Le „Dagara“ spiegate bene

Davide Curzi con Dagara
Foto: Davide Curzi | Segui Davide su Instagram

Dagara, si!

Dagara è una parola che non significa nulla. Non è neppure un acronimo. È pura fantasia di Marco Marastoni che ne ha curato anche la grafica.

Eppure, se sembra trovare senso è per il fatto che ognuno di noi „trova già pronta una visione del mondo compiuta […] che accetta come un dono della natura e della civiltà“(1).

Ed ecco che Dagara in un attimo diventa la scarpa „da gara“: poco male, anzi… meglio!

In realtà Dagara è una grossa sfida per WildClimb. Una „gara“ interna al marchio. Vedere se, noi per primi, siamo in grado di sfatare quella visione del mondo „compiuta“ che ci vuole produttori di scarpe – sostanzialmente – rigide.

E allora, eccole qui: nate sulla forma della „grip„, quindi poco asimmetriche e con un „camber“ non esagerato, prive di ogni forma di intersuola, sono votate allo spalmo, ai grossi volumi da spingere, senza perdere di vista la possibilità di premere forte sui piccoli appoggi.

Realizzarla è stato tutto un cercare soluzioni innovative senza calcare la mano sui costi finali. Essenziale come tutti i modelli WildClimb, non nasconde dietro sigle colme di consonanti le soluzioni che adottano. La tomaia è un mix di microfibre. La nostra – ormai nota –“bi-corpo“ da 2,2 mm serigrafata a nido d’ape si accompagna a un piccolo un pezzo di monocorpo, più sottile, destinato a sostenere la gomma (molto adesiva) che ricopre la punta della scarpa usata negli agganci.

Due chiusure a strappo di cui una di generose dimensioni a bloccare il collo del piede e…

… e soprattutto – la vera intuizione – un sottopiede composto da una microfibra direttamente accoppiata con la gomma. Questo „laminato“ permette di incollare la suola senza ricorrere a ulteriori composti che „armonizzino“ le caratteristiche dei due differenti materiali – cosa che accade normalmente in tutte le altre costruzioni.

Risultato? Una significativa riduzione della distanza che divide il piede dal punto di appoggio. Insomma, meno spessore, meno millimetri e quindi meno „intermediari“ tra piede e roccia o piede e resina.

La parte posteriore del sottopiede, zona tallone per intenderci, prevede un piccolo inserto in pelle per evitare che il piede scivoli nella scarpa nelle tallonate più feroci. Non volendo ostacolare in alcun modo la flesso-estensione delle dita del piede, abbiamo optato per la mezza suola e per profili bassi dei bordoni laterali.

Questa è Dagara, tutto qui, semplice semplice.

„La gara“, ammesso esista, è una battaglia contro quello che si accetta per scontato. Non è detto che si debbano tirare allo spasmo le fettucce posteriori per entrare nel numero più piccolo possibile. Non è detto che la qualità sia proporzionale agli acronimi usati per descriverla.

WildClimb è un altro modo di pensare. Se tiri come un matto sugli occhielli per entrare nel numero più piccolo possibile, avrai il risultato di avere una scarpa dolorosa, che si dispone sulla sua diagonale e ti „svuota“ il tallone. Avrai riempito la punta della scarpa fino al punto di perdere la possibilità di valorizzare gli agganci con la semplice flessione dorsale del piede. Quando calzi Dagara, per un momento, stacca la spina dai pre-concetti. Fidati di quello che senti. La scarpa è giusta quando ti veste come una calza, quando il tallone riempie il volume per lui previsto e non quando sei finito in apnea nel tirare a monodito le fettucce posteriori…

Eccedere, è trasformare la calza in stivaletto malese. Segnale evidente che non stai calzando WildClimb ma stai accettando un mondo che hai trovato fatto e non credi sia possibile possa essere diverso.

Anche nel prezzo. Soprattutto nel prezzo.

Ancora una volta, se c’è una gara in Dagara è proprio in questo, ed è quindi con se stessi: nel saper vedersi diversi.

Del resto, „il vero tradimento è seguire il mondo come va e occupare lo spirito a giustificare questo“(2).

Buone scalate.


1- Mach E. 1982, conoscenza ed errore.

2- Guéhennno J. 1928, Caliban parle.

1 Antwort
  1. MM
    MM sagte:

    Lodevole spiegazione di Andrea, che in poche righe riesce a riassumere in maniera più che approfondita (quantomeno per i profani) l’opera di ricerca e sviluppo durata chissà quanto tempo.
    Altrettanto considerevole la volontà di una azienda, nel voler condividere, invece di nascondere, rendendo noto cosa si cela in quei pochi millimetri di “suola” che dividono il piede dalla roccia.
    Wild Climb, in controtendenza con altri blasonati marchi sportivi, ponendo le proprie scarpette come mezzo per l’arrampicata e non come fine, è il marchio di chi vuol scalare in controtendenza, sempre in gara (soprattutto) con i propri limiti.

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