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Filippo Manca: foto di Andrea Mannias

L’arrampicata sul granito dei Sette Fratelli in Sardegna

Quando si pensa alla scalata in Sardegna è tutt’altro che scontato decidere il terreno di gioco in cui potersi godere al meglio la propria dimensione verticale; ormai sono tantissime le falesie estive, invernali e quelle adatte alle mezze stagioni, per non parlarle delle multipitch, del trad e delle varie zone boulder; il tutto potendo scegliere tra granito e calcare; insomma nell’isola ce n’è davvero per tutti i gusti!

Negli ultimi tempi sempre più spesso mi trovo ad arrampicare dall’estremo nord all’estremo sud cercando di poter godere al massimo del potenziale che mi regala questa terra meravigliosa, ovviamente con una attenzione particolare per la zona del centro (in cui vivo).

Filippo Manca su Anime salve, 8b+
Filippo Manca su: Anime salve, 8b+ | Foto di Maurizio Oviglia

Mentre macino chilometri e playlist musicali penso spesso a quello che motiva i miei repentini spostamenti; rifletto su quella voglia di vedere, provare e scoprire non solo i miei limiti ma anche il bello e il nuovo, la ricerca di quello che mi fa sentire felice e vivo e mi catapulta in una dimensione del climbing molto intima in grado di regalarmi dopo tanti anni ancora nuove emozioni sportive e soprattutto umane; consolidando amicizie di vecchia data e facendone nascere di nuove, insomma mi sento un po’ un fabbricante di sogni…

I mesi del lockdown sono stati duri e tragici in particolare modo per tutti quelli che ahimè sono stati vittime di questa drammatica pandemia; ho fantasticato parecchio su cosa avrei fatto una volta tornato nella natura e sulla roccia con la consapevolezza di quanto possa essere preziosa e non scontata la nostra libertà e spensieratezza.

Tra le varie location che avevo in mente senza dubbio c’era l’intenzione di visitare alcune nuove aree del sud che mi ispiravano in modo particolare da alcune foto, ed effettivamente la realtà non ha deluso le mie aspettative; così ho deciso di fare visita alla Falesia di Magic Mushroom e a quella recentissima di Montezuma.

Filippo Manca
Filippo Manca su Dura vida 8a, Ossi (Sassari)

Certamente seppure a mio avviso si discostino molto da quello che è lo standard delle classiche falesie più frequentate della Sardegna, in questi posti si fondono una serie di caratteristiche affascinanti. E anche se saranno sì lontane dall’alta difficoltà e dai gradi che “contano”, sono però molto vicine alla mia visione e al mio ideale di scalata; mi ricordano tanto alcune zone sviluppate al Monte Ortobene di Nuoro con l’aiuto di Enrico Baistrocchi e Giorgio Soddu, dove l’esplorazione e la creatività l’hanno sempre fatta da padrone facendo nascere negli anni linee speciali e uniche nel loro genere.

Montezuma e Magic Mushroom sono falesie site nella zone dei Sette Fratelli, un massiccio di montagne ad est dell’area metropolitana di Cagliari. Si tratta di una zona selvaggia ed in buona parte protetta da un parco, popolata da cervi, cinghiali e aquile. In tutta l’area gli insediamenti umani sono molto limitati. Tutta la zona è costellata da ogni genere di strutture granitiche, tanto è vero che da molti anni è frequentata dai boulderisti e dagli amanti dell’arrampicata trad o granitica in generale.

Simone Desogus, grande appassionato di queste montagne, negli ultimi anni si è spinto ad esplorare le zone più nascoste, solitamente battute solo dai cacciatori. Sebbene alcune di queste strutture fossero già conosciute con i nomi locali agli escursionisti più appassionati, Simone ha preferito coniarne di nuovi dando sfogo alla sua fantasia. Così le rocce del Castello di Arxiolu sono divenute la falesia di “Medusa”, mentre il canyon che divide le punte tra questa struttura e l’inconfondibile Becco dell’Aquila “Magic Mushroom” dal nome di un incredibile fungo tafonato.

Più recentemente Simone ha esplorato la falesia di Rocca Gommai che ha chiamato Montezuma e le nascoste torri granitiche a sud di Castello Arxiolu che ha nominato (queste erano ancora senza nome) Torri di Asgard.

