Essere o fare la donna tra le montagne?

 “Vagare per cime tra ragazze è molto stimolante. Non è più bello o migliore, è solo diverso, ma è una diversità tanto interessante e avventurosa da far nascere un blog!”

Così un gruppo di 8 ragazze italiane risponde alla domanda sul motivo che le ha spinte ad aprire un blog sull’alpinismo al femminile. Silenziosamente le loro voci ci guidano verso un tema, quello di “essere alpinista ed essere donna”, che poche volte viene affrontato perché delicato e complesso, perché anticonvenzionale e problematico. Oppure essenzialmente perché non abbiamo la giusta consapevolezza del problema e del suo peso nella nostra società, che è ancora piena di ambiguità e contraddizioni.

Ricordo una rivista alpinistica italiana che nel marzo 2018 pubblicò una serie di articoli scritti da donne riguardo a “Montagna, sostantivo femminile”.

Senza riprenderne i contenuti, si può dire che quella serie di articoli, insieme con le iniziative “dal basso” come questo blog, ebbero il merito di portare in primo piano un tema troppo spesso dimenticato o addirittura tenuto nascosto. Per molto tempo la montagna è stata terreno prediletto degli uomini, mentre le donne sono state considerate poco adatte e preparate per azioni ad alta quota. Ma se da alcuni anni le cose hanno iniziato a cambiare, è anche vero che altri aspetti sono rimasti ancora all’inizio. Recentemente le donne hanno iniziato a dedicarsi alla montagna come gli uomini, ad ottenere risultati ugualmente prestigiosi, ad accompagnare uomini nelle loro salite, ma non godono ancora della stessa considerazione che viene invece riservata all’altro sesso. In effetti, sono ancora tanti i pregiudizi e gli stereotipi diffusi sulle alpiniste o sulle scalatrici. Questo veramente rende le donne incapaci di realizzare loro stesse completamente. 

Le protagoniste di questo blog precisano subito che il loro non è femminismo, ma soltanto una genuina passione verso la montagna, che le spinge a creare uno spazio tutto al femminile, dove le esperienze ad alta quota vissute da donne trovano finalmente espressione in racconti scritti da donne senza il filtro di pregiudizi e stereotipi di evidente caratura maschile. Bisogna riconoscere loro il fatto che senza sentirsi paladine delle donne, vogliono fortemente esprimere quali sono l’autentico pensiero delle donne e le loro personali emozioni. Data la sua reale importanza, questo tema dovrebbe essere affrontato di petto e una volta per tutte dovrebbe essere smantellato il mito della “libertà delle donne” in montagna.  

In effetti, se ci pensassimo bene, tutti ci potremmo accorgere che, oltre ad essere drammaticamente vera, la differenza tra “essere uomo” ed “essere donna” si forma e si rafforza secondo un processo continuo che inizia durante l’infanzia e prosegue per tutta la vita: basti pensare a tutte le volte che da bambini abbiamo sento dire “il medico per l’uomo e l’infermiera per la donna”. Qual è il ruolo dello Sport in tutto questo? Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, lo Sport è potenzialmente una delle sfere sociali attraverso cui ogni giorno si realizza questo processo. Tuttavia, mi pare importante chiarire che, se le differenze biologiche tra uomo e donna possono essere considerate naturali (e anche su questo si potrebbe discutere a lungo), non si può dire altrettanto per quelle legate al genere, cioè al comportamento e alle aspettative di uomo e donna che tutti siamo abituati a dare per scontate. 
Pertanto non si tratta di “essere uomo” o “essere donna”, quanto piuttosto di “fare l’uomo” o “fare la donna”, insomma di costruire quella facciata che renda credibile la nostra persona di fronte alle aspettative di tutti gli altri. Gli sport di montagna non sono esclusi, poiché, in quanto attività umana e sociale, anche questi sono strumento e terreno del processo di adeguamento alla tradizionale concezione di “uomo alpinista” e di “donna alpinista”.  E non solo questo: anche le donne, sottoposte allo stesso flusso di informazioni e di tradizioni, si sono adeguate allo stesso modo di vedere la realtà, diventando protagoniste di narrazioni tutte al maschile. 

In fondo, molti di noi, anche le donne, non si stupiscono se leggono il racconto di un gruppo di alpinisti che hanno portato a termine la salita più impegnativa ad alta quota e che, invece, le compagne si sono fermate al campo base. La nostra reazione è con tutta probabilità la stessa avuta leggendo altri articoli sul numero precedente. 
Ma se i ruoli si invertissero e le alpiniste fossero donne? Allora forse la nostra reazione potrebbe essere diversa, non tanto per l’impresa portata a termine, ma per il fatto che la stessa salita portata a termine già da molti altri uomini acquisisca un significato diverso, perché letta attraverso uno sguardo diverso, non migliore, ma sicuramente diverso. 

Non si tratta di comparare le donne agli uomini in quanto a difficoltà alpinistiche, ma di iniziare a smontare alla luce del sole un pezzo alla volta proprio quel muro che, pesante, separa ancora i due sessi e di cui in verità si parla poco e male. Non si tratta nemmeno di femminismo, ma essenzialmente di estendere il cono di luce che illumina già le voci maschili anche a quelle tante, forse troppe, voci femminili che tentano di mostrare una nuova profonda sensibilità, diversa ma degna di essere scritta e letta quanto quella degli uomini. Ecco perché un’iniziativa come questo blog potrebbe rappresentare un primo tentativo di accostare alle rappresentazioni maschili di uomini o di donne alpiniste quelle pensate e scritte dalle donne stesse, dando loro la possibilità di raccontare e raccontarsi, di fare i primi passi nella direzione di un panorama narrativo più vivace e vero, che renda giustizia alla forza, alla preparazione e al senso dell’alpinismo femminile. Una narrazione più sincera e genuina, perché spogliata di ogni pregiudizio o stereotipo di genere. 


Per questo, e per altri motivi, penso che la scelta di queste ragazze sia probabilmente uno dei migliori esempi per tutti coloro che leggeranno e che magari, stimolati dal tema, risponderanno con un proprio contributo al dibattito, nella consapevolezza di compiere un piccolo gesto dal significato enorme, per tutte le donne alpiniste ma anche per loro stessi.
Personalmente, sono contenta di considerare questo gruppo di coraggiose alpiniste come compagne nella squadra WildClimb, che da sempre non si tira mai indietro di fronte a questioni che vanno anche oltre la scalata.

Penso che, a di là dell’attività sportiva in sé, lo Sport possa essere anche vettore di cambiamento: lo scambio di idee e la presa di coscienza di un problema reale come la discriminazione di genere, subdolamente radicata nelle mentalità, non possono fare altro che portare benefici anche a chi, fino ad oggi, non ha mai sentito vicino a sé il tema, evitando di affrontare una delle peggiori piaghe sociali di oggi. Se mai si riuscirà ad affrontare temi di questa portata, senza doverne evidenziare l’eccezionalità, allora vorrà dire che il rischio di considerare oggettiva la diversità sarà fortunatamente molto lontano da noi.

Asja Gollo

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