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Filippo Manca: foto di Andrea Mannias

L’arrampicata sul granito dei Sette Fratelli in Sardegna

Quando si pensa alla scalata in Sardegna è tutt’altro che scontato decidere il terreno di gioco in cui potersi godere al meglio la propria dimensione verticale; ormai sono tantissime le falesie estive, invernali e quelle adatte alle mezze stagioni, per non parlarle delle multipitch, del trad e delle varie zone boulder; il tutto potendo scegliere tra granito e calcare; insomma nell’isola ce n’è davvero per tutti i gusti!

Negli ultimi tempi sempre più spesso mi trovo ad arrampicare dall’estremo nord all’estremo sud cercando di poter godere al massimo del potenziale che mi regala questa terra meravigliosa, ovviamente con una attenzione particolare per la zona del centro (in cui vivo).

Filippo Manca su Anime salve, 8b+
Filippo Manca su: Anime salve, 8b+ | Foto di Maurizio Oviglia

Mentre macino chilometri e playlist musicali penso spesso a quello che motiva i miei repentini spostamenti; rifletto su quella voglia di vedere, provare e scoprire non solo i miei limiti ma anche il bello e il nuovo, la ricerca di quello che mi fa sentire felice e vivo e mi catapulta in una dimensione del climbing molto intima in grado di regalarmi dopo tanti anni ancora nuove emozioni sportive e soprattutto umane; consolidando amicizie di vecchia data e facendone nascere di nuove, insomma mi sento un po’ un fabbricante di sogni…

I mesi del lockdown sono stati duri e tragici in particolare modo per tutti quelli che ahimè sono stati vittime di questa drammatica pandemia; ho fantasticato parecchio su cosa avrei fatto una volta tornato nella natura e sulla roccia con la consapevolezza di quanto possa essere preziosa e non scontata la nostra libertà e spensieratezza.

Tra le varie location che avevo in mente senza dubbio c’era l’intenzione di visitare alcune nuove aree del sud che mi ispiravano in modo particolare da alcune foto, ed effettivamente la realtà non ha deluso le mie aspettative; così ho deciso di fare visita alla Falesia di Magic Mushroom e a quella recentissima di Montezuma.

Filippo Manca
Filippo Manca su Dura vida 8a, Ossi (Sassari)

Certamente seppure a mio avviso si discostino molto da quello che è lo standard delle classiche falesie più frequentate della Sardegna, in questi posti si fondono una serie di caratteristiche affascinanti. E anche se saranno sì lontane dall’alta difficoltà e dai gradi che “contano”, sono però molto vicine alla mia visione e al mio ideale di scalata; mi ricordano tanto alcune zone sviluppate al Monte Ortobene di Nuoro con l’aiuto di Enrico Baistrocchi e Giorgio Soddu, dove l’esplorazione e la creatività l’hanno sempre fatta da padrone facendo nascere negli anni linee speciali e uniche nel loro genere.

Montezuma e Magic Mushroom sono falesie site nella zone dei Sette Fratelli, un massiccio di montagne ad est dell’area metropolitana di Cagliari. Si tratta di una zona selvaggia ed in buona parte protetta da un parco, popolata da cervi, cinghiali e aquile. In tutta l’area gli insediamenti umani sono molto limitati. Tutta la zona è costellata da ogni genere di strutture granitiche, tanto è vero che da molti anni è frequentata dai boulderisti e dagli amanti dell’arrampicata trad o granitica in generale.

Simone Desogus, grande appassionato di queste montagne, negli ultimi anni si è spinto ad esplorare le zone più nascoste, solitamente battute solo dai cacciatori. Sebbene alcune di queste strutture fossero già conosciute con i nomi locali agli escursionisti più appassionati, Simone ha preferito coniarne di nuovi dando sfogo alla sua fantasia. Così le rocce del Castello di Arxiolu sono divenute la falesia di “Medusa”, mentre il canyon che divide le punte tra questa struttura e l’inconfondibile Becco dell’Aquila “Magic Mushroom” dal nome di un incredibile fungo tafonato.

Più recentemente Simone ha esplorato la falesia di Rocca Gommai che ha chiamato Montezuma e le nascoste torri granitiche a sud di Castello Arxiolu che ha nominato (queste erano ancora senza nome) Torri di Asgard.

Filippo Manca: foto di Andrea Mannias
Filippo Manca su: Magic Mushroom 7c | Foto di Andrea Mannias

Le vie nel canyon di Magic Mushroom si devono appunto a Simone Desogus e Davide Lagomarsino che attrezzarono, ormai un paio di anni fa, la prima linea denominata “Cercando Funghi”. Ad esse hanno fatto seguito quelle della falesia di Medusa, in tutto una ventina di tiri sportivi. Più recentemente anche Maurizio Oviglia e Gianluca Piras hanno collaborato aggiungendo alcune vie e Maurizio Oviglia in particolare ha attrezzato le sorprendenti linee di Magic Mushroom, un incredibile tetto tafonato, e di Brucomela.

Le Torri di Asgard, ancora inviolate, hanno invece visto la prima via solo pochi giorni fa ad opera di Simone e Maurizio, lo yosemitico camino di “Born to be sirbon”, sulla prima torre. La falesia di Montezuma, che sta riscuotendo molto interesse, è stata attrezzata da Simone Desogus, Maurizio Oviglia e Gianluca Piras appena dopo il lock down. In un solo mese sono nate più di 15 vie su incredibile granito, a pochi chilometri dalla città metropolitana di Cagliari.

La mia sorpresa più grande è stata certamente il fungo di “Magic Mushroom” nel meraviglioso contesto del Parco dei Sette fratelli, un tetto più unico che raro che si sviluppa appunto sotto un classico fungo di granito lavorato a tafoni e buchi. Mi è capitato raramente di trovare questo tipo di strutture e quasi sempre purtroppo senza possibilità di salita… in questo caso però tutto era al posto giusto, quasi per magia la natura ha regalato questa insolita e rara via chiodata dall’infaticabile Maurizio Oviglia. Si potrebbe fare senza corda, anche solo con i crash? Forse, ma questa magari sarà un altra storia…

Filippo Manca

N.B. Articolo apparso su Planetmountain il 25/06/2020:

https://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/arrampicata-granito-dei-sette-fratelli-sardegna-filippo-manca.html?fbclid=IwAR2R3GvifIktE6VE1lXahCPEKvPTzOushhVOywxs6iXQUiEDeqWR1eTUIbM

Arrampicatori Culturisti (capitolo 4)

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capitolo quattro: l’intrattabile tavolo strategico-culturale

Ultima puntata: oggi lavoriamo sulla “body tension”.

Utilizzeremo uno strumento che si trova in tutte le case: il tavolo.

Un tavolo è un tavolo. Non esistono tavole imbandite, tavole strategiche-culturali. Non esistono. Quando incontri un tavolo, mica ti interessa il suo uso abituale. Né la sua situazione attuale. […] Le situazioni sono mutevoli e mortali. Come tutte le cose del mondo“.

Il libro parla di uomini, io parlo di tavoli e sto liberamente parafrasando pagina 100 di “Felici i felici”, Yasmina Reza (Adelphi, 2013). Lei conclude con: “Niente dura. Alla gente piace credere il contrario“. E su questo credo, visto il periodo “covid-19”, è facile non trovarsi immediatamente d’accordo. Il resto del capitolo prosegue in modo spettacolare mettendo “sul tavolo” una precisa prospettiva del mondo. Senza scuse né indugi – senza passare sotto il famigerato tavolo – l’autrice guarda con distacco e ferocia le situazioni che, in fondo in fondo… ci rendono tutti uguali; come in questo lockdown.

Ed ecco che il tavolo ritorna tavolo, perdendo e ritrovando il “senso comune”. Eravamo abituati a vederlo dall’alto e un certo “buon senso” da climber ci porta invece a vederlo dal basso.

Per tre intervalli di tempo, colazione, pranzo e cena, è il tavolo del senso comune. A spot, quando prevale il buon senso e viene meno la vergogna di andare contro l’opinione dominante, il tavolo diventa strumento per allenare la tensione muscolare. Quella sana tensione che aiuta a non sostare troppo agli estremi, sia questa la cengia che ci fa spesso prigionieri, sia questa la volontà di possedere in modo certo l’appiglio (troppo) piccolo. In fin dei conti, arrampicare è proprio questa eterna tensione, è il passaggio da un equilibrio all’altro.

Non un equilibro, non l’altro, ma il “mentre” che li divide. L’intensità del nostro sport vive di questa incertezza. Vive dell’istante in cui la mano trova respiro. Roccia, aria , roccia. Dentro, fuori, dentro. Espirare, inspirare, espirare. Ritmo, tensione, vita. Così non fosse, il contatto con la roccia sarebbe presto asfissiante.

E allora alleniamoci, rimaniamo sotto il tavolo quel tempo che basta per rimetterci in piedi più forti e poter guardare con meno paura la realtà che stiamo vivendo. Un equilibrio, qualunque esso sia, lo troveremo stando in tensione tra i due lati di questo oggetto che rende “casa” una casa, o se volete, che rende “vita” una vita.

Perché – e in questo passo Reza è chirurgica con la penna –“essere felici è un talento. Non puoi essere felice in amore se non hai talento per la felicità”.

Un talento che non è certo l’antica unità di misura dalla nostra ossessione: la massa, il peso.

È chiaramente una propensione, una virtù che tutti abbiamo e che permette al “senso comune” della vita – biologica – di transitare al “buon senso” della vita… sì, quella degna di essere vissuta.

Andrea Tosi

Piperno

Arrampicatori Culturisti (capitolo 3)

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capitolo tre: il verticale muro culturale

Basta trave, basta trazioni.

Oggi affrontiamo un muro verticale. Ci concentreremo sulla tecnica e sullo stile.

Che poi, lo stile, non è nient’altro che “una certa musichetta” che ci accompagna quando portiamo a compimento le nostre cose.

Nasce dalla capacità di saper attingere da un bagaglio ricco e vario e di saper comporre le sequenze che più si adattano ai nostri scopi. Destrezza nel valorizzare increspature e nel realizzare giochi d’equilibrio per passare leggeri senza grossi strappi logici.

Perché non si deve tirare tutto “alla morte”. È questione di mezzi e capacità.

Il giusto ritmo tra l’aggettivo corretto e l’avverbio quando serve, la parola forbita e la parola comune. Stringere e aprire il compasso per collegare due appoggi lontani, tenendo il bacino incollato alla parete, lo si impara anche leggendo e ammirando l’incredibile capacità di scrittura di Alessandro Piperno.

“Con le peggiori intenzioni” (Mondadori, 2005) insegna questo: con tecnica e sensibilità, accelerando e rallentando il passo, si può salire di tutto, (si può parlare di tutto), sia questo un muro verticale o un muro culturale. Sì, certo, si ha un bel dire della tecnica quando non si ha la forza necessaria per metterla in pratica.

Ed è appunto in questo contesto che torna in mente Edlinger. In un passaggio che tutti avevano risolto appoggiando un ginocchio, lui, le blond, ha tirato forte sulle dita. Di certo perché poteva farlo ma anche “perché sapeva che la felicità – quella vera – non è mai sociale, ma privatissima, da consumarsi in sdegnosa segretezza…”. Eravamo a Bardonecchia durante uno Sport Roccia a metà anni 80; siamo anche a pagina 152 del nostro romanzo.

Immagine tratta da un vecchio numero di “Grimper”

Patrick sapeva che stava rischiando di compromettere la gara per un capriccio molto personale… era mosso – appunto – dalle “peggiori intenzioni”, ma quando sai fare molte cose e sai farle bene, del risultato ti frega il giusto. La felicità è altrove, in quella musichetta privata che ci canta dentro quando siamo veramente felici.

Andrea Tosi

Arrampicatori Culturisti (capitolo 2)

culturisti

Capitolo due: L’insostenibile leggerezza della cultura

Stesso trave e stessa tacca. Oggi lavoriamo sul massimale.

Dopo aver saggiato con alcune prove il nostro limite di tenuta alla tacca, armiamoci di un pesetto cartaceo di circa 21 grammi.

Si dice sia il peso dell’anima. Misurata empiricamente come differenziale tra il prima e il dopo che la vita “ha passato la siepe dei denti” – per dirla, anzi, meglio… “cantarla” con Omero.

21 grammi sono il sovraccarico massimale. Sempre. Solo mettendoci l’anima ci si può allenare con dignità.

Eccoci di fronte alla “vertigine, l’ottenebrante irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa”.

Siamo a pagina 88 de “L’irresistibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera (Adelphi 1984).

Siamo anche appesi sul solito passo del solito progetto che, da svergognati come siamo, abbiamo l’ardire di chiamare “cantiere”. “Cantiere” è il nuovo “abracadabra”. Termine magico con cui trasformiamo in “umarell” tutti gli amici che ci circondano e ci assistono in modo critico tutte le volte che torniamo a lavorare “in cantiere”. In fin dei conti, son tutti contenti: chi scala si ubriaca della propria debolezza e rimane ben lontano dal chiudere il progetto – e quindi lo spettacolo – ai tanti umarell che di questi tempi non possono frequentare le falesie.

Coltivare, costruire è anche questo: saper rinunciare alla perfezione. L’essere, sulla tacca, non lo tiene nemmeno Laura Rogora. E non servirà cambiare tacca cosi come non servirà scambiare Tereza con Sabina. Non è possibile fare ripetizioni perché ogni sospensione è unica: massimale e non ripetibile.

