggere a tutti quelli che sbanfano in falesia.

Arrivo in sosta. Un bel camino.
Non si direbbe. Tutto in spaccata appoggi e appigli. Sosta a destra in pieno sole. Sarà l’unica per fortuna. Un bel tiro e poi iniziano quelli di terzo grado. Non so se ridere o piangere. Qua è pure roccia marcia. Un traverso a sinistra su una cornice obliqua. Una quindicina di metri, un chiodo.
Leggermente strapiombante. La corda va in ansa. Quindi strapiomba e dentro non c’è nulla. Non mi succedeva dalla KCF e il ricordo di Leo non aiuta su questo traverso. Sinceramente mai avrei pensato su un tiro di III di vedere la corda così. Segue un tiro di camino relativamente tranquillo e siamo sulla cengia dove iniziano i tiri finali.

Qualcuno ha cannato di brutto.
Alcuni chiodi nuovi, piantati mezzi fuori traversano basso verso una placconata verticale e liscia. La via giusta invece sale prima diritta e poi traversa in obliquo a sinistra a prendere una rampa obliqua. Qua è IV ma la corda continua imperterrita a fare ansa e penzolare nel vuoto.

Esco dallo strapiombo. E mi trovo davanti una placconata bellissima solcata da una fessura esile 50 metri a destra e 20 metri sopra. Gli ultimi 2 tiri. Un traverso di primo grado, questo
veramente primo e la fessura finale, roccia ottima, quasi verdoniana che depositano alla fine della parete.

La cima è qua sopra a portata di mano. In mezzo un ghiaione misto erboso, sfasciumoso instabile. E verticale, terribilmente verticale che se fosse innevato sarebbe da fare in piolet con 2 attrezzi. Unica nota positiva è veramente breve. 50 metri di dislivello. Una crestina di ottima roccia, e poi l’erba ed i segni rossi della cima. Il Triglav davanti. Era tutto bianco l’ultima volta che ero quassù, o almeno così mi ricordo visto che avevo gli sci ai piedi.

La discesa è un sentiero segnato bianco e rosso. Evitiamo la discesa diretta per il sentiero di caccia, non so se abbiamo fatto bene ma non avevamo informazioni sufficienti. Individuiamo
l’inizio dopo 30 minuti di sali scendi ma non ci ispira. Continuiamo a seguire sentiero segnato 50 metri su, 50 metri giù fin che una tabella mezza dismessa indica Krma a destra.

Guardo in basso. Sono circa 900 metri di dislivello dalla cresta al fondovalle. Non dico che sia come guardare dalla cengia della ovest verso nord ma ci manca poco. Il sentiero scende fra salti di roccia, alberi con radici sporgenti e ghiaia intervallati da rare ed esposte traversate su cengia.
Il sole ha girato angolo e batte forte. La termica a 5mila si fa sentire.
Essere in un bosco di larici ha i suoi contro. Niente riparo dal sole e tante radici su cui arrampicare. Un incubo dopo la salita di una via. La stanchezza si fa sentire. L’età pure. La prima via dell’estate e la prima via vera da diverso tempo. Qua se scivoli manco tocchi il pendio fino alla base. E lo chiamano sentiero. Per fortuna l’acqua è sufficiente per sopravvivere anche a questa prova. E in qualche modo arrivo alla strada presso il parcheggio alla fine della Krma. Ora sono solo un paio di km di strada sterrata, quasi piana, quasi agevole. Le mucche a sinistra nel prato. La parete del Debela Pec alta sopra di me.

Ho fatto un’altra salita in Giulie.

Un’altra nord.

Mi sento quasi vivo…

Shomèr ma mi-llailah

“La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato... »

c’è sempre la notte, fra una salita e un’altra di un alpinista, e il giorno arriva solo sulla cima

Salita dell’1 luglio 2019

Massimo Esposito

8 settembre 2019


* Shomèr ma mi-llailah , Guccini (1983), Francesco Guccini.

« Shomèr ma mi-llailah? » è stata tratta da un brano del profeta Isaia e significa « Quanto resta della notte? ». Il verso in questione (Isaia 21, 11-12) è riportato qui sotto:

« Mi gridano da Seir: Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: Viene il mattino, e poi anche la notte se volete domandare, domandate, convertitevi, venite! »


0 réponses

Laisser un commentaire

Participez-vous à la discussion?
N'hésitez pas à contribuer!

Laisser un commentaire

Votre adresse de messagerie ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *