nicola tondini

Non abbiate paura di sognare

Nicola Tondini:”costruire qualcosa con le persone intorno”.

Nicola Tondini lo conosco da oltre vent’anni. La penna di Guareschi sembra riassumere il nostro rapporto: io sono Peppone, lui Don Camillo.

Di Nicola si è scritto tanto, non serve presentarlo. È tante cose: direttore, istruttore, Guida Alpina, ingegnere, alpinista… la lista sarebbe lunga, eppure, per me, Nicola non è nulla di tutto questo. E l’immagine che affiora dal sacco dei ricordi che lo riguarda, (abbastanza idiota per la verità), lo vede appeso alla corda, dopo 5 metri di volo – dove non ho fatto la figura del “best belayer” – che mi dice tranquillamente: “Ho cercato di mollare le mani”.

Nicola va sempre fino in fondo. Questa è la sua cifra.
Era sul riposone della via di riscaldamento, ma lui cercava di più. Voleva toccare il limite anche del riposo. E di troppo riposo si cade!
Ricordo voli su voli mentre lo riprendevo in apertura su quello che diventerà “Viaggio su Plutone”, (Monte Cimo). Era Ottobre 2010.

E poi voli rischiati sulla Placca Messner e su Menhir al Sass Dla Crusc. (Ricordo anche i 100 metri di statica su tre chiodi martellati al bordo del Sass sui quali ho passato la giornata…)

A far tutto “Tondo” così è Nicola per tutti ci sono anche i voli raccontati dalle guide alpine, o aspiranti tali… Non faccio fatica a immaginarmelo, durante le sue lezioni, mentre, tutto preso dallo spiegare i nodi per recuperare sacchi/clienti/compagni, vola a terra inciampando nel primo sasso trovato sul sentiero.

Lui è così; è qui di fronte a me e, per una volta, non dobbiamo scalare.


Nicola, perché ti sei lanciato nell’apertura di un film?

Sono convinto di essere arrivato a un punto “notevole” nella mia ricerca dello stile. Ho cercato di coniugare lo stile tradizionale alla capacità di esprimermi su alte difficoltà arrampicatorie.
È una ricerca che parte da lontano e passa anche dalle aperture fatte in Val d’Adige. Tutte le vie che ho aperto condividono il fatto che ogni tassello che ho messo è la testimonianza del punto esatto in cui ho “mollato”, di testa o di fisico.
Chiaro che sui tiri facili ho pensato anche ai ripetitori… si tratta pur sempre di lasciare un itinerario ripetibile.

Mediare tra alta difficoltà e stile tradizionale presuppone l’aver toccato dei limiti nelle due direzioni.

“Quo vadis” al Sass Dla Crusc e “Colonne d’Ercole” sulla Punta Tissi in Civetta, (1000 metri protetti solo in modo tradizionale), sono i miei limiti relativamente alla difficoltà e allo stile. Sul Sass Dla Crusc, nel 2010/2011, ho toccato il mio limite sul grado in apertura, ma non sono riuscito a farlo in totale stile tradizionale. Ho ceduto e dove non sono riuscito a fare diversamente, mi sono fermato sui cliff e ho voluto testimoniare con un fix la mia debacle.

Da quello che dici il pensiero torna più a “Quo vadis” che a “Colonne d’Ercole”, come se ci fosse il rimpianto di non essere riuscito ad aprire rimanendo sempre al 100 per 100 delle tue capacità. Per una volta il Tondo non faceva tutto “tondo”.

In effetti mi spaventa più tornare su “Quo vadis”che sulla punta Tissi in Civetta.
Forse avrei potuto mettere qualche fix in meno. Dei sette che ho messo ne sarebbero bastati quattro. C’è qualche rimpianto? Un pochino, perché ero costretto tra altre linee. Ma in realtà non lo so. Non ci sono più tornato. L’avessi aperta oggi sarebbe certamente diversa.

Quello che conta è che ero determinato a portare avanti quello stile e la parete della Cima Scotoni, finalmente, me lo ha permesso.

Nasce così “Non abbiate paura di sognare“: il mio fine corsa per difficoltà e per stile di protezione. Ho chiuso un cerchio. Un giorno farò cose diverse che metteranno a frutto questo percorso ma, in fondo, il nome della via è significativo e dice tutto.

Cima Scotoni, parete Sud Ovest – “Non abbiate paura di…sognare”
Cima Scotoni, parete Sud Ovest – “Non abbiate paura di…sognare”

La “direttissima” era la via che, negli anni 50, era concepita secondo l’estetica della goccia d’acqua. Spesso era perseguita con ogni mezzo. L’uso dell’artificiale annullava quesi completamente il dubbio di riuscita della salita. Era il 2011, e guardando quella parete non ho avuto paura di sognare di collegare le zone libere più repulsive che tutti hanno evitato: era la mia “direttissima” ed è lì che son salito con il mio stile. Solo con le mie forze e le protezioni tradizionali. È stato un percorso lungo e mi son preso tutto il tempo che è servito.

“È il tempo che hai perduto per la tua “Via” che ha reso la tua “Via” così importante”, chioserebbe il “Piccolo Principe” di Saint-Exupéry.
Ma le cose mutano nel tempo. Gli strumenti mutano la società. Oggi etichettiamo con “illogico” quello che per un periodo storico è stato il modo “logico” per tracciare gli itinerari. Per pensare la tua via hai comunque dovuto fare i conti con lo spazio che la “storia” ha lasciato libero sulla parete.

Sulla Cima Scotoni, fortunatamente non c’erano itinerari illogici
Ho dovuto fare i conti con gli itinerari presenti, tutti molto logici che sfruttavano ottimamente i punti deboli. Sono io che sono partito, sulla carta, su una linea illogica. Diventata logica solo perche scalabile

Cosa pensi quando senti parlare di etica di apertura?

Io parlo delle mie vie e ti parlo di stile. Cerco di essere chiaro, onesto, senza ombre.
L’etica nell’aprire una via è per me il rispetto verso ciò che è stato fatto da altri. Quando scelgo uno stile di apertura, se cancello quello che è stato fatto prima, non sto facendo bene. L’unica etica che mi sento di proporre è questa. Posso anche aprire a spit, ma devo rispettare lo spazio che interseco nel rispetto alla storia.

Di certo è un ragionamento valido finché esiste spazio libero per potersi esprimere. Cosa te ne pare dei movimenti attuali come il “Togliere Togliere Togliere“?

Dovrebbero essere interamente condivisi. Alcune vie in Sella sono state rimaneggiate in accordo con l’apritore. Ma che qualcuno possa decidere di manomettere… questo no. Se una parete è esaurita: pazienza. Si può sempre fare manutenzione e sistemare nel rispetto dello stile originario.

E quando il chiodatore non è più interpellabile? Chi si prende la responsabilità?
Dii questo passa occorrerà aggiungere un testamento, oltre alla relazione, per il futuro delle vie? Chi conserverà queste opere d’arte? In questo senso, cavalcando l’analogia tra “l’aprire vie” e la creazione di opere d’arte, ti chiedo: può morire l’arte? Può morire l’alpinismo?

L’alpinismo presuppone l’avventura, l’incongita. Altrimenti è arrampicata sportiva.
Inizialmente ci si metteva in gioco con una montagna. Era un aspetto culturale alla stregua dell’esplorazione. L’alpinismo non muore se quello che conta è il modo in cui lo si pratica.
Altrimenti si fa un’altra cosa.

Di certo aprire è un atto costituitivo. Per quanto si possa essere onesti, la ripetizione cambia la natura del gesto arrampicatori. L’atto creativo dell’aprire riassume due aspetti che inevitabimente si perdono nella ripetizone.

