L’ultimo giro di trave

Foto: Giovanni Danieli | Segui Giovanni Danieli su Instagram

Questa è per te, caro lettore, per ricordare insieme le folli giornate, le rabbie giustificate e le gioie motivate.
Le manie di tanti pomeriggi, il dolore di tante sere. Mai visti e mai conosciuti, ma, seppur lontani, dannatamente vicini.

È stranamente affascinante pensare a come siamo fuggiti, chi per sbaglio, chi volontariamente, da un mondo rimpinzato di regole, a volte giuste e spesso matte, per poter abbracciare una visione del mondo diversa.

Una visione semplice, con cornice in legno 55 per 16, contorni smussati e appigli smagnesati.

Una visione con meno binari prestabiliti e certe volte più giusta, molte volte più severa, ma anche in essa, cari lettori, le catene non si sciolgono. Alcune le scegliamo, altre ce le imponiamo…

E dunque, amico mio, su questo adesso riflettiamo.

Spesso si fa l’errore di credersi speciali. Forse si è solo fortunatamente e dannatamente diversi, e la base del mondo che scegliamo, verticale o piatto che sia, sono solo solide fondamenta di folli, giuste e tristi regole.

Bene cari ragazzi: è ora di partire.

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Sporcatevi le mani, fate che siano bianche a tal punto da non distinguere più palmo e polvere, è ora di appendersi a del semplice legno e cercare di dimenticare gli insegnamenti di fisica ricevuti a scuola.

In fondo, all’abitante del mondo verticale spesso piace la controtendenza, e cosa c’è di più controtendente se non l’andare contro la gravità. Provare che a volte, per volare, basta non sapere di non esserne capaci.

Non possiamo fermarci, il cronometro ci impone di non lasciare l’appiglio, quest’ultimo cerca la fuga, e le nostre dita chiedono riposo. Quest’ultimo a noi non è concesso, siamo tenaci, siamo in fuga, siamo alla ricerca di sogni che aspettano con ansia di brillare al mondo, per poter gridare, anche per pochi istanti di personale gloria, che anche noi, un giorno, abbian respirato, sottile e libera „aria“.

Incontabili ore, stressanti giornate concluse con stancabili notti, appesi. 

Semplicemente appesi

 Si porta la mente in confusione, il fisico dimentica gli insegnamenti di fatica e dolore, restano solo passione e tenacia, e , per qualche istante, l’aria si fa pesante, i polpastrelli pulsano, le dita sanguinano.

Questa è fatica, questo e dolore.

E questo è tutto ciò che abbiamo scelto, un semplice prezzo da pagare, qui, dannati fuorilegge, si torna al baratto.

Dita doloranti e avambracci gonfi sono la merce di scambio, in cambio chiediamo solo pochi istanti di vita, gioia e consapevolezza della nostra rubata permanenza.

E poi, amici miei, cosa è successo?

L’avidità.

Quella infrenabile voglia di tornare a gridare, continuare a fuggire, a imporsi regole per scappare da altre, come carcerati, passiamo le ore d’aria ad agire e fantasticare, senza forse, renderci conto di aver solo cambiato stanza, ma avendo attorno sempre le stesse mura.

E adesso, cari lettori, cosa ci resta?

La fame.

Dopo lunghe diete ricche di piatta frenesia e estenuanti doveri, torna incessante quella inarrestabile voglia di dimostrarsi, poter dimostrare sé stessi dinanzi a sé stessi.

Ritornare all’ennesimo lunedì del mese con mani pulite, ma un sorriso diverso.

Come un pescatore, si torna ad affrontare la calma apparente della settimana, per poi spiegare le vele verso l’orizzonte, e come lui, scegliamo.

Scegliamo come passare la calda assolata giornata, scegliamo se e quando buttare l’amo, scegliamo se prendere tanti e piccoli pesci, o dedicare le nostre reti e le nostre giornate  solo a grandi squali.

Ma adesso, domandiamoci solo una cosa: abbiamo mai visto un pescatore fotografarsi dinanzi a dodici trote?

No, amici, nella foto ci sarà sempre un „Marlin Blu“ da mezzo quintale.

Pierfrancesco De Falcis

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