Filippo Manca: foto di Andrea Mannias
Filippo Manca su: Magic Mushroom 7c | Foto di Andrea Mannias

Le vie nel canyon di Magic Mushroom si devono appunto a Simone Desogus e Davide Lagomarsino che attrezzarono, ormai un paio di anni fa, la prima linea denominata “Cercando Funghi”. Ad esse hanno fatto seguito quelle della falesia di Medusa, in tutto una ventina di tiri sportivi. Più recentemente anche Maurizio Oviglia e Gianluca Piras hanno collaborato aggiungendo alcune vie e Maurizio Oviglia in particolare ha attrezzato le sorprendenti linee di Magic Mushroom, un incredibile tetto tafonato, e di Brucomela.

Le Torri di Asgard, ancora inviolate, hanno invece visto la prima via solo pochi giorni fa ad opera di Simone e Maurizio, lo yosemitico camino di “Born to be sirbon”, sulla prima torre. La falesia di Montezuma, che sta riscuotendo molto interesse, è stata attrezzata da Simone Desogus, Maurizio Oviglia e Gianluca Piras appena dopo il lock down. In un solo mese sono nate più di 15 vie su incredibile granito, a pochi chilometri dalla città metropolitana di Cagliari.

La mia sorpresa più grande è stata certamente il fungo di “Magic Mushroom” nel meraviglioso contesto del Parco dei Sette fratelli, un tetto più unico che raro che si sviluppa appunto sotto un classico fungo di granito lavorato a tafoni e buchi. Mi è capitato raramente di trovare questo tipo di strutture e quasi sempre purtroppo senza possibilità di salita… in questo caso però tutto era al posto giusto, quasi per magia la natura ha regalato questa insolita e rara via chiodata dall’infaticabile Maurizio Oviglia. Si potrebbe fare senza corda, anche solo con i crash? Forse, ma questa magari sarà un altra storia…

Filippo Manca

N.B. Articolo apparso su Planetmountain il 25/06/2020:

https://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/arrampicata-granito-dei-sette-fratelli-sardegna-filippo-manca.html?fbclid=IwAR2R3GvifIktE6VE1lXahCPEKvPTzOushhVOywxs6iXQUiEDeqWR1eTUIbM

Filippo Manca

Filippo Manca: Ichnusaite di Sardegna

Filippo Manca

Ciao Filippo. Posso registrare la telefonata?

Ho appena finito di vedere “Narcos” … cosi mi metti l’ansia da registrazione…

Tranquillo: tutto sarà usato contro di te!

Sei nato in Sardegna, (Nuoro), nel 1988, scali da 12 anni e hai iniziato nella palestrina di un tuo amico… tu, che vivi nell’isola dove tutto si può dire meno che la roccia manchi, hai mosso ituoi primi passi sulla resina!

Sì, ho iniziato nella palestra del mio quartiere. Non sapevo nemmeno “si arrampicasse”.

Ho iniziato a divertirmi con questo “gioco” tirando prese, approcciandolo come uno sport qualsiasi.

Mi piaceva lo spirito che riempiva quel garage. Due pannelli di legno, frutto di un lavoro artigianale, e tanta passione. Lo stesso spirito che poi ho trovato anche in altre città e in altre palestre. Là dentro, nel garage, la voglia di tirare le prese era la stessa che a Milano.

Cosi è partito tutto… poi ho conosciuto altri amici, Grazia Fenu, Marco Caboi, Angelo Manca e altri “local nuoresi”. Ho girato le classiche falesie: Ulassai, Isili, Domusnovas… e mi son appassionato alla roccia.

Quando mi sono trasferito a Rovereto per studio, scalavo già da qualche anno. Andavo all’università e arrampicavo insieme a Grazia che in quel periodo viveva lì. Un anno dopo ho fatto il concorso per “vigile del fuoco” e, una volta assunto, ho passato altri cinque anni e mezzo a Milano.

È stata la mia più grande fortuna. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto la possibilità di scalare in altre realtà, in altri contesti. Ed eccomi qui, tornato nella mia terra, con un bel bagaglio di esperienze.

Sei vigile del fuoco: sei mai andato a spegnere incendi nei pressi delle falesie?

Ti è mai stato utile l’aver dimestichezza con l’arrampicata e con le manovre in corda.