Non fosse così bello cadere, avremmo già smesso di scalare!

Andrea Tosi

Arrampicatori Culturisti (intro + capitolo 1)

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Introduzione

Se ne vedono tante. E quanta costanza! Sono tutti bravissimi, ligi e precisi.

Appuntamento domani! Mi raccomando. Qualche surrogato di peso, un tappetino e via! Che l’abitudine non muoia. Il corpo deve aver memoria, del gesto, dello sforzo. Anche di mettere un “like”.

Sia mai che si abbia un’occasione per ri-tornare a sentire. Per interrogarci su un qualcosa che sembra simile ma… identico non è. 

Scalare è un ricordo, qualcosa che riguarda lo spirito. 

Perché all’inizio era l’entusiasmo, poi, a furia di ripetere la lezione, si è passati all’abitudine. È cosi! sotto la parola “passione” vestiamo da carnevale la nostra incapacità di stare al mondo al tempo del presente. Eccoci qui, infine, tutti in mora, nel tempo senza tempo dell’Evento. In attesa che si riannodino i cordoni che affettivamente ci legavano con quella parte del tutto che eravamo soliti chiamare “mondo”.

Penso a queste cose e sorrido, della banalità che ci attanaglia e della compassione che dovremmo avere verso la nostra povertà. Ci si arrabatta, ognuno come può. Cresciuti a pane e performance, ci sembra impossibile aver tempo per rimanere in ascolto del nuovo. È anche vero che non esiste un immediato che non sia mediato, il nuovo arriva travestito da simile, perché non si può fare a meno di una certa pre-comprensione per orientare la comprensione del “nuovo”. Il totalmente differente dal conosciuto ci sfugge, non lo rileviamo. E allora siano clip, quattro appuntamenti da vivere con bei visi rassegnati, magnesio sulle mani, un trave, un peso, una struttura scalabile. 

Siete pronti? Siete caldi? Il pavimento lo puliremo poi!

Un solo favore. Uno. Lasciamo che il nuovo faccia la sua intrusione. Come fosse un virus contro la viralità dei social, un una sorta di “misura”, di metro, con la quale mettere in fila il baillame di comunicazioni sfornato in questo periodo. Uno strumento che permetta di coltivare, far crescere. Cultura, appunto.

Capitolo 1: Il peso della cultura

Trave, tacca “armata” su una lista discreta. Una fila di libri sarà il contrappeso. È il primo allenamento, serve molto “scarico”. Usate dei classici: consiglio il  “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio, Milano 2011).

“Le voyage au bout de la nuit” è stato un evento, proprio come il coronavirus. Hanno dovuto ricostruire a posteriori una verità che fosse in grado di spiegare il motivo per cui un libro così tormentato e finemente sgrammaticato potesse essere finito accanto a Proust tra i capolavori prodotti nel 900.

È chiaro, con 2 o 3 Céline da contrappeso, la trazione monobraccio diventa un lavoro aerobico. Di pura continuità.

“Ci venivamo, noi, a cercare a tentoni la nostra felicità, che il mondo intero ci insidiava con rabbia. Ci vergognavamo di quella voglia, ma bisognava pur farci qualcosa! È più difficile rinunciare all’amore che alla vita(p.84).

No, non parla di falesie e dalla inconfessabile voglia di scalare. Anche se  siamo qui, al trave, appunto per… “farci qualcosa”. Parla invece di un bordello. Eppure, la  falesia potrebbe essere il nostro bordello: rifugio sicuro per istinti da soddisfare al prezzo di un pieno di benzina. Il resto del libro? Beh, per quanto mi riguarda, auguro a tutti di trovare la vostra Molly. Io l’ho trovata nei paraggi del bordello e se qualcuno arriverà a capire a cosa alludo… sarà arrivato a pagina 264. Sarà a metà libro e avrà chiaro in mente che mettere Cèline dall’altra parte della carrucola è doping.

Andrea Tosi

Asja Gollo

Essere o fare la donna tra le montagne?

 “Vagare per cime tra ragazze è molto stimolante. Non è più bello o migliore, è solo diverso, ma è una diversità tanto interessante e avventurosa da far nascere un blog!”

Così un gruppo di 8 ragazze italiane risponde alla domanda sul motivo che le ha spinte ad aprire un blog sull’alpinismo al femminile. Silenziosamente le loro voci ci guidano verso un tema, quello di “essere alpinista ed essere donna”, che poche volte viene affrontato perché delicato e complesso, perché anticonvenzionale e problematico. Oppure essenzialmente perché non abbiamo la giusta consapevolezza del problema e del suo peso nella nostra società, che è ancora piena di ambiguità e contraddizioni.

Ricordo una rivista alpinistica italiana che nel marzo 2018 pubblicò una serie di articoli scritti da donne riguardo a “Montagna, sostantivo femminile”.

Senza riprenderne i contenuti, si può dire che quella serie di articoli, insieme con le iniziative “dal basso” come questo blog, ebbero il merito di portare in primo piano un tema troppo spesso dimenticato o addirittura tenuto nascosto. Per molto tempo la montagna è stata terreno prediletto degli uomini, mentre le donne sono state considerate poco adatte e preparate per azioni ad alta quota. Ma se da alcuni anni le cose hanno iniziato a cambiare, è anche vero che altri aspetti sono rimasti ancora all’inizio. Recentemente le donne hanno iniziato a dedicarsi alla montagna come gli uomini, ad ottenere risultati ugualmente prestigiosi, ad accompagnare uomini nelle loro salite, ma non godono ancora della stessa considerazione che viene invece riservata all’altro sesso. In effetti, sono ancora tanti i pregiudizi e gli stereotipi diffusi sulle alpiniste o sulle scalatrici. Questo veramente rende le donne incapaci di realizzare loro stesse completamente. 

Le protagoniste di questo blog precisano subito che il loro non è femminismo, ma soltanto una genuina passione verso la montagna, che le spinge a creare uno spazio tutto al femminile, dove le esperienze ad alta quota vissute da donne trovano finalmente espressione in racconti scritti da donne senza il filtro di pregiudizi e stereotipi di evidente caratura maschile. Bisogna riconoscere loro il fatto che senza sentirsi paladine delle donne, vogliono fortemente esprimere quali sono l’autentico pensiero delle donne e le loro personali emozioni. Data la sua reale importanza, questo tema dovrebbe essere affrontato di petto e una volta per tutte dovrebbe essere smantellato il mito della “libertà delle donne” in montagna.  

In effetti, se ci pensassimo bene, tutti ci potremmo accorgere che, oltre ad essere drammaticamente vera, la differenza tra “essere uomo” ed “essere donna” si forma e si rafforza secondo un processo continuo che inizia durante l’infanzia e prosegue per tutta la vita: basti pensare a tutte le volte che da bambini abbiamo sento dire “il medico per l’uomo e l’infermiera per la donna”. Qual è il ruolo dello Sport in tutto questo? Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, lo Sport è potenzialmente una delle sfere sociali attraverso cui ogni giorno si realizza questo processo. Tuttavia, mi pare importante chiarire che, se le differenze biologiche tra uomo e donna possono essere considerate naturali (e anche su questo si potrebbe discutere a lungo), non si può dire altrettanto per quelle legate al genere, cioè al comportamento e alle aspettative di uomo e donna che tutti siamo abituati a dare per scontate. 
Pertanto non si tratta di “essere uomo” o “essere donna”, quanto piuttosto di “fare l’uomo” o “fare la donna”, insomma di costruire quella facciata che renda credibile la nostra persona di fronte alle aspettative di tutti gli altri. Gli sport di montagna non sono esclusi, poiché, in quanto attività umana e sociale, anche questi sono strumento e terreno del processo di adeguamento alla tradizionale concezione di “uomo alpinista” e di “donna alpinista”.  E non solo questo: anche le donne, sottoposte allo stesso flusso di informazioni e di tradizioni, si sono adeguate allo stesso modo di vedere la realtà, diventando protagoniste di narrazioni tutte al maschile. 

In fondo, molti di noi, anche le donne, non si stupiscono se leggono il racconto di un gruppo di alpinisti che hanno portato a termine la salita più impegnativa ad alta quota e che, invece, le compagne si sono fermate al campo base. La nostra reazione è con tutta probabilità la stessa avuta leggendo altri articoli sul numero precedente. 
Ma se i ruoli si invertissero e le alpiniste fossero donne? Allora forse la nostra reazione potrebbe essere diversa, non tanto per l’impresa portata a termine, ma per il fatto che la stessa salita portata a termine già da molti altri uomini acquisisca un significato diverso, perché letta attraverso uno sguardo diverso, non migliore, ma sicuramente diverso. 

Non si tratta di comparare le donne agli uomini in quanto a difficoltà alpinistiche, ma di iniziare a smontare alla luce del sole un pezzo alla volta proprio quel muro che, pesante, separa ancora i due sessi e di cui in verità si parla poco e male. Non si tratta nemmeno di femminismo, ma essenzialmente di estendere il cono di luce che illumina già le voci maschili anche a quelle tante, forse troppe, voci femminili che tentano di mostrare una nuova profonda sensibilità, diversa ma degna di essere scritta e letta quanto quella degli uomini. Ecco perché un’iniziativa come questo blog potrebbe rappresentare un primo tentativo di accostare alle rappresentazioni maschili di uomini o di donne alpiniste quelle pensate e scritte dalle donne stesse, dando loro la possibilità di raccontare e raccontarsi, di fare i primi passi nella direzione di un panorama narrativo più vivace e vero, che renda giustizia alla forza, alla preparazione e al senso dell’alpinismo femminile. Una narrazione più sincera e genuina, perché spogliata di ogni pregiudizio o stereotipo di genere. 


Per questo, e per altri motivi, penso che la scelta di queste ragazze sia probabilmente uno dei migliori esempi per tutti coloro che leggeranno e che magari, stimolati dal tema, risponderanno con un proprio contributo al dibattito, nella consapevolezza di compiere un piccolo gesto dal significato enorme, per tutte le donne alpiniste ma anche per loro stessi.
Personalmente, sono contenta di considerare questo gruppo di coraggiose alpiniste come compagne nella squadra WildClimb, che da sempre non si tira mai indietro di fronte a questioni che vanno anche oltre la scalata.

Penso che, a di là dell’attività sportiva in sé, lo Sport possa essere anche vettore di cambiamento: lo scambio di idee e la presa di coscienza di un problema reale come la discriminazione di genere, subdolamente radicata nelle mentalità, non possono fare altro che portare benefici anche a chi, fino ad oggi, non ha mai sentito vicino a sé il tema, evitando di affrontare una delle peggiori piaghe sociali di oggi. Se mai si riuscirà ad affrontare temi di questa portata, senza doverne evidenziare l’eccezionalità, allora vorrà dire che il rischio di considerare oggettiva la diversità sarà fortunatamente molto lontano da noi.

Asja Gollo

Petra Campana

Petra Campana

Di Petra sapevo poche cose, banalmente, solo quelle che sono passate dai social.

Sapevo dei suoi risultati, perlopiù notizie postate dal papà Mario che la segue ovunque.

Non la conoscevo e ho avuto l’occasione di incontrarla al Gerolasass 2019.

Lei, con i genitori, è arrivata la sera precedente all’inizio del raduno. Ha dormito in tenda sotto un piccolo diluvio universale e la mattina seguente, ancora funestata dalla coda della perturbazione, eccomi qui a fare due parole con Petra mentre fuori ancora non si annuncia il sole che poi illuminerà il pomeriggio.

Sorride nonostante la nottataccia. È solare, anche se in cuor suo vorrebbe si asciugasse tutto, e anche in fretta, per poter andare a mettere le mani sul verrucano di Gerola. Invece siamo qui, barricati nel Palagerola a parlare di noi e di scarpette. 

Petra, ti faccio le solite domande: quanto anni hai, da quanto scali, dove hai iniziato…

Ho 18 anni e scalo da 11. Ho iniziato a 7 anni in una festa di paese. All’interno dell’oratorio c’era una palestrina piena di prese colorate. Ho provato a scalare, avevo le ciabatte ai piedi e mi sono divertita. Tornata a casa ho detto ai miei cosa avevo fatto e quanto mi ero divertita. Mi hanno guardato con terrore. Pensavano fosse uno sport da “maschio”. Mia mamma, in particolare, mi voleva iscrivere a Danza. “Siete pazzi voi”!!! –  E puntai i piedi per continuare a scalare

Sei quindi una mancata ballerina!

Si, mia mamma mi voleva danzatrice! Invece ero piccola e arrampicavo con 4/5 ragazzi della mia età. Volevo sempre vincere e mi impegnavo per batterli. Non ci riuscivo quasi mai ma l’importante era partecipare.

Ma spiegami, è con questo spirito che si passa dalla “mediocrità” all’eccellenza? 

Mi piace mettermi in gioco e senza le gare non ci sarei riuscita. Avere qualcuno più bravo di te da provare a battere diventa un obiettivo. 

Quindi? Bisogna moltiplicare gli obiettivi… Hai mai messo nel mirino una via?

No. Un progetto troppo lungo tende a spegnermi piano piano. Non riuscirei a tenere viva la fiamma rimanendo per tre mesi a fila sempre sulla stessa via. Diciamo che il superlavorato non fa per me.

Beh, tante volte i progetti a lungo termine sono quelli che si ricordano di più. Forse perché segnano in profondità. Per analogia mi verrebbe da pensare che questa tua incapacità di stare sul pezzo ti fa vivere di piccole tappe, di blocchi da risolvere velocemente e che probabilmente, dei tanti saliti, non ne ricordi nemmeno uno. Ecco: c’è qualche blocco che ricordi? Per bellezza? Anche se di resina o che magari non hai fatto?

Ci devo pensare…. Ce n’è stato uno a Bressanone del 2018 che mi piaceva molto. Era a svasoni verdi, bellissimo… non l’ho fatto eh… Poi su roccia non ho ricordi particolari. Non perché non mi piaccia scalare “fuori” ma solo per il motivo che quando ne salgo uno, tutto finisce li.

Il blocco più difficile che hai salito ha un nome o un grado? Quando provi a metterlo in memoria, lo identifichi con un nome o con un grado?

Eh, era 7b ma non ne ricordo il nome. Era a Varazze ed era un blocco, non un traverso. Ricordo anche una via a Paline, un 7c di cui non so il nome… ricordo solo il lancio a un bucone enorme.

Con chi scali di solito?

Spesso con mio papà, qualche volta con Davide (Rottigni) il mio allenatore. Ma poi ci si costruisce intorno un gruppo di persone che ruota attorno a questa passione condivisa. Insomma, se vado a scalare con qualche amico mi piace pensare che ci sia anche il piacere di condividere quello che si sta facendo. Mi dà carica fare il blocco davanti ad amici, figurarsi davanti al fidanzato.

Preferisci cadere da un blocco tra le braccia del fidanzato o salirlo?

Salirlo!

E un giorno ti arriva tra le mani la canotta della nazionale italiana.

Si, me l’hanno data a Trento, in una giornata pessima, faceva freddissimo. Ma la soddisfazione ha riscaldato il cuore. Pensare di rappresentare la nazionale a delle gare importanti è bello…

Beh, lo si intuisce solo a guardarti… Sorridi solo al ricordo di quel giorno. Anche se a un certo punto qualcosa smette di funzionare.

Era Luglio 2018, durante un periodo di forte allenamento scopro di non riuscire a recuperare. Verso la fine di Agosto stavo veramente male. In quel periodo ho incredibilmente vinto FinaleforNepal che ero sotto antibiotici.  Questo ha aumentato ancora di più la confusione attorno al problema che avevo. Ho vinto con la febbre e non so ancora come ho fatto. Avevo fatto visite ed esami e nessuno capiva. Sembrava solo stanchezza. Per i medici ero sana come un pesce.

Hai mai pensato di aver toccato un tuo limite?

No. Ero solo stanca, ero demolita.  A Ottobre (2018) mi hanno ricoverata perché vomitavo continuamente e non riuscivo a passare dal letto alla cucina. Mi hanno dimesso dicendomi: per noi è tutto a posto. Invece: Mononucleosi! Il verdetto arriva spietato in seguito a un esame mirato voluto da un ulteriore medico. La cosa brutta è che non c’è una vera cura, cosi come arriva poi passa.

Stà passando?

Ancora oggi dipende dai giorni, non sono ancora “regolare”.

Quando arrivi sotto a un blocco, hai un pochino il tarlo che ti chiede: chissà come funziono oggi? È mai diventata una scusa per giustificare il rendimento altalenante?

Mah, in realtà no! ho fatto gare piangendo tra un blocco e l’altro, ma poi mi sono stancata di questa situazione. Oggi scalo meno tesa perché vedo tutto come un regalo. Ho svoltato in una gara, sempre a Bressanone, ho girato la situazione dal lato giusto. Mio papà era orientato a farmi smettere, era stanco di vedermi soffrire. Forse anche questo mi ha spinto a vedere le cose dal lato giusto: alla fine a me piace arrampicare. Devo proprio ringraziare mio papà che non mi ha solamente scarrozzato in giro per l’Italia…

Uno sguardo sul futuro? Più di qualcuno è entrato nei corpi militari grazie all’arrapicata…

Sarebbe bello entrare in queste realtà, essere (quasi) liberi di dedicarti allo sport. Sarebbe bello.

Banalmente, ti piacerebbe vivere di arrampicata?

Si, ora come ora, ma non è cosi facile.

Qual è il contributo che potrebbe dare l’atleta per far si che la situazione evolva verso questo tipo di professionismo?

Portare rispetto verso la sponsorizzazione. Devi essere onesto e trovarti bene. Solo allora sei un buon testimonial. Deve nascere una relazione di fiducia nelle due direzioni. Nel mio caso, tutto è nato per caso, avevo vinto una gara e delle scarpette. Erano del numero errato ma dopo aver scritto a WildClimb ho ricevuto delle scarpette del numero giusto.

E mentre racconta dei suoi studi alberghieri, dell’anno perso per problemi fisici e di tutte le difficoltà che ha affrontato, sul suo viso rimane come una costante il sorriso. Nel frattempo, è uscito il sole e i blocchi di Gerola si stanno asciugando. 

Penso: “nomen omen”. Penso al sito archeologico nel deserto della Giordania, alla sua bellezza, ai suoi colori e alla sua resistenza alle avversità.

Grazie Petra.

Andrea Tosi

Foto di Edoardo Limonta

Mauro Magagna

Mauro Magagna

Tratteggiare Mauro Magagna considerando il suo lato “climb” non è solo riduttivo, è semplicemente sbagliato.

È il quarto uomo di WildClimb, il fotografo/grafico, e se io sono il terzo… beh, lo devo solo a lui.

Nel ringraziare tutti i presenti che hanno portato un saluto a Mauro,  e che putroppo non hanno trovato posto nella piccola e traboccante sala del commiato, ripoterò qui le parole che ho cercato per ricordarlo.

Premetto solo un piccolo cappello. Un noto drammaturgo sosteneva che il modo in cui ci si congeda dice molto di più del modo con cui ci si saluta. In forza di questa logica, nei suoi provini chiamava in palcoscenico i candidati e immediatamente li cacciava via.

Il congedo di Mauro dice molto di lui, del suo lato creativo, paradossale e intransigente. Il modo incredibile con cui ha rivelato che le nuove pratiche contro l’usura del materiale mettono in discussione i vecchi sistemi di sicurezza, l’aver dimostrato fisicamente tutto il senso della sua lotta tesa verso una riconsiderazione sistematica di ciò che permette oggi l’arrampicata debba passare per “progetti sociali” e non da slanci individuali. E infine, ecco il lato intransigente, che la realtà è intrattabile, irrimediabile. Come la fotografia. Come tutta la cultura che Mauro aveva e si è portato via.

E allora, Mauro, ti ricordo così:

“Vaffanculo”!!!!

Non mi vuoi ai tuoi corsi… perché sei ostinato, irriverente e testardo. Perché dici che selezioni a monte i tuoi allievi e non vuoi casi disperati.

Ma l’unico corso al quale ho avuto il privilegio di assistere iniziava proprio così: schermo nero, scritta bianca e un bel vaffanculo a caratteri cubitali.

Fai così. Con arroganza colpisci tutti i presenti con un bel gancio. Inizi poi il tuo lento lavoro ai fianchi. Con un crescendo che passa da “Smoke”:

Harvey Keitel in quel film ti assomiglia molto, come postura verso il mondo… quando dice:

“Beh, la gente mi vede cosi, ma non è detto io sia cosi”

Lo dice mentre presenta 4000 fotografie dello stesso posto. 4000 foto fatte alla stessa ora, nello stesso angolo di strada, con la stessa inquadratura…

Una forma di ossessione, è vero. Ma anche il progetto di una vita…

Un ritaglio del mondo e la sua documentazione.

E poi, mentre l’amico del tabacchino Keitel sfoglia (sempre più velocemente e senza capire) uno dei tomi che raccoglie le foto di quell’angolo di strada, arriva la perla, la chiave magica:

“Non capirai mai, se non vai più piano, amico mio. Voglio dire che vai troppo veloce e non guardi neanche le foto”.

Perché sono tutte uguali, lo sembrano.

Si, sono tutte uguali ma ognuna è differente dall’altra.

Per poi concludere con:

“Sai com’è… domani, domani, domani, il tempo mantiene sempre il suo ritmo”.

Ed è cosi che si inizia a vedere.

E allora ripartiamo e teniamo il ritmo, senza fretta.

Era settembre 2011. Un Tocatì per la precisione. Ti avevo già annusato, tra animali credo funzioni così: non servono tante parole. Forse avevamo lo stesso odore di marcio, il profumo dell’esplosivo e di una certa intrattabilità; ma questa è una citazione che forse solo noi possiamo capire.

E così tra uno tuo scatto e l’altro sono nati i primi progetti. Ti ascoltavo incantato. I tuoi racconti su fotografi, registi e strumenti, che al tempo ignoravo e che ora mi sono cari, mi rapivano allo stesso modo con cui sono stato rapito soltanto da un paio di professori universitari.

Sei preparato e lo sai. Per questo ti permetti di essere tagliente.

“Sono Mauro Magagna e sono un fotografo”.

“Sei un fotografo quando vendi le tue foto”. Questo dicevi.

Dici questa frase da anni. Forse da quando hai venduto la prima foto.

Era un traguardo tagliato, un alloro sulla testa?

Forse, e poi?

Poi ancora inquadrature. Ritagli. Frame.

Ancora una volta, sempre un’altra volta.

Scatti, scatti, scatti: il tempo mantiene sempre il suo ritmo… (ricordate?).

Ma il traguardo non arriva mai.

Sei passato dall’analogico al digitale, dall’intimo al food, dal viaggio allo studio, dal mare ai monti.

La tua macchina fotografica è una macchina del tempo che confonde tutti i piani.

Istanti durano tempi lunghi e tempi lunghi collassano riassunti nell’istante dello scatto.

Attorno alla fotografia sai radunare tutti i possibili. Dal dettaglio di un fiore all’insieme di un gruppo BDSM. Tutti ugualmente degni.

E ogni volta che hai preso una posizione, la fotografia ti è sfuggita. Sempre.

Secondo me ti cibi di questa soddisfatta insoddisfazione, perché, a dispetto di quello che appare, è proprio questo che ti rende elastico e sempre fuori dal comfort zone.

Ti prendo in giro quando ti chiamo “Aristotele”. La tua lotta eterna per categorizzare, razionalizzare, mettere ordine al caos.

Tanto, ci pensa sempre lei: click.

Ed è tutto da rifare. Mauro Magagna è di nuovo in soqquadro come sempre accade quando si cede alle passioni.

E allora fotografi, esplodi. Urli, soffri e godi di tutto quello che cogli e temi di non rivedere.

Volere sempre di nuovo, ancora, ancora, ancora… il tempo mantiene sempre il suo ritmo… riviverlo sempre differente, sperando forse di renderlo catalogabile.

Come se quel caos che è la fuori lo potessi veramente sistemare nel display della tua macchina fotografica, nella sua scheda di memoria.

Potere magari puoi, ma sei sicuro di volerlo. E a quale prezzo poi?

Non c’è prezzo per le tue foto. Sono impagabili. E quindi, caro Mauro Magagna, tu non sei un fotografo: questa è la verità.

Semmai lo diventi quando fai le foto. Ed è fotografando che intuisci cosa sta diventando Mauro.

Accade ogni volta che metti un diaframma tra il caos e l’ordine che ostinatamente pretendi di fare.

Ogni volta che torni in modo diverso sullo stesso piatto da fotografare, sull’ennesima stanza del B&B da valorizzare, sull’ennesimo panorama che sembra uguale. Sembra uguale a chi non sa vedere.

Ogni volta che indossi le ginocchiere per tornare alla terra per fonderti e diventare quel paesaggio, quel cielo, quel gusto, quello stupore… ecco l’altra chiave: l’emozione.

E allora guardiamo meglio, guardiamo con calma. Iniziamo a vederlo Mauro?

Per tanti versi sembri il mai contento, sempre alla ricerca di un riscontro dalla società. È sepolto qui vicino, e magari ci ascolta, parlo di Umberto Boccioni. Anche lui partiva dall’emozione per dar vita alle linee forza della materia che il cubismo aveva congelato. Sembri anche il mio amato e sgarrupato genio di Celine, quando scagliandosi contro il verbo dice che in principio era l’emozione.

“Sono un uomo di stile. Lo stile, diamine, tutti si fermano davanti, nessuno ci arriva a quella trovata lì. Perché è un lavoro molto duro. Consiste nel prendere le frasi – le foto diresti tu, facendole uscire dai loro cardini. O, usando un’altra immagine: se prendete un bastone e volete farlo sembrare dritto nell’acqua, dovete piegarlo prima, perché la rifrazione fa in modo che se metto la mia canna nell’acqua, lei ha l’aria d’essere rotta. Bisogna romperla prima d’immergerla nell’acqua. È un vero lavoro. È il lavoro dello stilista”.

Io lo chiamo:“Stile Magagna”. Tu la chiami “realtà alterata o alterante realtà”

Tornate sulle foto. Forse adesso le vedete. Avete un’altra delle chiavi per entrare nel mondo dello “Stregatto” Mauro.

Mauro è uno stilista, un Artista. Sempre in agguato, con la postura del cecchino ma con la reflex tra le mani. Nel mirino metti l’emozione che provi quando, con la sensibilità che ti ritrovi, ti accorgi di essere un uomo in eterno farsi. Ed eccolo lo scatto, quello con l’anima dentro.

Si! Sei drogato di foto. Ti “fai” di foto. Letteralmente.

Ed è quando sei in questo stato di alterante realtà che riesci nella tua lotta con il presente, tu, testardo uomo sempre fuori luogo e sempre fuori tempo. Atopos come la foto e il suo lato intrattabile. Proprio come lei, sei in grado di essere qui, ora, e di essere stato, da qualche parte, in qualche tempo.

Ma non è questo il ring per continuare il nostro match: immagine contro parola.

Sappilo Mauro: tu parti sempre in una posizione di privilegio. Le tue immagini precedono sempre le mie parole. Ma non ti lascio vincere facile. Nemmeno adesso.

Incasso tutte le tue grida, le urla, i grugniti di quando premi il bottone e fermi l’istante. Il presente ha solo “il grido” per parola ed è sempre il segno della tua vittoria sul mio bisogno di tempo per articolare un discorso.

Ma è bellissimo vederti vincere.

È per questo che preparo sempre un nuovo campo per lo scontro.

Sia questo una curva con vicino un paramassi per dileggiare l’arrampicata “Plasil”, sia questo una cascata dove stare vestiti solo di imbarazzo o la timeline di un programma di montaggio che apro volentieri solo per te. Sei uno spettacolo per palati fini. Per spettatori esigenti.

Sei cresciuto tu e hai fatto crescere noi con l’emozione di chi è tornato alla vita almeno una volta fisicamente e chissà quante altre volte spiritualmente.

Mi hai insegnato a scavalcare i muretti del mio conformismo e la tua foto che mi vede sul ponte Pietra veglia i miei sonni e mi ripete la lezione. Ti devo qualcosa se non ho più paura di incontrare gli altri me stessi che si stupiscono di guardarsi negli occhi. E questa lezione, maestro mio, l’ho rubata dai tuoi appunti.

Serve coraggio e follia. Serve l’amore per la vita, quello vero, quello che scende a patti con la morte.

E adesso proseguiamo insieme esattamente da dove siamo rimasti.

C’è una mostra sui “Dittici” da finire e da portare a spasso.

E sarà cosi, a costo di divenire skizofrenico.

Guardare piano le tue foto per entrare nei tuoi “paradisi artificiali” e uscire fuori nel mio mondo di parole… magari con un ciuffo colorato nei capelli, come spesso lo porti tu.

Ecco, adesso che ho il ciuffo blu, posso proseguire nel fare appunti sul tuo libro di Arminio.

All’ultima pagina c’è una poesia. Il dittico l’ho già in mente. Adesso la leggo, poi faccio lo scatto che mi manca.

A tutti tocca

di tornare soli,

di stare sulla terra come se fosse

 il lato oscuro della luna.

A tutti infine

buona fortuna.

Franco Arminio, L’infinito senza farci caso.

Andrea Tosi

Ragazzeblabla

Preferirei potervi dire “brave!”

“Preferirei di no”. Lo diceva lo scrivano Bartleby, certo del fatto che avrebbe pagato fino in fondo (e non in comode rate) il prezzo del suo dissenso.

Il racconto di Melville è da leggere – credetemi – e mi torna alla memoria appena finito di leggere – e forse ancor prima di capire – un post delle “ragazze bla bla” pubblicato il 10 Maggio 2019.

Il post si conclude in questo modo:

Non diteci dunque «brave». Vorremmo uomini che sappiano mettersi non su un piano superiore a noi, ma al nostro fianco. Che vogliano legarsi in cordata con noi non solo per condurre, ma per condividere. E ce ne sono, ce ne sono tanti. Sono quei ragazzi coi quali condividiamo spesso le nostre salite (pensavate andassimo solo tra donne eh? Falso!). Quelli che, quando si tratta di aspetti pratici e organizzativi, non tendono ad attribuire un peso maggiore alle proprie valutazioni poiché, forse inconsciamente, si considerano più competenti in materia (cosa che spesso accade in maniera tanto velata quanto per noi facile da cogliere). Quelli che, nella spartizione dei materiali prima di un lungo avvicinamento, non si pongono come cavalieri di tempi andati ma, se si prendono della ferraglia in più, lo fanno nella consapevolezza dell’obbiettiva disparità a livello fisico e nell’ottica di un’economia generale in cui ci si divide il carico complessivo dell’uscita a seconda di reciproche predisposizioni, abilità, doti (per capirci un po’ come quando si fa in modo che i tiri tecnici di aderenza spettino a chi sa muoversi bene con i piedi o che quelli in fessura tocchino a chi se la cava particolarmente con gli incastri). Insomma un’ottica alla pari che ha per obiettivo la solidarietà di cordata ai fini della buona riuscita della salita, in cui entrambe le parti sfruttano al meglio le proprie risorse. I nostri compagni si sobbarcano qualche chilo in più durante gli avvicinamenti e noi – con un naturale istinto materno che spesso rinneghiamo – sopperiamo con piccole attenzioni alle loro trascuratezze. Quelli che ci hanno spronate a metterci in gioco senza fare differenze di genere, e con i quali abbiamo costruito rapporti basati anche su queste riflessioni, da parte loro infatti è sempre arrivata, fatidica, la domanda: «Perché un blog di alpinismo femminile?». Il dialogo ha reso equo il rapporto e ha fatto sì che ci capissimo più profondamente. Sono pensieri scaturiti da situazioni che abbiamo vissuto e che spesso incontriamo. Si tratta di un insieme di spunti che aprono a riflessioni su un tema molto ampio e profondo, che non potevamo pretendere di esaminare o addirittura esaurire in questa sede. A nostro avviso, ci sono molti aspetti sul nostro ruolo e la nostra posizione sociale (anche, e soprattutto, al di là dell’alpinismo) su cui – in quanto donne – non ci interroghiamo abbastanza, tanto che stiamo ancora cercando una risposta. Perciò, con chi voglia dirci la sua, siamo aperte al dialogo e al confronto! Senza polemiche.”

Il pezzo si intitola: “Non diteci “brave”

Ecco, appunto: “avrei preferenza di no”. Si, lo so, sembra italiacano ma non saprei come fare altrimenti… se non usarndo il condizionale “avrei” – prima del “no” – per tenere aperta ogni possibilità di pensiero: “I would prefer not to”.

Senza la pretesa e, non ultima, la capacità di risolvere in poche righe la questione enorme posta dal post: preferirei potervi dire “brave!”. E non sarebbe per la performance atletica o per la “spavalderia” alpinistica. Sarebbe un “brave” per la picconata tirata a questa pre-strutturazione del mondo che ancora, personalmente, mi disturba.

