Foto: Giovanni Danieli

L’ultimo giro di trave

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Questa è per te, caro lettore, per ricordare insieme le folli giornate, le rabbie giustificate e le gioie motivate.
Le manie di tanti pomeriggi, il dolore di tante sere. Mai visti e mai conosciuti, ma, seppur lontani, dannatamente vicini.

È stranamente affascinante pensare a come siamo fuggiti, chi per sbaglio, chi volontariamente, da un mondo rimpinzato di regole, a volte giuste e spesso matte, per poter abbracciare una visione del mondo diversa.

Una visione semplice, con cornice in legno 55 per 16, contorni smussati e appigli smagnesati.

Una visione con meno binari prestabiliti e certe volte più giusta, molte volte più severa, ma anche in essa, cari lettori, le catene non si sciolgono. Alcune le scegliamo, altre ce le imponiamo…

E dunque, amico mio, su questo adesso riflettiamo.

Spesso si fa l’errore di credersi speciali. Forse si è solo fortunatamente e dannatamente diversi, e la base del mondo che scegliamo, verticale o piatto che sia, sono solo solide fondamenta di folli, giuste e tristi regole.

Bene cari ragazzi: è ora di partire.

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Sporcatevi le mani, fate che siano bianche a tal punto da non distinguere più palmo e polvere, è ora di appendersi a del semplice legno e cercare di dimenticare gli insegnamenti di fisica ricevuti a scuola.

In fondo, all’abitante del mondo verticale spesso piace la controtendenza, e cosa c’è di più controtendente se non l’andare contro la gravità. Provare che a volte, per volare, basta non sapere di non esserne capaci.

Non possiamo fermarci, il cronometro ci impone di non lasciare l’appiglio, quest’ultimo cerca la fuga, e le nostre dita chiedono riposo. Quest’ultimo a noi non è concesso, siamo tenaci, siamo in fuga, siamo alla ricerca di sogni che aspettano con ansia di brillare al mondo, per poter gridare, anche per pochi istanti di personale gloria, che anche noi, un giorno, abbian respirato, sottile e libera “aria”.

Incontabili ore, stressanti giornate concluse con stancabili notti, appesi. 

Semplicemente appesi

 Si porta la mente in confusione, il fisico dimentica gli insegnamenti di fatica e dolore, restano solo passione e tenacia, e , per qualche istante, l’aria si fa pesante, i polpastrelli pulsano, le dita sanguinano.

Questa è fatica, questo e dolore.

E questo è tutto ciò che abbiamo scelto, un semplice prezzo da pagare, qui, dannati fuorilegge, si torna al baratto.

Dita doloranti e avambracci gonfi sono la merce di scambio, in cambio chiediamo solo pochi istanti di vita, gioia e consapevolezza della nostra rubata permanenza.

E poi, amici miei, cosa è successo?

L’avidità.

Quella infrenabile voglia di tornare a gridare, continuare a fuggire, a imporsi regole per scappare da altre, come carcerati, passiamo le ore d’aria ad agire e fantasticare, senza forse, renderci conto di aver solo cambiato stanza, ma avendo attorno sempre le stesse mura.

E adesso, cari lettori, cosa ci resta?

La fame.

Dopo lunghe diete ricche di piatta frenesia e estenuanti doveri, torna incessante quella inarrestabile voglia di dimostrarsi, poter dimostrare sé stessi dinanzi a sé stessi.

Ritornare all’ennesimo lunedì del mese con mani pulite, ma un sorriso diverso.

Come un pescatore, si torna ad affrontare la calma apparente della settimana, per poi spiegare le vele verso l’orizzonte, e come lui, scegliamo.

Scegliamo come passare la calda assolata giornata, scegliamo se e quando buttare l’amo, scegliamo se prendere tanti e piccoli pesci, o dedicare le nostre reti e le nostre giornate  solo a grandi squali.

Ma adesso, domandiamoci solo una cosa: abbiamo mai visto un pescatore fotografarsi dinanzi a dodici trote?

No, amici, nella foto ci sarà sempre un “Marlin Blu” da mezzo quintale.

