“Il sogno del grande scozzese” – Stefano Tedeschi

“Il sogno del grande scozzese” Stefano Tedeschi  |  Versante Est, formato kindle (1,99 euro)

Questa è una recensione e forse la colpa è di Brunori e del mio canticchiare la sua : “il costume da torero”:

“La realtà è una merda
ma non finisce qua
passami il mantello nero
il costume da torero
oggi salvo il mondo intero
con un pugno di poesie

Non sarò mai abbastanza cinico
da smettere di credere
che il mondo possa essere
migliore di com’è

Ma non sarò neanche tanto stupido
da credere che il mondo
possa crescere se non parto da me”

Nella canzone il testo è cantato da un coro di bambini di cui Brunori potrebbe essere il padre…
e tra i padri che ho scelto, anche a loro insaputa, c’è Stefano Tedeschi.
Ho imparato molto dalla sua ruspante energia che si manifestava nei dialoghi ma anche nel trascinare la mia corda sulla cengia di Ceraino per passare velocemente da un tiro all’altro.
Ogni nostro incontro metteva in scena una lotta tra titani: “Spazio Vs Tempo”.
Accadeva sempre: storia di far entrare più metri possibili nel sempre poco tempo ritagliato tra gli impegni di una vita apparentemente dispiegata in una discesa lastricata di routine.
Era opposizione al generico, era restare a galla.
Sarà passato un lustro da allora, ma incredibilmente, oggi, sono tornato a scalare con Stefano.
Siamo stati in Daone, piccozze e ramponi.
Come in un sogno, sul “Sogno del grande scozzese“.
Siamo partiti “silenziosi nel freddo siderale dell’alba”, un freddo “creatore di cattedrali, di fortezze da espugnare”, un freddo che “fa sudare”.
Non era ghiaccio, ma “supporto glaciale”: materia che accetta aggettivi come: “vetrosa” o “elastica”.
Il tutto in una valle dalla pelle ruvida, dove :
“tonaliti rigate di ematiti si alternano a feldspati e l’orneblenda alla tormalina e, ancora, miliardi di cristalli donano riflessi a queste potenti strutture geologiche, monumenti planetari, testimoni della vita endogena ella terra”.
Dettagli, nomi propri, aggettivi precisi e capacità di vivere con il distacco del ricordo, l’urgenza del presente.
E’ stato un viaggio “al termine della notte”, ho condiviso le soste, le doppie del ritorno e…
… ti perdono Stefano se per tutta questa esperienza, che tu chiami “racconto lungo”, mi hai chiamato “Carlo”.
Si, certo, c’era anche Carlo, il tuo compagno di cordata, ma credimi, adesso “c’ero” anch’io.
In queste queste due ore di “scalata”, sono rimasto legato a te, non con una corda, ma risucchiato dal vuoto che sei riuscito a creare, espandendo e dilatando gli attimi di panico che hai vissuto, in dialoghi con la natura, descrizioni dettagliate ed aggettivi onesti.

“Non ho più fiato ne saliva e sono sull’orlo del panico.
Poco lontano mi sorprende il volo di un corvo, unica presenza, oltre a noi, mi osserva immobile sfruttando la spinta del leggero flusso d’aria che risale la parete. Ormai nevrotico impreco, urlo e lo maledico, come fosse un’emanazione dell’inferno.
 
— Dammi le tue ali maledetto! 
Dammi la forza del tuo volo librato! 
Dammi la tua perfezione, signore dell’aria e del vuoto! 
 
Concedimi la tua libertà assoluta e fammi fuggire da qui,
 dalla paura della mia mortalità,
 dalla mia estraneità a tutto questo!
 
Poi, rientrato nell’inquietudine e nella totale solitudine,
 devo decidere della mia salvezza.”

Paradossale, oggi sono salito con te, nel 1988, sul “Grande scozzese”, ho usato ramponi e piccozze; io che credo non salirò mai una cascata di ghiaccio, mentre tu, con buona probabilità, eri alle prese con una delle tue incisioni.
Leggendo il tuo racconto mi sono tornate alla mente le parole di Céline, quando parlava dello “scrivere”: “È un vero lavoro. È il lavoro dello stilista, ci vuole un enorme respiro, grande sensibilità, è difficilissimo da fare, perché bisogna girarle attorno… attorno a che? All’emozione! perché in principio non era il verbo… era l’emozione”

Evidentemente il tempo non diventa prezioso misurandolo con un Rolex; il tempo prezioso se ne infischia e sfugge alla sua misura, trovando in questa fuga il varco verso l’eternità del senza tempo.

P.S. Avrei voluto fosse un libro di carta, forse è la deformazione del climber, ma avere qualcosa di ruvido sotto i polpastrelli è ancora qualcosa che aggiunge valore a queste “vite possibili” vissute leggendo…
Per quanto mi riguarda sarebbe stata anche l’occasione per passare dalla tua “Stamperia del cappello” per farmi autografare la copia, ma a questo si rimedia.

N.B. “Il sogno del grande scozzese” di Stefano Tedeschi è “la poetica rievocazione di una delle prime salite della grande cascata di ghiaccio della valle di Daone nota in ambito internazionale come “Sogno del grande scozzese”, portata a termine dall’autore nell’inverno del 1988″

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