Fortunatamente no. Facciamo spesso altri tipi di interventi.

Diciamo che l’avere una certa confidenza con l’altezza e con la gestione della tensione è sicuramente un vantaggio.

Hai lavorato anche come tracciatore a Milano?

Ho fatto i corsi per tracciare e insegnare. “Tracciatore” è una parola grossa. Diciamo che avvitavo delle prese insieme ad altri amici. Quando Enrico (Baistrocchi) si è trasferito a San Diego, ho aiutato Gabriele (Moroni) e Martino (Sala) nel lavoro in sala.

Dopo questo giro d’Italia sei tornato in Sardegna e…

Sì, son tornato da due anni e mezzo e ho ripreso in mano Luogosanto.

Penso sia l’unico vero settore di boulder in Sardegna. Sia per qualità che per numero dei passaggi saliti.

Poi ho instaurato un’amicizia con Maurizio Oviglia. Insieme abbiamo fatto tante esplorazioni e con lui ho avuto la possibilità di provare l’arrampicata in stile “trad”.

Riassumendo: hai raccolto gli ingredienti in giro per l’Italia e, una volta tornato sull’isola, ti sei messo a cuocere un gustoso “minestrone sardo” … ti mancherebbe solo l’esperienza di qualche multipitch.

In effetti ho in mente qualcosa ma non ho ancora trovato qualcuno che condivida questa mia proposta. È evidente che mi piace l’arrampicata, tutta, dal “lavorato” al “trad” passando per il boulder. Diciamo che, in base al periodo, seguo il mio istinto verticale.

Ma dimmi: il Maestrale ha portato in Sardegna i “rumors” delle discussioni francesi sul “come e dove richiodare”?

Sì, anche da noi se ne parla, basti vedere il fenomeno Ulassai…

È brutto da dire ma qui è ancora “terra di conquista”. Chi ha più energia da mettere in campo la fa da padrone. Non si è ancora arrivati a un livello critico, ma la strada imboccata sembra portare lì… diciamo che non sono persuaso dalla formula “chiodi due vie e dormi gratis”. A me sinceramente queste formule non piacciono, non le condivido e non credo possano essere una risorsa per il territorio. Mi sembra una formula “fast food”. Certo, ha portato al desiderato 9a, ma come contropartita ci sono stati alcuni casi di vie chiodate con questo “format” … francamente, impresentabili. Io non dico che uno debba avere l’esclusiva per chiodare, per carità, ma ci sono maniere diverse di inserirsi in contesti dove comunque l’arrampicata esiste da almeno trent’anni. Non so quanto, guardando in avanti, possa funzionare questa realtà. La Sardegna ha talmente tanto potenziale che non mi pare serva questo tipo approccio consumistico teso a costruire una palestra a cielo aperto. Si potrebbe fare in altra maniera. L’eventuale e conseguente invasione massiccia di climber, nata dall’oggi al domani, ecco: io la tratterei con calma. C’è il rischio di non essere in grado di gestire le persone e poi… poi bisognerebbe privilegiare le falesie che stanno cadendo a pezzi.

E sono posti conosciuti e caduti in disuso, perché finiti fuori moda, ma ancora noti, recensiti e consigliati dalle guide o dai media. Luoghi dove la manutenzione è fatta da pochi “local” e, qualche volta, si assiste alla nascita di qualche “spit” aggiunto senza un criterio. So di essere fuori dal coro, non mi vergogno a dirlo. Son forte del fatto che non ho “nulla” con nessuno. Mi pare sia un’azione commerciale che tutto sommato non mi entusiasma.

Dico questo e non vorrei che il messaggio scadesse in sterile e banale polemica. È un invito a pensare che si può fare anche diversamente.

Il ragionamento mi sembra limpido e senza secondi fini. Una critica sincera che mira a costruire. È evidente che nasce dall’amore per quello che fai. Chiunque ne voglia travisare il senso, deve rivolgere l’attenzione all’eventuale coda di paglia che si porta appresso. Non certo alle tue parole.

Piuttosto: raccontami di Batman. Come nasce questo progetto?

Il nome è in onore al pipistrello che fa da guardiano alla via.

Siamo a Orosei, in un posto bellissimo, vicino al mare. Era il 2017, avevo visto delle foto ma sono comunque rimasto impressionato dalla bellezza del granito, per pulizia e qualità.

Di Batman restava da liberare solo l’ultimo tiro, quello del tetto. Il resto l’aveva già salito Maurizio (Oviglia).

Son dovuto tornare altre due volte per salire in libera tutta la via.

Ho usato nut e friend. In cima c’è una sosta… l’unico spit è per tornare a terra.

È stata una bella sfida trovare la serenità per scalare su queste protezioni mobili.

Cosa sarebbe cambiato se avessi trovato la linea chiodata a fix?

Per quanto mi riguarda e per quanto la linea rimanga stupenda, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Io mi sento sempre in più in armonia con questo tipo di scalata… a “impatto zero”. Forse è anche per questo che riservo un posto di privilegio al boulder.

Lo stesso approccio, una certa tendenza all’”impatto zero”, l’ho tenuto con una fessura a Orotelli. Dopo averla salita con le protezioni veloci, l’ho salita con solo con i pad…

Parliamoci chiaro: non sono highball. Dopo essere tornato da Bishop non considero nemmeno di averlo mai visto un highball qui da noi. Il valore di viaggiare e di confrontarsi lo ritrovi anche in queste piccole cose, come quando guardando lo stesso boulder lo vedi diversamente e ti chiedi come mai non l’hai ancora provato senza corda…

Comunque, queste salite, queste scelte – rischiose/pericolose – rimangono percorsi personali. Si fanno solo perché si sente dentro un richiamo. Non vanno poi pubblicizzate per quello che non sono. Sono solamente ricerche personali, che portano spesso lontano dal grado ma sono in grado di dare molto sul lato privato.

Se fossi chiamato a dover tracciare un possibile futuro del “climb” in Sardegna…. Cosa faresti? Da che parte prenderesti in mano questa situazione?

Il discorso è difficile. È difficile indirizzare le masse in una direzione. In fin dei conti ci sono tanti messaggi divergenti sul modo di vivere l’arrampicata.

Faccio un esempio: ci sono aree della Gallura che non sono chiodate. La massa delle persone sembra cercare il grado più che i luoghi. Ecco: si potrebbe distribuire meglio.

Resta il fatto che arrampicare è un fatto molto personale e per mia esperienza ti dico che non è facile coltivare tutte queste varianti dell’arrampicata. A volte è un pochino frustrante.

Spesso rimani al palo, legato a una visione… e vedi gente che riesce su altre cose… Non è facile da gestire, ma questo rivela la passione per l’arrampicata. Non voglio criticare chi si concentra in una sola specialità. A me piace passare dal Frankenjura a Bishop e, tornando in Sardegna, magari aprire una linea che prima mi sembrava impossibile. Guardare il solito e vederci del nuovo. Questo concetto l’ho già detto ma riassume il lato che mi piace della scalata e di quello che faccio.

Sembra una forma di resistenza all’omologazione che piano piano sta codificando l’arrampicata. Non ti vien da pensare che bisognerebbe preservare alcuni luoghi per coltivare la possibilità di vivere questa diversità. Quando si pensa all’interesse di tutti, bisogna pensare anche agli interessi di chi non scala. E penso a te e ad altri che danno il tuo esempio, alla loro necessità di viaggiare per uscire dall’omologazione che a volte sembra come l’edera.

Ma sai, quando viaggi e ti confronti, capisci che la fessura che ritenevi impossibile, altri la salirebbero in ciabatte…. Cosi vale per i boulder alti che qualcuno farebbe anche senza pad. Il rischio è quello di rimanere risucchiato nella realtà locale. Per carità, io ci sono nato, sono contento di preservare certi tipi di valori, ma poi bisogna espandersi.

Bisogna usare la tradizione come trampolino e non come bunker per proteggersi.

Il viaggio negli U.S.A. è stato l’emozione arrampicatoria più bella della mia vita. Salire “midnight lightning” al Camp IV è stato il momento più bello della mia storia arrampicatoria. Vuoi il contesto, Ron Kauk lì presente… mi sembrava un piccolo sogno anche in forza delle piccole circostanze che lo hanno reso unico.

Riconosci al viaggio tutte queste qualità e vivi in una terra meta di viaggi.

Sarebbe bello fare della Sardegna un luogo dove incontrare tutti questi stimoli, poliedrici e variegati. Un posto in grado di tenere insieme le svariate forme dell’arrampicata.

Sì, in una sola giornata puoi passare dal boulder al “trad” e fare sera con una bella via lunga sportiva sul mare.

Io mi accorgo che veramente poche persone sono riuscite a venire qua, da fuori, e creare qualcosa che sia rimasto a livello qualitativo ed esplorativo… Ci vuole tempo per far questo e farlo è dispendioso…  a volte fare 100 metri nella macchia ti porta via una mattinata. Solo pochissimi sono riusciti a fare veramente qualcosa di questo tipo.

Coltivare questa ricerca sembrerebbe una perdita di tempo. Io dico, invece, che è investire nel tempo.

La mia verità è questa, e provo a comunicarlo anche nei social. Purtroppo, l’8b + piglia 330 like, mentre un pensiero come questo non lo caga nessuno.

Che poi la cosa buffa è che la stragrande maggioranza scala sotto il 7b… e non si capisce l’utilità di questa ricerca del prodotto “vedette”, del 9a… o meglio, si capisce molto facilmente il lavoro di marketing.

Per carità, sotto c’è un investimento. È un tentativo ma non mi fa impazzire.

Ci sono tantissimi posti dal potenziale enorme dove sono spesso da solo.

Passo intere giornate in solitaria sotto i massi e tra i rovi.

Ecco che quando vado a Rockland, trovare tanta compagnia non lo trovo nemmeno fastidioso.

Insomma, costruire certe realtà è possibile… resta solo da pensarle prima di mettersi in azione.

Filippo: ti ascolto e penso che sarebbe bello inserirsi in questo contesto selvaggio senza essere troppo invadenti. Penso che come noi ammiriamo la bellezza della natura, anche la natura possa ammirare noi. Fare come la natura: esprimere le nostre capacità… lasciando il minimo indispensabile, l’inevitabile traccia.

Io spero sempre di trovare un‘altra Batman, di salirla con ancora più consapevolezza delle mie capacità.

Passare nel modo più pulito possibile: negli ultimi anni è stato tutto un percorso di pulizia. Quello che oggi possiamo chiamare “il troppo” è stato necessario per evolvere. Le prese scavate sono state un passaggio e forse, forse, arriveremo in modo diverso esattamente da dove siamo partiti. Oggi lo chiamiamo “trad”, ma lo conosciamo da tempo…

Avere oggi la possibilità di salire in questo stile lo considero un dono prezioso, prezioso come un cristallo raro.

Hai ragione. Pur cercando di non essere troppo invadenti, qualche traccia la lasciamo inevitabilmente…

Trovare un piano di incontro sostenibile con la natura potrebbe passare da questo ragionamento. Del resto, tolti tutti i fronzoli, siamo “animali” tra gli animali.

Come loro lasciano qualche “shit”, noi lasciamo qualche spit.

Bisogna farsene una ragione.

Grazie Filippo

Andrea Tosi

P.S.

Filippo é molto attivo anche sui media e lo potete trovare sul canale Epic Tv, (https://www.epictv.com/USERS/FILIPPO-MANCA), dove periodicamente pubblica le sue scorribande verticali.

Filippo Manca: Ichnusaite di Sardegna

Filippo Manca

Ciao Filippo. Posso registrare la telefonata?

Ho appena finito di vedere “Narcos” … cosi mi metti l’ansia da registrazione…

Tranquillo: tutto sarà usato contro di te!

Sei nato in Sardegna, (Nuoro), nel 1988, scali da 12 anni e hai iniziato nella palestrina di un tuo amico… tu, che vivi nell’isola dove tutto si può dire meno che la roccia manchi, hai mosso ituoi primi passi sulla resina!

Sì, ho iniziato nella palestra del mio quartiere. Non sapevo nemmeno “si arrampicasse”.

Ho iniziato a divertirmi con questo “gioco” tirando prese, approcciandolo come uno sport qualsiasi.

Mi piaceva lo spirito che riempiva quel garage. Due pannelli di legno, frutto di un lavoro artigianale, e tanta passione. Lo stesso spirito che poi ho trovato anche in altre città e in altre palestre. Là dentro, nel garage, la voglia di tirare le prese era la stessa che a Milano.