Pierfrancesco De Falcis

Il Canile della Pietra

Testo di Pierfrancesco De Falcis | Foto di Giovanni Danieli : www.danieligiovanni.it

Partiamo ?

Per una volta mettiamo alla guida il puro istinto e lasciamo a casa il “buonsenso” – che in fondo in fondo, ognuno ha il suo e quindi nessuno sa veramente cosa sia.

Distogliamo lo sguardo dalle classiche mecche dell’arrampicata mondiale e viviamo la verticalità cullati dall’imprevedibile.

Questo sì potrebbe farci apprezzare, e perché no, anche amare, l’unicità delle cose.

I soliti muri calcarei, le ennesime placche granitiche, i banali e fisici strapiombi dolomitici.

E se ci fosse dell’altro?

Per vedere “dell’altro” serve accettare l’impensabile, la follia, l’ingegno del mondo verticale.

Allora sì, adesso possiamo parlare a lungo: di conformazioni geologiche anomale, difolli attaccati in parete alla ricerca del movimento perfetto e di voli infiniti trattenuti da un semplice cliff che aspetta 8 metri più in basso.

Ora possiamo parlare di Bismantova, delle sue pareti, dei suoi sassi, dei suoi colori, delle vite che ha salvato e di quelle che ha ucciso.

Dolce Emilia Romagna, piatta, inquinata, lenta. Niente fa pensare, neanche lontanamente, alla possibilità di vivere il mondo outdoor con foga e vigore.

Ma se si scruta l’orizzonte, nei pressi dell’appenino tosco-emiliano, si nota, a far la guardia al paese di Castelnovo ne’ Monti, un sasso, una grande pietra solcata da geometrie e colori che difficilmente la natura riproporrà a breve altrove.

Il buon senso del calcare, del granito, della dolomia, noi, lo lasciamo al resto del mondo.

Qui, abbiamo l’unicità. Qui, noi, abbiamo l’arenaria emiliana.

Un grandissimo palcoscenico dove vivere a pieno la verticalità, armati di materassi, muniti di corde o portatori sani di follia.

Materassisti

Anni fa, quando il boulder era visto ma non considerato, apprezzato da pochi ma mai amato, alcuni fuorilegge delle pareti si buttarono nel bosco ai loro piedi.

Armati di spazzole di ferro, spazzolini e scalpelli, come cani sciolti, si misero alla ricerca di sassi e geometrie uniche.

Molte, troppe linee sono nate ­– erano altri tempi.

Opera dello storico Geo Progulakis, fuoriclasse del panorama bismantovano e non solo.

Il boulder  bismantovano non ha mai amato la bassa difficoltà, le linee semplici scarseggiano.  Tanti tracciati unici, tacche, piatti, traversi. “Keope”, “il tabagista”, “yoyo”, “il gobbo”, “chacra”, sono solo alcuni dei passaggi più conosciuti, ma tranquilli, ormai più di cento linee conta il bosco, e la possibilità di lasciare la propria firma non manca.

Un’arrampicata fisica quella dei materassisti, snervante, piedi alti, tallonaggi estremi, e non mancano linee che per essere domate esigono controllo, serenità, e una decina di pad pronti a cercare di salvare le caviglie.

Se ci spostiamo più ad est si nota una lunghissima distesa di sassi ai piedi della pietra: “La Frana”; cosi la chiamano.

Cari esploratori, tante sono ancora le cose da fare. I sassi emiliani aspettano di essere scoperti, aspettano che qualcuno nel guardarsi attorno attivi i sensori.

Insomma, aspettano l’istinto, l’ingegno e un pizzico di creatività.

Tiraronchie e guerrieri della ghisa

Ora, spostiamoci dal bosco alla base delle sue pareti.

Cari ragazzi, qui la scelta e sempre ardua. Tanti settori, certe volte troppi, quando si hanno ancora tante cose da fare e tante linee da testare.

Dalla verticalità più tecnica, infima e appoggiata, ai fisici strapiombi dolorosi.

C’è  la possibilità di cimentarsi e testare la propria forma in qualsivoglia modo. Dal tecnico e aleatorio di “le Gare vecchie”, all’infinita continuità de “la Banana”, ai tetti ad incastro del severo “Moby Dick”, ai boulder di pochi spit del “Cocoa”.