Sono forse pensieri inconsci, basi ricevute sulle quali si è costruito un mondo, il nostro, che sembra riuscire nell’arduo compito di dare un senso a tutto quello che viviamo. Ma se indaghiamo le fondamenta, scopriamo che bisognerebbe arrivare ad un certo tipo di indifferenza verso “il genere” della cordata…

Indifferenza verso “il significato” che a primo impatto sembra ancora formarsi in noi che vestiamo i pantaloni di chi, in qualche modo, ha messo in forma questo “mondo alpinistico” (e fosse solo quello…) con azioni e narrazioni.

Parlo di pensieri che emergono e trovano parole in modo quasi del tutto impersonale. Quasi fossero orientate da un generico “si dice che”, da un signor “qualsiasi” che per un attimo ci “spossessa” della nostra identità e della capacità di un vero pensiero.

Per fortuna, a volte, o forse spesso, riesco nel difficile lavoro di piegare questi pensieri verso un senso più adeguato ai nostri tempi. Li devìo, con fatica, appena li sento emergere.

È per questo che potrebbe scapparmi un “brave”, come ringraziamento al contributo che portate nello smantellamento di questi luoghi comuni che spesso ci affliggono. Un “brave” per l’aiuto che mi date a tenere in tensione la vostra richiesta giustificata e il mio diniego altrettanto giustificato. Perchè se una verità esiste, è mobile e gira in questo vortice, sospesa in tensione tra il “volere” di una parte e il “potere” dell’altra.

Eppure mi piace questo modo selvaggio – molto “WildClimb” – di credere in una società che ancora non esiste. Mi piace perché la vostra richiesta di non sentirvi dire “brave” bilancia la mia, che preferirebbe potervelo dire. La bilancia ma su di un piano diverso. Un piano che non crede alle false promesse di uguaglianza fondate su certezze e valori che per comodità si fingono incrollabili. La mette su di un piano dinamico che determina volta per volta il senso e la direzione delle parole, sempre le stesse, che usiamo per comunicare.

Non offendetevi quindi se vi dico che siete delle vere “selvagge”. Siete in grado di scorgere nelle crepe di questa società una possibile linea di sviluppo e lo fate con la certezza che il “buon senso comune” sembra andare in un’altra direzione e che ne pagherete il prezzo ogni volta che sarete lì, pronte a occupare un posto di rilievo in una struttura o in un lavoro che non “è da donna”.

È per questo motivo WildClimb avrebbe il piacere di potervi supportare.

Non vi possiamo offrire un piccone, ma qualche scarpetta sì!

Il nostro modo di dirvi: “brave!”

Andrea Tosi

Foto: Giovanni Danieli

L’ultimo giro di trave

Foto: Giovanni Danieli | Segui Giovanni Danieli su Instagram

Questa è per te, caro lettore, per ricordare insieme le folli giornate, le rabbie giustificate e le gioie motivate.
Le manie di tanti pomeriggi, il dolore di tante sere. Mai visti e mai conosciuti, ma, seppur lontani, dannatamente vicini.

È stranamente affascinante pensare a come siamo fuggiti, chi per sbaglio, chi volontariamente, da un mondo rimpinzato di regole, a volte giuste e spesso matte, per poter abbracciare una visione del mondo diversa.

Una visione semplice, con cornice in legno 55 per 16, contorni smussati e appigli smagnesati.

Una visione con meno binari prestabiliti e certe volte più giusta, molte volte più severa, ma anche in essa, cari lettori, le catene non si sciolgono. Alcune le scegliamo, altre ce le imponiamo…

E dunque, amico mio, su questo adesso riflettiamo.

Spesso si fa l’errore di credersi speciali. Forse si è solo fortunatamente e dannatamente diversi, e la base del mondo che scegliamo, verticale o piatto che sia, sono solo solide fondamenta di folli, giuste e tristi regole.

Bene cari ragazzi: è ora di partire.

Foto: Giovanni Danieli | Segui Giovanni Danieli su Instagram

Sporcatevi le mani, fate che siano bianche a tal punto da non distinguere più palmo e polvere, è ora di appendersi a del semplice legno e cercare di dimenticare gli insegnamenti di fisica ricevuti a scuola.

In fondo, all’abitante del mondo verticale spesso piace la controtendenza, e cosa c’è di più controtendente se non l’andare contro la gravità. Provare che a volte, per volare, basta non sapere di non esserne capaci.

Non possiamo fermarci, il cronometro ci impone di non lasciare l’appiglio, quest’ultimo cerca la fuga, e le nostre dita chiedono riposo. Quest’ultimo a noi non è concesso, siamo tenaci, siamo in fuga, siamo alla ricerca di sogni che aspettano con ansia di brillare al mondo, per poter gridare, anche per pochi istanti di personale gloria, che anche noi, un giorno, abbian respirato, sottile e libera “aria”.

Incontabili ore, stressanti giornate concluse con stancabili notti, appesi. 

Semplicemente appesi

 Si porta la mente in confusione, il fisico dimentica gli insegnamenti di fatica e dolore, restano solo passione e tenacia, e , per qualche istante, l’aria si fa pesante, i polpastrelli pulsano, le dita sanguinano.

Questa è fatica, questo e dolore.

E questo è tutto ciò che abbiamo scelto, un semplice prezzo da pagare, qui, dannati fuorilegge, si torna al baratto.

Dita doloranti e avambracci gonfi sono la merce di scambio, in cambio chiediamo solo pochi istanti di vita, gioia e consapevolezza della nostra rubata permanenza.

E poi, amici miei, cosa è successo?

L’avidità.

Quella infrenabile voglia di tornare a gridare, continuare a fuggire, a imporsi regole per scappare da altre, come carcerati, passiamo le ore d’aria ad agire e fantasticare, senza forse, renderci conto di aver solo cambiato stanza, ma avendo attorno sempre le stesse mura.

E adesso, cari lettori, cosa ci resta?

La fame.

Dopo lunghe diete ricche di piatta frenesia e estenuanti doveri, torna incessante quella inarrestabile voglia di dimostrarsi, poter dimostrare sé stessi dinanzi a sé stessi.

Ritornare all’ennesimo lunedì del mese con mani pulite, ma un sorriso diverso.

Come un pescatore, si torna ad affrontare la calma apparente della settimana, per poi spiegare le vele verso l’orizzonte, e come lui, scegliamo.

Scegliamo come passare la calda assolata giornata, scegliamo se e quando buttare l’amo, scegliamo se prendere tanti e piccoli pesci, o dedicare le nostre reti e le nostre giornate  solo a grandi squali.

Ma adesso, domandiamoci solo una cosa: abbiamo mai visto un pescatore fotografarsi dinanzi a dodici trote?

No, amici, nella foto ci sarà sempre un “Marlin Blu” da mezzo quintale.

Pierfrancesco De Falcis