Rimane solo l’atto sportivo, e io amo anche il dubbio del non riuscire a salire in libera la via.
In Scotoni, su “non abbiate paura di sognare“, ho avuto tre tempi, l’apertura, la ripetizione e l’one push.
Il gioco è sempre nuovo se differenzi la domanda iniziale.
È la modalità con la quale ci si pone.
Non mi interessa collezionare vie. Io voglio conoscermi e farmi conoscere dal ripetitore. Quello che faccio è importante perché mi mette in contatto con le mie paure, i miei dubbi, con Dio, con le persone con la montagna. Sono occasioni. È importante che le giornate vissute in parete siano motivo di crescita personale. Il bello dell’alpinismo è proprio la grandezza di questa incognita che ti rimette al giusto posto. Di essere un uomo finito e fallibile.
La volontà di mettere “firme” ovunque, apre le porte al “vale tutto”…

La cosa buffa è che il sogno può essere anche negativo. Non c’è solo positività nel “non aver paura di sognare”. Pensa se il sogno di altri fosse stato il chiodare tutto il Monte Cimo dall’alto, o la Scotoni interamente a fix inox da 12 mm…

Ma i sogni, i propri sogni, per il fatto di essere sogni non è che vadano bene in automatico… la differenza sta nell’obiettivo finale che deve essere quello di avere un occasione per crescere. L’accento va messo sul modo in cui lo faccio più che al risultato finale.
Ecco che trova un senso anche il tornare indietro. Il rinunciare. Perché poi, se metto un tassello e forzo il passaggio, la linea: cosa ottengo?

Io dico che posso prendere le tue parole e girarle specularmente. Partendo dallo stesso principio posso arrivare al risultato opposto, dove tutto si riduce all’avventura del “poter fare”, a una morale che guarda solamente alla realtà delle conquiste… tra costruire mondo o distruggerlo, la differenza è sottilissima. Certo, porto questo paradosso per metterti in difficoltà. Ricordo bene i tuoi voli, la tua ostinazione per non offendere lo stile di apertura e il seguente dialogo con l’eventuale ripetitore. Ecco forse: il dialogo è la chiave di lettura per evitare il relativismo assoluto, dove tutti possono tutto perché nulla vale. E la risposta non viene da noi, ma dagli altri.

Quando porto i clienti sulle vie, li porto sulle tracce che questi grandi alpinisti hanno lasciato. E sono tracce che parlano del loro carattere.
Le vie che hanno un certo stile ti fanno conoscere dal ripetitore. Creano una relazione. Sulla roccia é rimasto il segno del loro essere. Se si falsifica tutto questo, in chiodature seriali… allora non c’è più dialogo.

Ma tu riesci a capire se qualcuno ha detto una bugia, se ha forzato la mano?

Non sempre… diventa difficile capire se qualcuno ha barato.

Sei riuscito a far passare tutto questo nel film?
Nel film ci sono tanti temi, forse troppi. Non son sicuro si riesca afferrare tutto…
È cosi importante?
A volte no.

Alla fine sono contento del film per le diverse emozioni che lascia nelle persone. Ognuno porta a casa quello che vuole, quello che più lo colpisce.
È una strada per aprire al confronto.

Cosi come nella tua avventura qui al King Rock, o nell’aprire vie, c’è stato un momento particolare durante le riprese del film?
C’è stato un punto saliente che ha rimesso in discussione tutto quello che si pensava di fare inizialmente.

Una visione mi ha fatto muovere, ma l’adattamento alla visione è stato continuo.
In corso d’opera ho anche stravolto la visione iniziale. Devi essere disposto a ricrederti. Sempre.
Mi viene in mente una frase:”Non sono i fatti a contare nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa“. La frase è di Etty Hillesum, scrittrice olandese di origine ebree morta ad Auschwitz nel 1943… c’è sempre da imparare, sempre.

È un modo di pensare che mette in mora il concetto di “bello” e “brutto” e lo trasforma in “utile”.

