nicola tondini

Non abbiate paura di sognare

Nicola Tondini:”costruire qualcosa con le persone intorno”.

Nicola Tondini lo conosco da oltre vent’anni. La penna di Guareschi sembra riassumere il nostro rapporto: io sono Peppone, lui Don Camillo.

Di Nicola si è scritto tanto, non serve presentarlo. È tante cose: direttore, istruttore, Guida Alpina, ingegnere, alpinista… la lista sarebbe lunga, eppure, per me, Nicola non è nulla di tutto questo. E l’immagine che affiora dal sacco dei ricordi che lo riguarda, (abbastanza idiota per la verità), lo vede appeso alla corda, dopo 5 metri di volo – dove non ho fatto la figura del “best belayer” – che mi dice tranquillamente: “Ho cercato di mollare le mani”.

Nicola va sempre fino in fondo. Questa è la sua cifra.
Era sul riposone della via di riscaldamento, ma lui cercava di più. Voleva toccare il limite anche del riposo. E di troppo riposo si cade!
Ricordo voli su voli mentre lo riprendevo in apertura su quello che diventerà “Viaggio su Plutone”, (Monte Cimo). Era Ottobre 2010.

E poi voli rischiati sulla Placca Messner e su Menhir al Sass Dla Crusc. (Ricordo anche i 100 metri di statica su tre chiodi martellati al bordo del Sass sui quali ho passato la giornata…)

A far tutto “Tondo” così è Nicola per tutti ci sono anche i voli raccontati dalle guide alpine, o aspiranti tali… Non faccio fatica a immaginarmelo, durante le sue lezioni, mentre, tutto preso dallo spiegare i nodi per recuperare sacchi/clienti/compagni, vola a terra inciampando nel primo sasso trovato sul sentiero.

Lui è così; è qui di fronte a me e, per una volta, non dobbiamo scalare.


Nicola, perché ti sei lanciato nell’apertura di un film?

Sono convinto di essere arrivato a un punto “notevole” nella mia ricerca dello stile. Ho cercato di coniugare lo stile tradizionale alla capacità di esprimermi su alte difficoltà arrampicatorie.
È una ricerca che parte da lontano e passa anche dalle aperture fatte in Val d’Adige. Tutte le vie che ho aperto condividono il fatto che ogni tassello che ho messo è la testimonianza del punto esatto in cui ho “mollato”, di testa o di fisico.
Chiaro che sui tiri facili ho pensato anche ai ripetitori… si tratta pur sempre di lasciare un itinerario ripetibile.

Mediare tra alta difficoltà e stile tradizionale presuppone l’aver toccato dei limiti nelle due direzioni.

“Quo vadis” al Sass Dla Crusc e “Colonne d’Ercole” sulla Punta Tissi in Civetta, (1000 metri protetti solo in modo tradizionale), sono i miei limiti relativamente alla difficoltà e allo stile. Sul Sass Dla Crusc, nel 2010/2011, ho toccato il mio limite sul grado in apertura, ma non sono riuscito a farlo in totale stile tradizionale. Ho ceduto e dove non sono riuscito a fare diversamente, mi sono fermato sui cliff e ho voluto testimoniare con un fix la mia debacle.

Da quello che dici il pensiero torna più a “Quo vadis” che a “Colonne d’Ercole”, come se ci fosse il rimpianto di non essere riuscito ad aprire rimanendo sempre al 100 per 100 delle tue capacità. Per una volta il Tondo non faceva tutto “tondo”.

In effetti mi spaventa più tornare su “Quo vadis”che sulla punta Tissi in Civetta.
Forse avrei potuto mettere qualche fix in meno. Dei sette che ho messo ne sarebbero bastati quattro. C’è qualche rimpianto? Un pochino, perché ero costretto tra altre linee. Ma in realtà non lo so. Non ci sono più tornato. L’avessi aperta oggi sarebbe certamente diversa.

Quello che conta è che ero determinato a portare avanti quello stile e la parete della Cima Scotoni, finalmente, me lo ha permesso.

Nasce così “Non abbiate paura di sognare“: il mio fine corsa per difficoltà e per stile di protezione. Ho chiuso un cerchio. Un giorno farò cose diverse che metteranno a frutto questo percorso ma, in fondo, il nome della via è significativo e dice tutto.

Cima Scotoni, parete Sud Ovest – “Non abbiate paura di…sognare”
Cima Scotoni, parete Sud Ovest – “Non abbiate paura di…sognare”

La “direttissima” era la via che, negli anni 50, era concepita secondo l’estetica della goccia d’acqua. Spesso era perseguita con ogni mezzo. L’uso dell’artificiale annullava quesi completamente il dubbio di riuscita della salita. Era il 2011, e guardando quella parete non ho avuto paura di sognare di collegare le zone libere più repulsive che tutti hanno evitato: era la mia “direttissima” ed è lì che son salito con il mio stile. Solo con le mie forze e le protezioni tradizionali. È stato un percorso lungo e mi son preso tutto il tempo che è servito.

“È il tempo che hai perduto per la tua “Via” che ha reso la tua “Via” così importante”, chioserebbe il “Piccolo Principe” di Saint-Exupéry.
Ma le cose mutano nel tempo. Gli strumenti mutano la società. Oggi etichettiamo con “illogico” quello che per un periodo storico è stato il modo “logico” per tracciare gli itinerari. Per pensare la tua via hai comunque dovuto fare i conti con lo spazio che la “storia” ha lasciato libero sulla parete.

Sulla Cima Scotoni, fortunatamente non c’erano itinerari illogici
Ho dovuto fare i conti con gli itinerari presenti, tutti molto logici che sfruttavano ottimamente i punti deboli. Sono io che sono partito, sulla carta, su una linea illogica. Diventata logica solo perche scalabile

Cosa pensi quando senti parlare di etica di apertura?

Io parlo delle mie vie e ti parlo di stile. Cerco di essere chiaro, onesto, senza ombre.
L’etica nell’aprire una via è per me il rispetto verso ciò che è stato fatto da altri. Quando scelgo uno stile di apertura, se cancello quello che è stato fatto prima, non sto facendo bene. L’unica etica che mi sento di proporre è questa. Posso anche aprire a spit, ma devo rispettare lo spazio che interseco nel rispetto alla storia.

Di certo è un ragionamento valido finché esiste spazio libero per potersi esprimere. Cosa te ne pare dei movimenti attuali come il “Togliere Togliere Togliere“?

Dovrebbero essere interamente condivisi. Alcune vie in Sella sono state rimaneggiate in accordo con l’apritore. Ma che qualcuno possa decidere di manomettere… questo no. Se una parete è esaurita: pazienza. Si può sempre fare manutenzione e sistemare nel rispetto dello stile originario.

E quando il chiodatore non è più interpellabile? Chi si prende la responsabilità?
Dii questo passa occorrerà aggiungere un testamento, oltre alla relazione, per il futuro delle vie? Chi conserverà queste opere d’arte? In questo senso, cavalcando l’analogia tra “l’aprire vie” e la creazione di opere d’arte, ti chiedo: può morire l’arte? Può morire l’alpinismo?

L’alpinismo presuppone l’avventura, l’incongita. Altrimenti è arrampicata sportiva.
Inizialmente ci si metteva in gioco con una montagna. Era un aspetto culturale alla stregua dell’esplorazione. L’alpinismo non muore se quello che conta è il modo in cui lo si pratica.
Altrimenti si fa un’altra cosa.

Di certo aprire è un atto costituitivo. Per quanto si possa essere onesti, la ripetizione cambia la natura del gesto arrampicatori. L’atto creativo dell’aprire riassume due aspetti che inevitabimente si perdono nella ripetizone.

Rimane solo l’atto sportivo, e io amo anche il dubbio del non riuscire a salire in libera la via.
In Scotoni, su “non abbiate paura di sognare“, ho avuto tre tempi, l’apertura, la ripetizione e l’one push.
Il gioco è sempre nuovo se differenzi la domanda iniziale.
È la modalità con la quale ci si pone.
Non mi interessa collezionare vie. Io voglio conoscermi e farmi conoscere dal ripetitore. Quello che faccio è importante perché mi mette in contatto con le mie paure, i miei dubbi, con Dio, con le persone con la montagna. Sono occasioni. È importante che le giornate vissute in parete siano motivo di crescita personale. Il bello dell’alpinismo è proprio la grandezza di questa incognita che ti rimette al giusto posto. Di essere un uomo finito e fallibile.
La volontà di mettere “firme” ovunque, apre le porte al “vale tutto”…

La cosa buffa è che il sogno può essere anche negativo. Non c’è solo positività nel “non aver paura di sognare”. Pensa se il sogno di altri fosse stato il chiodare tutto il Monte Cimo dall’alto, o la Scotoni interamente a fix inox da 12 mm…

Ma i sogni, i propri sogni, per il fatto di essere sogni non è che vadano bene in automatico… la differenza sta nell’obiettivo finale che deve essere quello di avere un occasione per crescere. L’accento va messo sul modo in cui lo faccio più che al risultato finale.
Ecco che trova un senso anche il tornare indietro. Il rinunciare. Perché poi, se metto un tassello e forzo il passaggio, la linea: cosa ottengo?

Io dico che posso prendere le tue parole e girarle specularmente. Partendo dallo stesso principio posso arrivare al risultato opposto, dove tutto si riduce all’avventura del “poter fare”, a una morale che guarda solamente alla realtà delle conquiste… tra costruire mondo o distruggerlo, la differenza è sottilissima. Certo, porto questo paradosso per metterti in difficoltà. Ricordo bene i tuoi voli, la tua ostinazione per non offendere lo stile di apertura e il seguente dialogo con l’eventuale ripetitore. Ecco forse: il dialogo è la chiave di lettura per evitare il relativismo assoluto, dove tutti possono tutto perché nulla vale. E la risposta non viene da noi, ma dagli altri.

Quando porto i clienti sulle vie, li porto sulle tracce che questi grandi alpinisti hanno lasciato. E sono tracce che parlano del loro carattere.
Le vie che hanno un certo stile ti fanno conoscere dal ripetitore. Creano una relazione. Sulla roccia é rimasto il segno del loro essere. Se si falsifica tutto questo, in chiodature seriali… allora non c’è più dialogo.

Ma tu riesci a capire se qualcuno ha detto una bugia, se ha forzato la mano?

Non sempre… diventa difficile capire se qualcuno ha barato.

Sei riuscito a far passare tutto questo nel film?
Nel film ci sono tanti temi, forse troppi. Non son sicuro si riesca afferrare tutto…
È cosi importante?
A volte no.

Alla fine sono contento del film per le diverse emozioni che lascia nelle persone. Ognuno porta a casa quello che vuole, quello che più lo colpisce.
È una strada per aprire al confronto.

Cosi come nella tua avventura qui al King Rock, o nell’aprire vie, c’è stato un momento particolare durante le riprese del film?
C’è stato un punto saliente che ha rimesso in discussione tutto quello che si pensava di fare inizialmente.

Una visione mi ha fatto muovere, ma l’adattamento alla visione è stato continuo.
In corso d’opera ho anche stravolto la visione iniziale. Devi essere disposto a ricrederti. Sempre.
Mi viene in mente una frase:”Non sono i fatti a contare nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa“. La frase è di Etty Hillesum, scrittrice olandese di origine ebree morta ad Auschwitz nel 1943… c’è sempre da imparare, sempre.

È un modo di pensare che mette in mora il concetto di “bello” e “brutto” e lo trasforma in “utile”.

La frase riassume un percorso che parte dall’orrore che ci circonda ma ci riporta a noi stessi quando ci interroghiamo sulla sporcizia che noi abbiamo ancora dentro. Spesso guardiamo diventare disumani gli altri e perdiamo la capacità di vedere quanto stiamo diventando disumani anche noi.

Quindi: smettere di giudicare anche l’incontestabile, ma guardare dentro per saltare su tutto come fosse un trampolino per poter migliorare.

Il “Diario” di Hillesum contiene passi pazzeschi.

Bello notare come le letture fatte durante questo periodo abbiano avuto la loro influenza nella tua avventura.