Cosi è partito tutto… poi ho conosciuto altri amici, Grazia Fenu, Marco Caboi, Angelo Manca e altri “local nuoresi”. Ho girato le classiche falesie: Ulassai, Isili, Domusnovas… e mi son appassionato alla roccia.

Quando mi sono trasferito a Rovereto per studio, scalavo già da qualche anno. Andavo all’università e arrampicavo insieme a Grazia che in quel periodo viveva lì. Un anno dopo ho fatto il concorso per “vigile del fuoco” e, una volta assunto, ho passato altri cinque anni e mezzo a Milano.

È stata la mia più grande fortuna. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto la possibilità di scalare in altre realtà, in altri contesti. Ed eccomi qui, tornato nella mia terra, con un bel bagaglio di esperienze.

Sei vigile del fuoco: sei mai andato a spegnere incendi nei pressi delle falesie?

Ti è mai stato utile l’aver dimestichezza con l’arrampicata e con le manovre in corda.

Fortunatamente no. Facciamo spesso altri tipi di interventi.

Diciamo che l’avere una certa confidenza con l’altezza e con la gestione della tensione è sicuramente un vantaggio.

Hai lavorato anche come tracciatore a Milano?

Ho fatto i corsi per tracciare e insegnare. “Tracciatore” è una parola grossa. Diciamo che avvitavo delle prese insieme ad altri amici. Quando Enrico (Baistrocchi) si è trasferito a San Diego, ho aiutato Gabriele (Moroni) e Martino (Sala) nel lavoro in sala.

Dopo questo giro d’Italia sei tornato in Sardegna e…

Sì, son tornato da due anni e mezzo e ho ripreso in mano Luogosanto.

Penso sia l’unico vero settore di boulder in Sardegna. Sia per qualità che per numero dei passaggi saliti.

Poi ho instaurato un’amicizia con Maurizio Oviglia. Insieme abbiamo fatto tante esplorazioni e con lui ho avuto la possibilità di provare l’arrampicata in stile “trad”.

Riassumendo: hai raccolto gli ingredienti in giro per l’Italia e, una volta tornato sull’isola, ti sei messo a cuocere un gustoso “minestrone sardo” … ti mancherebbe solo l’esperienza di qualche multipitch.

In effetti ho in mente qualcosa ma non ho ancora trovato qualcuno che condivida questa mia proposta. È evidente che mi piace l’arrampicata, tutta, dal “lavorato” al “trad” passando per il boulder. Diciamo che, in base al periodo, seguo il mio istinto verticale.

Ma dimmi: il Maestrale ha portato in Sardegna i “rumors” delle discussioni francesi sul “come e dove richiodare”?

Sì, anche da noi se ne parla, basti vedere il fenomeno Ulassai…

È brutto da dire ma qui è ancora “terra di conquista”. Chi ha più energia da mettere in campo la fa da padrone. Non si è ancora arrivati a un livello critico, ma la strada imboccata sembra portare lì… diciamo che non sono persuaso dalla formula “chiodi due vie e dormi gratis”. A me sinceramente queste formule non piacciono, non le condivido e non credo possano essere una risorsa per il territorio. Mi sembra una formula “fast food”. Certo, ha portato al desiderato 9a, ma come contropartita ci sono stati alcuni casi di vie chiodate con questo “format” … francamente, impresentabili. Io non dico che uno debba avere l’esclusiva per chiodare, per carità, ma ci sono maniere diverse di inserirsi in contesti dove comunque l’arrampicata esiste da almeno trent’anni. Non so quanto, guardando in avanti, possa funzionare questa realtà. La Sardegna ha talmente tanto potenziale che non mi pare serva questo tipo approccio consumistico teso a costruire una palestra a cielo aperto. Si potrebbe fare in altra maniera. L’eventuale e conseguente invasione massiccia di climber, nata dall’oggi al domani, ecco: io la tratterei con calma. C’è il rischio di non essere in grado di gestire le persone e poi… poi bisognerebbe privilegiare le falesie che stanno cadendo a pezzi.