La frase riassume un percorso che parte dall’orrore che ci circonda ma ci riporta a noi stessi quando ci interroghiamo sulla sporcizia che noi abbiamo ancora dentro. Spesso guardiamo diventare disumani gli altri e perdiamo la capacità di vedere quanto stiamo diventando disumani anche noi.

Quindi: smettere di giudicare anche l’incontestabile, ma guardare dentro per saltare su tutto come fosse un trampolino per poter migliorare.

Il “Diario” di Hillesum contiene passi pazzeschi.

Bello notare come le letture fatte durante questo periodo abbiano avuto la loro influenza nella tua avventura.

Questo per dire che anche nell’avventura, del film, del king o della salita, il lato importante è stato l’aver avuto continue occasioni per crescere. Fosse solo la condivisione con Sergio Rocca con Klaus Dell’Orto, l’incontro con Hansjorg Auer, Reinhold Messner, Christoph Hainz, Lorenzo, Nicola, Luca, Pietro, Andrea, Ingo…insomma: un paese di persone ha condiviso il mettersi in gioco… Certo, tutto poteva essere meglio…

Hai notato che tutte le volte che si riesce a far fare all’”io” un passo indietro, le cose magicamente prendono un valore più utile a tutti. È vero che siamo noi a farlo, ma se non imbrogli con nessuno, eviti l’eccesso di egoismo, la relazione rimane “umana”. È il voler marchiare a tutti i costi una differenza che porta a falsare il risultato di una relazione con il ripetitore! Lo vedi dai dettagli, a volte anche nella “tracotanza” che esprimono alcune chiodature in falesia.

Se il ripetitore riesce ad entrare in sintonia con l’apritore, è anche in grado di capire se è all’altezza delle tue qualità e delle tue debolezze.

Bello sia passato questo tuo modo di fare: dalle vie che hai aperto fino al film.
La via del King Rock dove finisce? Siamo al decimo tiro (anno) e…

Anche qui, la visone era pensare un posto dove vedere crescere i ragazzi, dove far incontrare le persone, permettere a loro di aggregarsi, allenarsi.

Creare spazi, per quanto possibile, di “felicità pubblica”?

Ma si! Un posto dove poter condividere, aggregarsi. Ma il percorso lo sto imparando passo a passo e quando pensavo di aver capito come gestire queste cose, nella realtà ho fatto dei danni. Quando invece ho aperto ad altri, ho avuto inaspettatamente le risposte che cercavo. Insomma, modellare e modellare il percorso. Imparando ad ascoltare senza il bisogno di imporre.

Son tutti sentieri quelli che tracci che sembrano sfumare in una nuvola di incertezza… pronti per essere ripresi da altri.
Dalla presidenza del king, all’aprire vie, al comunicare con i media.

Mi piacerebbe permanesse il desiderio, a chi viene dopo, di mettersi in gioco. Non vorrei tracciare un solco nel quale basti inserirsi dentro per proseguire in automatico. Non sogno questo; ma dire ok! dai andiamo a fare alpinismo e mettiamoci in gioco. Vediamo cosa ne esce. Senza badare troppo al risultato che si ottiene. Guardando al percorso che ci fanno fare certe scelte. La stessa cosa vale per il percorso professionale.
È bello fare una strada in cui, in qualche modo, riesci a costruire qualcosa con le persone intorno. E non con una selezione di persone intorno; che è una cosa diversa.

Il sogno come luogo dell’inconscio… e allora l’augurio e quello di non smettere di sognare per poter portare luce anche a quei lati che spesso stanno in ombra.
Costruire qualcosa con le persone intorno, tutte! Non una selezione. Tutte!

Il sogno più grande è quello di non aver paura di conoscersi, di scavare, di andare in profondità su sé stessi.

E avere il coraggio di fare un film e di renderlo pubblico.

Anche!

Bravo Nic.

Andrea Tosi

P.S. Foto & video: