Preferirei potervi dire “brave!”

“Preferirei di no”. Lo diceva lo scrivano Bartleby, certo del fatto che avrebbe pagato fino in fondo (e non in comode rate) il prezzo del suo dissenso.

Il racconto di Melville è da leggere – credetemi – e mi torna alla memoria appena finito di leggere – e forse ancor prima di capire – un post delle “ragazze bla bla” pubblicato il 10 Maggio 2019.

Il post si conclude in questo modo:

Non diteci dunque «brave». Vorremmo uomini che sappiano mettersi non su un piano superiore a noi, ma al nostro fianco. Che vogliano legarsi in cordata con noi non solo per condurre, ma per condividere. E ce ne sono, ce ne sono tanti. Sono quei ragazzi coi quali condividiamo spesso le nostre salite (pensavate andassimo solo tra donne eh? Falso!). Quelli che, quando si tratta di aspetti pratici e organizzativi, non tendono ad attribuire un peso maggiore alle proprie valutazioni poiché, forse inconsciamente, si considerano più competenti in materia (cosa che spesso accade in maniera tanto velata quanto per noi facile da cogliere). Quelli che, nella spartizione dei materiali prima di un lungo avvicinamento, non si pongono come cavalieri di tempi andati ma, se si prendono della ferraglia in più, lo fanno nella consapevolezza dell’obbiettiva disparità a livello fisico e nell’ottica di un’economia generale in cui ci si divide il carico complessivo dell’uscita a seconda di reciproche predisposizioni, abilità, doti (per capirci un po’ come quando si fa in modo che i tiri tecnici di aderenza spettino a chi sa muoversi bene con i piedi o che quelli in fessura tocchino a chi se la cava particolarmente con gli incastri). Insomma un’ottica alla pari che ha per obiettivo la solidarietà di cordata ai fini della buona riuscita della salita, in cui entrambe le parti sfruttano al meglio le proprie risorse. I nostri compagni si sobbarcano qualche chilo in più durante gli avvicinamenti e noi – con un naturale istinto materno che spesso rinneghiamo – sopperiamo con piccole attenzioni alle loro trascuratezze. Quelli che ci hanno spronate a metterci in gioco senza fare differenze di genere, e con i quali abbiamo costruito rapporti basati anche su queste riflessioni, da parte loro infatti è sempre arrivata, fatidica, la domanda: «Perché un blog di alpinismo femminile?». Il dialogo ha reso equo il rapporto e ha fatto sì che ci capissimo più profondamente. Sono pensieri scaturiti da situazioni che abbiamo vissuto e che spesso incontriamo. Si tratta di un insieme di spunti che aprono a riflessioni su un tema molto ampio e profondo, che non potevamo pretendere di esaminare o addirittura esaurire in questa sede. A nostro avviso, ci sono molti aspetti sul nostro ruolo e la nostra posizione sociale (anche, e soprattutto, al di là dell’alpinismo) su cui – in quanto donne – non ci interroghiamo abbastanza, tanto che stiamo ancora cercando una risposta. Perciò, con chi voglia dirci la sua, siamo aperte al dialogo e al confronto! Senza polemiche.”

Il pezzo si intitola: “Non diteci “brave”

Ecco, appunto: “avrei preferenza di no”. Si, lo so, sembra italiacano ma non saprei come fare altrimenti… se non usarndo il condizionale “avrei” – prima del “no” – per tenere aperta ogni possibilità di pensiero: “I would prefer not to”.

Senza la pretesa e, non ultima, la capacità di risolvere in poche righe la questione enorme posta dal post: preferirei potervi dire “brave!”. E non sarebbe per la performance atletica o per la “spavalderia” alpinistica. Sarebbe un “brave” per la picconata tirata a questa pre-strutturazione del mondo che ancora, personalmente, mi disturba.

Sono forse pensieri inconsci, basi ricevute sulle quali si è costruito un mondo, il nostro, che sembra riuscire nell’arduo compito di dare un senso a tutto quello che viviamo. Ma se indaghiamo le fondamenta, scopriamo che bisognerebbe arrivare ad un certo tipo di indifferenza verso “il genere” della cordata…

Indifferenza verso “il significato” che a primo impatto sembra ancora formarsi in noi che vestiamo i pantaloni di chi, in qualche modo, ha messo in forma questo “mondo alpinistico” (e fosse solo quello…) con azioni e narrazioni.

Parlo di pensieri che emergono e trovano parole in modo quasi del tutto impersonale. Quasi fossero orientate da un generico “si dice che”, da un signor “qualsiasi” che per un attimo ci “spossessa” della nostra identità e della capacità di un vero pensiero.

Per fortuna, a volte, o forse spesso, riesco nel difficile lavoro di piegare questi pensieri verso un senso più adeguato ai nostri tempi. Li devìo, con fatica, appena li sento emergere.

È per questo che potrebbe scapparmi un “brave”, come ringraziamento al contributo che portate nello smantellamento di questi luoghi comuni che spesso ci affliggono. Un “brave” per l’aiuto che mi date a tenere in tensione la vostra richiesta giustificata e il mio diniego altrettanto giustificato. Perchè se una verità esiste, è mobile e gira in questo vortice, sospesa in tensione tra il “volere” di una parte e il “potere” dell’altra.

Eppure mi piace questo modo selvaggio – molto “WildClimb” – di credere in una società che ancora non esiste. Mi piace perché la vostra richiesta di non sentirvi dire “brave” bilancia la mia, che preferirebbe potervelo dire. La bilancia ma su di un piano diverso. Un piano che non crede alle false promesse di uguaglianza fondate su certezze e valori che per comodità si fingono incrollabili. La mette su di un piano dinamico che determina volta per volta il senso e la direzione delle parole, sempre le stesse, che usiamo per comunicare.

Non offendetevi quindi se vi dico che siete delle vere “selvagge”. Siete in grado di scorgere nelle crepe di questa società una possibile linea di sviluppo e lo fate con la certezza che il “buon senso comune” sembra andare in un’altra direzione e che ne pagherete il prezzo ogni volta che sarete lì, pronte a occupare un posto di rilievo in una struttura o in un lavoro che non “è da donna”.

È per questo motivo WildClimb avrebbe il piacere di potervi supportare.

Non vi possiamo offrire un piccone, ma qualche scarpetta sì!

Il nostro modo di dirvi: “brave!”

Andrea Tosi

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