E sono posti conosciuti e caduti in disuso, perché finiti fuori moda, ma ancora noti, recensiti e consigliati dalle guide o dai media. Luoghi dove la manutenzione è fatta da pochi “local” e, qualche volta, si assiste alla nascita di qualche “spit” aggiunto senza un criterio. So di essere fuori dal coro, non mi vergogno a dirlo. Son forte del fatto che non ho “nulla” con nessuno. Mi pare sia un’azione commerciale che tutto sommato non mi entusiasma.

Dico questo e non vorrei che il messaggio scadesse in sterile e banale polemica. È un invito a pensare che si può fare anche diversamente.

Il ragionamento mi sembra limpido e senza secondi fini. Una critica sincera che mira a costruire. È evidente che nasce dall’amore per quello che fai. Chiunque ne voglia travisare il senso, deve rivolgere l’attenzione all’eventuale coda di paglia che si porta appresso. Non certo alle tue parole.

Piuttosto: raccontami di Batman. Come nasce questo progetto?

Il nome è in onore al pipistrello che fa da guardiano alla via.

Siamo a Orosei, in un posto bellissimo, vicino al mare. Era il 2017, avevo visto delle foto ma sono comunque rimasto impressionato dalla bellezza del granito, per pulizia e qualità.

Di Batman restava da liberare solo l’ultimo tiro, quello del tetto. Il resto l’aveva già salito Maurizio (Oviglia).

Son dovuto tornare altre due volte per salire in libera tutta la via.

Ho usato nut e friend. In cima c’è una sosta… l’unico spit è per tornare a terra.

È stata una bella sfida trovare la serenità per scalare su queste protezioni mobili.

Cosa sarebbe cambiato se avessi trovato la linea chiodata a fix?

Per quanto mi riguarda e per quanto la linea rimanga stupenda, non avrebbe avuto lo stesso sapore. Io mi sento sempre in più in armonia con questo tipo di scalata… a “impatto zero”. Forse è anche per questo che riservo un posto di privilegio al boulder.

Lo stesso approccio, una certa tendenza all’”impatto zero”, l’ho tenuto con una fessura a Orotelli. Dopo averla salita con le protezioni veloci, l’ho salita con solo con i pad…

Parliamoci chiaro: non sono highball. Dopo essere tornato da Bishop non considero nemmeno di averlo mai visto un highball qui da noi. Il valore di viaggiare e di confrontarsi lo ritrovi anche in queste piccole cose, come quando guardando lo stesso boulder lo vedi diversamente e ti chiedi come mai non l’hai ancora provato senza corda…

Comunque, queste salite, queste scelte – rischiose/pericolose – rimangono percorsi personali. Si fanno solo perché si sente dentro un richiamo. Non vanno poi pubblicizzate per quello che non sono. Sono solamente ricerche personali, che portano spesso lontano dal grado ma sono in grado di dare molto sul lato privato.

Se fossi chiamato a dover tracciare un possibile futuro del “climb” in Sardegna…. Cosa faresti? Da che parte prenderesti in mano questa situazione?

Il discorso è difficile. È difficile indirizzare le masse in una direzione. In fin dei conti ci sono tanti messaggi divergenti sul modo di vivere l’arrampicata.

Faccio un esempio: ci sono aree della Gallura che non sono chiodate. La massa delle persone sembra cercare il grado più che i luoghi. Ecco: si potrebbe distribuire meglio.

Resta il fatto che arrampicare è un fatto molto personale e per mia esperienza ti dico che non è facile coltivare tutte queste varianti dell’arrampicata. A volte è un pochino frustrante.

Spesso rimani al palo, legato a una visione… e vedi gente che riesce su altre cose… Non è facile da gestire, ma questo rivela la passione per l’arrampicata. Non voglio criticare chi si concentra in una sola specialità. A me piace passare dal Frankenjura a Bishop e, tornando in Sardegna, magari aprire una linea che prima mi sembrava impossibile. Guardare il solito e vederci del nuovo. Questo concetto l’ho già detto ma riassume il lato che mi piace della scalata e di quello che faccio.

Sembra una forma di resistenza all’omologazione che piano piano sta codificando l’arrampicata. Non ti vien da pensare che bisognerebbe preservare alcuni luoghi per coltivare la possibilità di vivere questa diversità. Quando si pensa all’interesse di tutti, bisogna pensare anche agli interessi di chi non scala. E penso a te e ad altri che danno il tuo esempio, alla loro necessità di viaggiare per uscire dall’omologazione che a volte sembra come l’edera.

Ma sai, quando viaggi e ti confronti, capisci che la fessura che ritenevi impossibile, altri la salirebbero in ciabatte…. Cosi vale per i boulder alti che qualcuno farebbe anche senza pad. Il rischio è quello di rimanere risucchiato nella realtà locale. Per carità, io ci sono nato, sono contento di preservare certi tipi di valori, ma poi bisogna espandersi.

Bisogna usare la tradizione come trampolino e non come bunker per proteggersi.

Il viaggio negli U.S.A. è stato l’emozione arrampicatoria più bella della mia vita. Salire “midnight lightning” al Camp IV è stato il momento più bello della mia storia arrampicatoria. Vuoi il contesto, Ron Kauk lì presente… mi sembrava un piccolo sogno anche in forza delle piccole circostanze che lo hanno reso unico.

Riconosci al viaggio tutte queste qualità e vivi in una terra meta di viaggi.

Sarebbe bello fare della Sardegna un luogo dove incontrare tutti questi stimoli, poliedrici e variegati. Un posto in grado di tenere insieme le svariate forme dell’arrampicata.

Sì, in una sola giornata puoi passare dal boulder al “trad” e fare sera con una bella via lunga sportiva sul mare.

Io mi accorgo che veramente poche persone sono riuscite a venire qua, da fuori, e creare qualcosa che sia rimasto a livello qualitativo ed esplorativo… Ci vuole tempo per far questo e farlo è dispendioso…  a volte fare 100 metri nella macchia ti porta via una mattinata. Solo pochissimi sono riusciti a fare veramente qualcosa di questo tipo.

Coltivare questa ricerca sembrerebbe una perdita di tempo. Io dico, invece, che è investire nel tempo.

La mia verità è questa, e provo a comunicarlo anche nei social. Purtroppo, l’8b + piglia 330 like, mentre un pensiero come questo non lo caga nessuno.

Che poi la cosa buffa è che la stragrande maggioranza scala sotto il 7b… e non si capisce l’utilità di questa ricerca del prodotto “vedette”, del 9a… o meglio, si capisce molto facilmente il lavoro di marketing.

Per carità, sotto c’è un investimento. È un tentativo ma non mi fa impazzire.

Ci sono tantissimi posti dal potenziale enorme dove sono spesso da solo.

Passo intere giornate in solitaria sotto i massi e tra i rovi.

Ecco che quando vado a Rockland, trovare tanta compagnia non lo trovo nemmeno fastidioso.

Insomma, costruire certe realtà è possibile… resta solo da pensarle prima di mettersi in azione.

Filippo: ti ascolto e penso che sarebbe bello inserirsi in questo contesto selvaggio senza essere troppo invadenti. Penso che come noi ammiriamo la bellezza della natura, anche la natura possa ammirare noi. Fare come la natura: esprimere le nostre capacità… lasciando il minimo indispensabile, l’inevitabile traccia.

Io spero sempre di trovare un‘altra Batman, di salirla con ancora più consapevolezza delle mie capacità.

Passare nel modo più pulito possibile: negli ultimi anni è stato tutto un percorso di pulizia. Quello che oggi possiamo chiamare “il troppo” è stato necessario per evolvere. Le prese scavate sono state un passaggio e forse, forse, arriveremo in modo diverso esattamente da dove siamo partiti. Oggi lo chiamiamo “trad”, ma lo conosciamo da tempo…

Avere oggi la possibilità di salire in questo stile lo considero un dono prezioso, prezioso come un cristallo raro.

Hai ragione. Pur cercando di non essere troppo invadenti, qualche traccia la lasciamo inevitabilmente…

Trovare un piano di incontro sostenibile con la natura potrebbe passare da questo ragionamento. Del resto, tolti tutti i fronzoli, siamo “animali” tra gli animali.

Come loro lasciano qualche “shit”, noi lasciamo qualche spit.

Bisogna farsene una ragione.

Grazie Filippo

Andrea Tosi

P.S.

Filippo é molto attivo anche sui media e lo potete trovare sul canale Epic Tv, (https://www.epictv.com/USERS/FILIPPO-MANCA), dove periodicamente pubblica le sue scorribande verticali.