Questo per dire che anche nell’avventura, del film, del king o della salita, il lato importante è stato l’aver avuto continue occasioni per crescere. Fosse solo la condivisione con Sergio Rocca con Klaus Dell’Orto, l’incontro con Hansjorg Auer, Reinhold Messner, Christoph Hainz, Lorenzo, Nicola, Luca, Pietro, Andrea, Ingo…insomma: un paese di persone ha condiviso il mettersi in gioco… Certo, tutto poteva essere meglio…

Hai notato che tutte le volte che si riesce a far fare all’”io” un passo indietro, le cose magicamente prendono un valore più utile a tutti. È vero che siamo noi a farlo, ma se non imbrogli con nessuno, eviti l’eccesso di egoismo, la relazione rimane “umana”. È il voler marchiare a tutti i costi una differenza che porta a falsare il risultato di una relazione con il ripetitore! Lo vedi dai dettagli, a volte anche nella “tracotanza” che esprimono alcune chiodature in falesia.

Se il ripetitore riesce ad entrare in sintonia con l’apritore, è anche in grado di capire se è all’altezza delle tue qualità e delle tue debolezze.

Bello sia passato questo tuo modo di fare: dalle vie che hai aperto fino al film.
La via del King Rock dove finisce? Siamo al decimo tiro (anno) e…

Anche qui, la visone era pensare un posto dove vedere crescere i ragazzi, dove far incontrare le persone, permettere a loro di aggregarsi, allenarsi.

Creare spazi, per quanto possibile, di “felicità pubblica”?

Ma si! Un posto dove poter condividere, aggregarsi. Ma il percorso lo sto imparando passo a passo e quando pensavo di aver capito come gestire queste cose, nella realtà ho fatto dei danni. Quando invece ho aperto ad altri, ho avuto inaspettatamente le risposte che cercavo. Insomma, modellare e modellare il percorso. Imparando ad ascoltare senza il bisogno di imporre.

Son tutti sentieri quelli che tracci che sembrano sfumare in una nuvola di incertezza… pronti per essere ripresi da altri.
Dalla presidenza del king, all’aprire vie, al comunicare con i media.

Mi piacerebbe permanesse il desiderio, a chi viene dopo, di mettersi in gioco. Non vorrei tracciare un solco nel quale basti inserirsi dentro per proseguire in automatico. Non sogno questo; ma dire ok! dai andiamo a fare alpinismo e mettiamoci in gioco. Vediamo cosa ne esce. Senza badare troppo al risultato che si ottiene. Guardando al percorso che ci fanno fare certe scelte. La stessa cosa vale per il percorso professionale.
È bello fare una strada in cui, in qualche modo, riesci a costruire qualcosa con le persone intorno. E non con una selezione di persone intorno; che è una cosa diversa.

Il sogno come luogo dell’inconscio… e allora l’augurio e quello di non smettere di sognare per poter portare luce anche a quei lati che spesso stanno in ombra.
Costruire qualcosa con le persone intorno, tutte! Non una selezione. Tutte!

Il sogno più grande è quello di non aver paura di conoscersi, di scavare, di andare in profondità su sé stessi.

E avere il coraggio di fare un film e di renderlo pubblico.

Anche!

Bravo Nic.

Andrea Tosi

P.S. Foto & video:

Filippo Manca: Ichnusaite di Sardegna

Ciao Filippo. Posso registrare la telefonata?

Ho appena finito di vedere “Narcos” … cosi mi metti l’ansia da registrazione…

Tranquillo: tutto sarà usato contro di te!

Sei nato in Sardegna, (Nuoro), nel 1988, scali da 12 anni e hai iniziato nella palestrina di un tuo amico… tu, che vivi nell’isola dove tutto si può dire meno che la roccia manchi, hai mosso ituoi primi passi sulla resina!

Sì, ho iniziato nella palestra del mio quartiere. Non sapevo nemmeno “si arrampicasse”.

Ho iniziato a divertirmi con questo “gioco” tirando prese, approcciandolo come uno sport qualsiasi.

Mi piaceva lo spirito che riempiva quel garage. Due pannelli di legno, frutto di un lavoro artigianale, e tanta passione. Lo stesso spirito che poi ho trovato anche in altre città e in altre palestre. Là dentro, nel garage, la voglia di tirare le prese era la stessa che a Milano.

Cosi è partito tutto… poi ho conosciuto altri amici, Grazia Fenu, Marco Caboi, Angelo Manca e altri “local nuoresi”. Ho girato le classiche falesie: Ulassai, Isili, Domusnovas… e mi son appassionato alla roccia.

Quando mi sono trasferito a Rovereto per studio, scalavo già da qualche anno. Andavo all’università e arrampicavo insieme a Grazia che in quel periodo viveva lì. Un anno dopo ho fatto il concorso per “vigile del fuoco” e, una volta assunto, ho passato altri cinque anni e mezzo a Milano.

È stata la mia più grande fortuna. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto la possibilità di scalare in altre realtà, in altri contesti. Ed eccomi qui, tornato nella mia terra, con un bel bagaglio di esperienze.

Sei vigile del fuoco: sei mai andato a spegnere incendi nei pressi delle falesie?

Ti è mai stato utile l’aver dimestichezza con l’arrampicata e con le manovre in corda.

Fortunatamente no. Facciamo spesso altri tipi di interventi.

Diciamo che l’avere una certa confidenza con l’altezza e con la gestione della tensione è sicuramente un vantaggio.

Hai lavorato anche come tracciatore a Milano?

Ho fatto i corsi per tracciare e insegnare. “Tracciatore” è una parola grossa. Diciamo che avvitavo delle prese insieme ad altri amici. Quando Enrico (Baistrocchi) si è trasferito a San Diego, ho aiutato Gabriele (Moroni) e Martino (Sala) nel lavoro in sala.

Dopo questo giro d’Italia sei tornato in Sardegna e…

Sì, son tornato da due anni e mezzo e ho ripreso in mano Luogosanto.

Penso sia l’unico vero settore di boulder in Sardegna. Sia per qualità che per numero dei passaggi saliti.

Poi ho instaurato un’amicizia con Maurizio Oviglia. Insieme abbiamo fatto tante esplorazioni e con lui ho avuto la possibilità di provare l’arrampicata in stile “trad”.

Riassumendo: hai raccolto gli ingredienti in giro per l’Italia e, una volta tornato sull’isola, ti sei messo a cuocere un gustoso “minestrone sardo” … ti mancherebbe solo l’esperienza di qualche multipitch.

In effetti ho in mente qualcosa ma non ho ancora trovato qualcuno che condivida questa mia proposta. È evidente che mi piace l’arrampicata, tutta, dal “lavorato” al “trad” passando per il boulder. Diciamo che, in base al periodo, seguo il mio istinto verticale.

Ma dimmi: il Maestrale ha portato in Sardegna i “rumors” delle discussioni francesi sul “come e dove richiodare”?

Sì, anche da noi se ne parla, basti vedere il fenomeno Ulassai…

È brutto da dire ma qui è ancora “terra di conquista”. Chi ha più energia da mettere in campo la fa da padrone. Non si è ancora arrivati a un livello critico, ma la strada imboccata sembra portare lì… diciamo che non sono persuaso dalla formula “chiodi due vie e dormi gratis”. A me sinceramente queste formule non piacciono, non le condivido e non credo possano essere una risorsa per il territorio. Mi sembra una formula “fast food”. Certo, ha portato al desiderato 9a, ma come contropartita ci sono stati alcuni casi di vie chiodate con questo “format” … francamente, impresentabili. Io non dico che uno debba avere l’esclusiva per chiodare, per carità, ma ci sono maniere diverse di inserirsi in contesti dove comunque l’arrampicata esiste da almeno trent’anni. Non so quanto, guardando in avanti, possa funzionare questa realtà. La Sardegna ha talmente tanto potenziale che non mi pare serva questo tipo approccio consumistico teso a costruire una palestra a cielo aperto. Si potrebbe fare in altra maniera. L’eventuale e conseguente invasione massiccia di climber, nata dall’oggi al domani, ecco: io la tratterei con calma. C’è il rischio di non essere in grado di gestire le persone e poi… poi bisognerebbe privilegiare le falesie che stanno cadendo a pezzi.

E sono posti conosciuti e caduti in disuso, perché finiti fuori moda, ma ancora noti, recensiti e consigliati dalle guide o dai media. Luoghi dove la manutenzione è fatta da pochi “local” e, qualche volta, si assiste alla nascita di qualche “spit” aggiunto senza un criterio. So di essere fuori dal coro, non mi vergogno a dirlo. Son forte del fatto che non ho “nulla” con nessuno. Mi pare sia un’azione commerciale che tutto sommato non mi entusiasma.

Dico questo e non vorrei che il messaggio scadesse in sterile e banale polemica. È un invito a pensare che si può fare anche diversamente.

Il ragionamento mi sembra limpido e senza secondi fini. Una critica sincera che mira a costruire. È evidente che nasce dall’amore per quello che fai. Chiunque ne voglia travisare il senso, deve rivolgere l’attenzione all’eventuale coda di paglia che si porta appresso. Non certo alle tue parole.

Piuttosto: raccontami di Batman. Come nasce questo progetto?

Il nome è in onore al pipistrello che fa da guardiano alla via.

Siamo a Orosei, in un posto bellissimo, vicino al mare. Era il 2017, avevo visto delle foto ma sono comunque rimasto impressionato dalla bellezza del granito, per pulizia e qualità.

Di Batman restava da liberare solo l’ultimo tiro, quello del tetto. Il resto l’aveva già salito Maurizio (Oviglia).

Son dovuto tornare altre due volte per salire in libera tutta la via.

Ho usato nut e friend. In cima c’è una sosta… l’unico spit è per tornare a terra.

È stata una bella sfida trovare la serenità per scalare su queste protezioni mobili.

Cosa sarebbe cambiato se avessi trovato la linea chiodata a fix?

Per quanto mi riguarda e per quanto la linea rimanga stupenda, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Io mi sento sempre in più in armonia con questo tipo di scalata… a “impatto zero”. Forse è anche per questo che riservo un posto di privilegio al boulder.

Lo stesso approccio, una certa tendenza all’”impatto zero”, l’ho tenuto con una fessura a Orotelli. Dopo averla salita con le protezioni veloci, l’ho salita con solo con i pad…

Parliamoci chiaro: non sono highball. Dopo essere tornato da Bishop non considero nemmeno di averlo mai visto un highball qui da noi. Il valore di viaggiare e di confrontarsi lo ritrovi anche in queste piccole cose, come quando guardando lo stesso boulder lo vedi diversamente e ti chiedi come mai non l’hai ancora provato senza corda…

Comunque, queste salite, queste scelte – rischiose/pericolose – rimangono percorsi personali. Si fanno solo perché si sente dentro un richiamo. Non vanno poi pubblicizzate per quello che non sono. Sono solamente ricerche personali, che portano spesso lontano dal grado ma sono in grado di dare molto sul lato privato.

Se fossi chiamato a dover tracciare un possibile futuro del “climb” in Sardegna…. Cosa faresti? Da che parte prenderesti in mano questa situazione?

Il discorso è difficile. È difficile indirizzare le masse in una direzione. In fin dei conti ci sono tanti messaggi divergenti sul modo di vivere l’arrampicata.

Faccio un esempio: ci sono aree della Gallura che non sono chiodate. La massa delle persone sembra cercare il grado più che i luoghi. Ecco: si potrebbe distribuire meglio.

Resta il fatto che arrampicare è un fatto molto personale e per mia esperienza ti dico che non è facile coltivare tutte queste varianti dell’arrampicata. A volte è un pochino frustrante.

Spesso rimani al palo, legato a una visione… e vedi gente che riesce su altre cose… Non è facile da gestire, ma questo rivela la passione per l’arrampicata. Non voglio criticare chi si concentra in una sola specialità. A me piace passare dal Frankenjura a Bishop e, tornando in Sardegna, magari aprire una linea che prima mi sembrava impossibile. Guardare il solito e vederci del nuovo. Questo concetto l’ho già detto ma riassume il lato che mi piace della scalata e di quello che faccio.

Sembra una forma di resistenza all’omologazione che piano piano sta codificando l’arrampicata. Non ti vien da pensare che bisognerebbe preservare alcuni luoghi per coltivare la possibilità di vivere questa diversità. Quando si pensa all’interesse di tutti, bisogna pensare anche agli interessi di chi non scala. E penso a te e ad altri che danno il tuo esempio, alla loro necessità di viaggiare per uscire dall’omologazione che a volte sembra come l’edera.

