Mass Espo

LE SBERLE DI ČRNI KAL / ČRNI KAL SLAPS

“Facciamo questa? È scritto 5a … Levičarka…”
Guardo dubbioso, storco un poco il muso… vaghi ricordi riaffiorano nella mia mente.
Ricordi di un tempo in cui vivevo una vita da alpinista triestino.
Tempi in cui Heinz non aveva ancora eletto Arco come suo domicilio permanente e in cui ancora non conoscevo, neppure di nome, Diego, Luca e Roly e, forse, erano poi in pochi quelli che già ne conoscevano il nome e le vie.
Tempi soprattutto in cui ero giovane, in cui ci si spostava poco e verso mete per lo più classiche ed importanti e quasi mai nelle stagioni intermedie.
Tempi in cui lo spit, come lo intendiamo oggi, aveva fatto la sua comparsa da poco, in cui l’idea di non tirare un chiodo per progredire era rivoluzionaria. Tempi in cui il settimo grado era ancora un mito e volare arrampicando non era necessariamente una cosa che si poteva fare due volte nella vita.
Erano tempi però in cui qualche amico già faceva l’ottoa e tutti quanti ci rendevamo conto che il nostro mondo stava cambiando.
Tempi in cui la falesia si chiamava palestra e se facevi 2 tiri uno sopra l’altro facevi una via indipendentemente se eri al mare o in Monte Bianco, se ci fosse una fila di chiodi o il nulla conficcato nella roccia.
Tempi in cui eri quasi sempre attorno a casa ad allenarti con l’unico scopo di andare in estate in montagna a fare 25/30 vie, non di più. Una più dura e ingaggiosa dell’altra.
I tempi delle infinite ripetute sullo Scudo e delle grandi adunate in Napo alla sera.
Poi i tempi cambiano. Cambiano le conoscenze, cambiano le possibilità. E così si scopre un’altra vita. Una vita in cui la falesia non esiste. Non perché l’abbiano eliminata o vietata. Semplicemente perché, per le difficoltà che fai, non serve andarci, ma puoi andare a fare vie tutto l’anno. Perché gli amici che hai non ci sono mai andati in falesia e hanno dei curriculum alpinistici da far paura.
Non ci vai semplicemente perché ti diverti di più a far vie e, in fondo, ti tieni uguale.

Il problema è che se ti innamori di questa vita ed abiti a Trieste qualche chilometro ogni settimana lo devi pur fare. E alla lunga anche questo logora come un lavoro.
Poi i tempi cambiano ancora e, quel che è peggio, oltre a cambiare ti passano avanti. E così un bel giorno, o forse è un giorno brutto ma bisogna esser positivi sempre, capisci che per andare avanti bisogna ritornare alle origini. Capisci che 80/100 vie all’anno, il minimo per considerarsi uno che arrampica e non un normale FF*, sono troppo stancanti e non riesci più a tenere un livello mediamente decente, non secondo i parametri di oggi, ma nemmeno secondo i blandi parametri della tua generazione. Capisci che il viaggio pesa troppo. Che bisogna tirare il fiato.
Già il fiato… perché fra una via e l’altra ci sono le montagne innevate e non da salire. Non è che ci si ferma a riposare su gite da mille o meno metri.
Cambiano, anche, i tempi perché cambiamo anche noi. Perché chi prima c’era adesso non c’è più vicino a te, perché le esperienze passate ci fanno evolvere, ma a volte si evolve talmente tanto da involvere dentro quasi come un tuffo nel mare con l’ancora ai piedi, diventando prigionieri di sé stessi.
I tempi cambiano perché quando per un attimo ti fermi e scruti l’orizzonte scopri che una parte importante del tuo mondo non hai mai trovato il tempo, la voglia o la capacità di andarlo a conoscere. E sai che non puoi morire senza averci almeno provato a salire qualcuna di quelle vie, su quelle montagne…
A volte allora bisogna ritornare all’inizio. Ripercorrere le tappe della vita, o almeno alcune, riscoprire il tuo vecchio mondo con negli occhi, nel cuore e nelle mani l’esperienza della vita vissuta, di quel migliaio e passa di salite che non potranno mai uscire dalle tue sensazioni.
Il mondo a Trieste ricomincia dalla falesia. Ed è un mondo duro. Perché in falesia non si va per divertirsi. Si va per stringere gli appigli. Per chiudere le vie. Quelle che quasi non riesci a fare. Il duro per il duro.
Ricomincia dalle falesie storiche di allora, oggi ce ne sono 4 volte tante, enne migliaia tiri in una cinquantina di chilometri di raggio affacciati sul mare. Calcare quasi sempre perfetto e tanto acido lattico da produrre. Quelle falesie in cui i gradi non li ha dati Babbo Natale ma qualcuno che veniva dalla montagna e oltre ai grandi avambracci aveva molto grandi le parti nascoste dall’imbrago, soprattutto se veniva dall’est…
Ogni falesia allora aveva il suo perché. Non si andava ad arrampicare in un posto a caso. Si seguiva un percorso, stagionale e totale, di allenamento e miglioramento. Dita, braccia, impostazione, testa. Movimenti ripetuti decine di volte su centinaia di tiri dietro casa. Discussi ed analizzati con gli amici di allora. E poi, ogni tanto, serviva un posto dove poter vedere i miglioramenti. Un posto dove non andare quasi mai. Un posto che quando andavi ricordavi poco o nulla delle vie, dei movimenti, dei passaggi. Un posto di cui non parlavi con gli amici sezionando ogni movimento. Un posto dove tirare alla morte per vedere “se eri pronto”.
Quel posto per me era ČRNI KAL.
Ci sono stato a Črni Kal in questi ultimi 20 anni da alpinista giramondo. Non è che non sono proprio mai andato in falesia a casa in tutti questi anni. Ma ci andavo con un’altra testa, cercando le vie nuove, quelle più belle e meno rognose, senza una meta precisa. Per seguire qualche amico o per passare mezza giornata di semi svacco fra una via e un’altra. Si, forse 7/9 anni fa, in un pomeriggio dopo lavoro, invitato da un amico, mi son trovato là a chiudere al primo giro mettendo i rinvii, forse a vista, un paio di vie che non ricordavo nemmeno di aver mai fatto su un grado che mai avrei pensato in quel momento di avere, a Črni Kal poi. Ma è stato un caso. La testa era altrove…
Ora però, all’inizio di questo nuovo percorso alpinistico della mia vita, con gli anni che pesano, ho bisogno di avere dei punti di riferimento. Capire effettivamente dove sono, rispetto allora e rispetto al mondo. L’età, l’allenamento. Le motivazioni. Tutto cambia. Serve un punto fisso da cui ripartire.

Un parametro che si ricolleghi ai parametri di ieri, quelli a vista o quasi, non quelli lavorati a memoria, di fatto poco utili in montagna.
La cengia ad un paio di metri da terra da una sensazione di montagna. Il sole illumina la parete. Fa quasi caldo in questo gennaio strambo, senza neve e senza freddo. Preferirei provare il 6a a destra. Almeno se mi fermo ho la scusa del grado e degli appigli piccoli. Sono ancora freddo. Due tiri facili in penombra non bastano più per carburare. Ormai il diesel del mio motore ha bisogno di tanta strada per erogare un po’ di potenza.
Guardo ancora la parete. I nomi non me li ricordo ormai più da anni. Non solo i nomi sloveni o tedeschi. Ormai anche semplici e famosi nomi italiani di posti e persone sono un muro bianco nella mia mente. Ma i movimenti, le sensazioni, le vie, le rogne soprattutto, si quelle, sono indelebili nella mia mente, come l’ultima doppia della Trieste trovata al buio senza esitare come fosse stata un faro lampeggiante.
So che farò meglio il 5c a sinistra dopo, con i muscoli e la mente caldi, ma ora non ho alternative che prendere la fessura obliqua a destra ed iniziare a salire questo 5a, che so essere perfettamente in linea con i gradi di allora del resto del nostro territorio, quei gradi che ci davano un’ignoranza arrogante talmente forte da farci andare decisi ovunque dove non c’era nulla in parete e da farci cagare sotto a provare qualsiasi via con un 6 davanti se aveva tanti (relativamente) spit dentro.
Fessura strapiombante rovescia, appoggi in placca pochi, svasi e lisci.
Incastro il pugno stile granito per non distruggere le braccia, serve a poco ma fa figo e mi ricorda la California. Un blocco. Un bel allungo per raggiungere l’appiglio che chiude la sequenza e arrivare ben ghisati al tetto finale, protetto male. I resinati proseguono a sinistra, non ho ricordi di questo e nelle nebbie che avvolgono il mio cervello uno spazio di luce che forse si tratti di una variante si insinua.
Desno je dobro…
un aiuto insperato che rafforza la mia visione di un grande appiglione a destra. Guardo sotto per sistemare il piede sinistro. Vedo che il resinato è bello, lucente e vicino alla Pantera. Troppo vicino. E la catena è un metro e mezzo sopra. Oltre il tetto, direi sul bordo. Non so se sia etico, o sia rubare ma il chiodo che ho davanti al naso della via di destra sembra fatto apposta per farmi tornare a casa intero. Passo il chiodo, prendo il bordo del tetto e alzo i piedi. Appiglione come supposto. Catena.
10 metri. 5a francese V+ U.I.A.A. versione slovena
Tutto very old school.
Allegria!!!
E ben tornato a casa Espo.

14 gennaio 2019
Massimo Esposito

*FF: chi sa sa, e chi non sa vuol dire che non è nessuno per sapere e non occorre che sappia…

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