Non basterebbero cento pagine per raccontare le storie, le sfide di queste falesie. Dove negli anni ottanta si lottava per la catena, ci si agguerriva per chiudere ancora di più il braccio, per non far scappare il piede nel passaggio chiave.

Milo, Vic, Forlo sono solo alcuni dei nomi dei cani sciolti che, negli anni ottanta e novanta, animavano la falesie armati di fortissime dita, braccia possenti e calzamaglie bucate.

Sono nate linee estreme, uniche. Gli insegnamenti francesi hanno portato anche ad aprire settori aerei con accesso dall’alto in puro stile verdoniano: “cocoa”, “lobotomia”, “ottocilum” e la lista e ben lunga quasi senza fine.

Ed ora?

Tranquilli, la falesia e ancora in piedi, le sue vie sono integre e si continua alla ricerca dell’estremo.

Spingersi verso la tacca più piccola, decollare verso il buco più lontano o più semplicemente cercare istintivamente buone giornate in compagnia.

E le vostre dita? hanno da dire qualcosa? i vostri avambracci sono in grado di gonfiarsi fino allo sfinimento? di arrivare alla fine?

Bismantova vi aspetta.

Alpinauti e artificieri

Bene, é il momento di spostarsi ancora, alzare lo sguardo più in alto, e cominciare a sognare la vetta e i sui prati alla sommità.

Qui siamo sulla “short wall” più ambita del nostro piccolo e avaro mondo emiliano.

Basta legarsi insieme alla base e prepararsi ad avere dell’aria sotto il sedere.

Tante son le linee che solcano questa unica struttura e tante le difficoltà.

Si va dalle fessure ad incastro trad alle placche spittate, dai magici traversi per prendere i punti più semplici, ai “giochi” con le staffe su linee estreme.

Un alpinismo eroico e stato scritto su questo terreno.

Da Oppio e Zuffa che si cimentavano su linee estetiche fino a progetti estremi su roccia instabile, dove prima di passare una domanda sorge spontanea: mi terrà?

Forlini e Nadali che cullati da amicizia e rivalità hanno scritto la storia dell’artificiale, e non solo emiliana, ma italiana, salendo all’estetico settore dello spigolo dei nasi, linee fino all’A4+ su roccia infima e continuamente istabile

Sfide all’ultimo cliff, alla piombatura più estrema. Ore e ore in parete, in completa solitudine, ore ed ore per guadagnare pochi centimetri e giornate intere per guadagnarsi la vetta.

Volete l’adrenalina? A Bismantova l’abbiamo. Siete esperti dell’instabile? venite a vedere!

Ma tranquilli, non solo folli amanti dell’impossibile sono accolti qui.

Le sue linee più semplici sono uniche e suggestive, sicure o facilmente proteggibili, dove passare delle splendide giornate su ottima roccia e godersi con serenità la salita.

Armatevi di mezze-corde, scegliete la vostra gita verticale e venite a scovare quello che l’istinto vi porta a cercare.

Conclusioni

E ora cari lettori? cosa farete?

La programmazione dell’ennesimo viaggio in Francia su buchi “ceusiani”?

Prenoterete il classico volo per la Spagna alla ricerca delle solite falesie?

Tanti sono i posti da girare, infiniti sono i muri scoperti o che attendono di essere addomesticati.

Ma attenti!

Non sempre occorre fare centinaia e centinaia di kilometri per la ricerca di emozioni verticali.

Molte volte l’avventura è dietro casa, in posti inaspettati, ma spesso siamo troppo accecati dalle ennesime avventure degli altri per vivere le nostre – magari è miseramente questo il buon senso?

L’emulazione dei grandi nomi che scalano su quelle pareti? è quello che porta alla fama quei stessi muri?

Vivere una vita verticale senza pregiudizi, senza disprezzo, accogliere con passione e amore tutte le esperienze che questo mondo, e le sue mille sfumature, ci dona, ha a che fare con l’istinto perché il “buon senso” è stato preso in ostaggio – da tempo ­– e ha perso il sapore della libertà.

Pierfrancesco De Falcis