Ma sai, quando viaggi e ti confronti, capisci che la fessura che ritenevi impossibile, altri la salirebbero in ciabatte…. Cosi vale per i boulder alti che qualcuno farebbe anche senza pad. Il rischio è quello di rimanere risucchiato nella realtà locale. Per carità, io ci sono nato, sono contento di preservare certi tipi di valori, ma poi bisogna espandersi.

Bisogna usare la tradizione come trampolino e non come bunker per proteggersi.

Il viaggio negli U.S.A. è stato l’emozione arrampicatoria più bella della mia vita. Salire “midnight lightning” al Camp IV è stato il momento più bello della mia storia arrampicatoria. Vuoi il contesto, Ron Kauk lì presente… mi sembrava un piccolo sogno anche in forza delle piccole circostanze che lo hanno reso unico.

Riconosci al viaggio tutte queste qualità e vivi in una terra meta di viaggi.

Sarebbe bello fare della Sardegna un luogo dove incontrare tutti questi stimoli, poliedrici e variegati. Un posto in grado di tenere insieme le svariate forme dell’arrampicata.

Sì, in una sola giornata puoi passare dal boulder al “trad” e fare sera con una bella via lunga sportiva sul mare.

Io mi accorgo che veramente poche persone sono riuscite a venire qua, da fuori, e creare qualcosa che sia rimasto a livello qualitativo ed esplorativo… Ci vuole tempo per far questo e farlo è dispendioso…  a volte fare 100 metri nella macchia ti porta via una mattinata. Solo pochissimi sono riusciti a fare veramente qualcosa di questo tipo.

Coltivare questa ricerca sembrerebbe una perdita di tempo. Io dico, invece, che è investire nel tempo.

La mia verità è questa, e provo a comunicarlo anche nei social. Purtroppo, l’8b + piglia 330 like, mentre un pensiero come questo non lo caga nessuno.

Che poi la cosa buffa è che la stragrande maggioranza scala sotto il 7b… e non si capisce l’utilità di questa ricerca del prodotto “vedette”, del 9a… o meglio, si capisce molto facilmente il lavoro di marketing.

Per carità, sotto c’è un investimento. È un tentativo ma non mi fa impazzire.

Ci sono tantissimi posti dal potenziale enorme dove sono spesso da solo.

Passo intere giornate in solitaria sotto i massi e tra i rovi.

Ecco che quando vado a Rockland, trovare tanta compagnia non lo trovo nemmeno fastidioso.

Insomma, costruire certe realtà è possibile… resta solo da pensarle prima di mettersi in azione.

Filippo: ti ascolto e penso che sarebbe bello inserirsi in questo contesto selvaggio senza essere troppo invadenti. Penso che come noi ammiriamo la bellezza della natura, anche la natura possa ammirare noi. Fare come la natura: esprimere le nostre capacità… lasciando il minimo indispensabile, l’inevitabile traccia.

Io spero sempre di trovare un‘altra Batman, di salirla con ancora più consapevolezza delle mie capacità.

Passare nel modo più pulito possibile: negli ultimi anni è stato tutto un percorso di pulizia. Quello che oggi possiamo chiamare “il troppo” è stato necessario per evolvere. Le prese scavate sono state un passaggio e forse, forse, arriveremo in modo diverso esattamente da dove siamo partiti. Oggi lo chiamiamo “trad”, ma lo conosciamo da tempo…

Avere oggi la possibilità di salire in questo stile lo considero un dono prezioso, prezioso come un cristallo raro.

Hai ragione. Pur cercando di non essere troppo invadenti, qualche traccia la lasciamo inevitabilmente…

Trovare un piano di incontro sostenibile con la natura potrebbe passare da questo ragionamento. Del resto, tolti tutti i fronzoli, siamo “animali” tra gli animali.

Come loro lasciano qualche “shit”, noi lasciamo qualche spit.

Bisogna farsene una ragione.

Grazie Filippo

Andrea Tosi

P.S.

Filippo é molto attivo anche sui media e lo potete trovare sul canale Epic Tv, (https://www.epictv.com/USERS/FILIPPO-MANCA), dove periodicamente pubblica le sue scorribande verticali.