Arrampicatori Culturisti (intro + capitolo 1)

culturisti

Introduzione

Se ne vedono tante. E quanta costanza! Sono tutti bravissimi, ligi e precisi.

Appuntamento domani! Mi raccomando. Qualche surrogato di peso, un tappetino e via! Che l’abitudine non muoia. Il corpo deve aver memoria, del gesto, dello sforzo. Anche di mettere un “like”.

Sia mai che si abbia un’occasione per ri-tornare a sentire. Per interrogarci su un qualcosa che sembra simile ma… identico non è. 

Scalare è un ricordo, qualcosa che riguarda lo spirito. 

Perché all’inizio era l’entusiasmo, poi, a furia di ripetere la lezione, si è passati all’abitudine. È cosi! sotto la parola “passione” vestiamo da carnevale la nostra incapacità di stare al mondo al tempo del presente. Eccoci qui, infine, tutti in mora, nel tempo senza tempo dell’Evento. In attesa che si riannodino i cordoni che affettivamente ci legavano con quella parte del tutto che eravamo soliti chiamare “mondo”.

Penso a queste cose e sorrido, della banalità che ci attanaglia e della compassione che dovremmo avere verso la nostra povertà. Ci si arrabatta, ognuno come può. Cresciuti a pane e performance, ci sembra impossibile aver tempo per rimanere in ascolto del nuovo. È anche vero che non esiste un immediato che non sia mediato, il nuovo arriva travestito da simile, perché non si può fare a meno di una certa pre-comprensione per orientare la comprensione del “nuovo”. Il totalmente differente dal conosciuto ci sfugge, non lo rileviamo. E allora siano clip, quattro appuntamenti da vivere con bei visi rassegnati, magnesio sulle mani, un trave, un peso, una struttura scalabile. 

Siete pronti? Siete caldi? Il pavimento lo puliremo poi!

Un solo favore. Uno. Lasciamo che il nuovo faccia la sua intrusione. Come fosse un virus contro la viralità dei social, un una sorta di “misura”, di metro, con la quale mettere in fila il baillame di comunicazioni sfornato in questo periodo. Uno strumento che permetta di coltivare, far crescere. Cultura, appunto.

Capitolo 1: Il peso della cultura

Trave, tacca “armata” su una lista discreta. Una fila di libri sarà il contrappeso. È il primo allenamento, serve molto “scarico”. Usate dei classici: consiglio il  “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio, Milano 2011).

“Le voyage au bout de la nuit” è stato un evento, proprio come il coronavirus. Hanno dovuto ricostruire a posteriori una verità che fosse in grado di spiegare il motivo per cui un libro così tormentato e finemente sgrammaticato potesse essere finito accanto a Proust tra i capolavori prodotti nel 900.

È chiaro, con 2 o 3 Céline da contrappeso, la trazione monobraccio diventa un lavoro aerobico. Di pura continuità.

“Ci venivamo, noi, a cercare a tentoni la nostra felicità, che il mondo intero ci insidiava con rabbia. Ci vergognavamo di quella voglia, ma bisognava pur farci qualcosa! È più difficile rinunciare all’amore che alla vita(p.84).

No, non parla di falesie e dalla inconfessabile voglia di scalare. Anche se  siamo qui, al trave, appunto per… “farci qualcosa”. Parla invece di un bordello. Eppure, la  falesia potrebbe essere il nostro bordello: rifugio sicuro per istinti da soddisfare al prezzo di un pieno di benzina. Il resto del libro? Beh, per quanto mi riguarda, auguro a tutti di trovare la vostra Molly. Io l’ho trovata nei paraggi del bordello e se qualcuno arriverà a capire a cosa alludo… sarà arrivato a pagina 264. Sarà a metà libro e avrà chiaro in mente che mettere Cèline dall’altra parte della carrucola è doping.

Andrea Tosi

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