Petra Campana

Petra Campana

Di Petra sapevo poche cose, banalmente, solo quelle che sono passate dai social.

Sapevo dei suoi risultati, perlopiù notizie postate dal papà Mario che la segue ovunque.

Non la conoscevo e ho avuto l’occasione di incontrarla al Gerolasass 2019.

Lei, con i genitori, è arrivata la sera precedente all’inizio del raduno. Ha dormito in tenda sotto un piccolo diluvio universale e la mattina seguente, ancora funestata dalla coda della perturbazione, eccomi qui a fare due parole con Petra mentre fuori ancora non si annuncia il sole che poi illuminerà il pomeriggio.

Sorride nonostante la nottataccia. È solare, anche se in cuor suo vorrebbe si asciugasse tutto, e anche in fretta, per poter andare a mettere le mani sul verrucano di Gerola. Invece siamo qui, barricati nel Palagerola a parlare di noi e di scarpette. 

Petra, ti faccio le solite domande: quanto anni hai, da quanto scali, dove hai iniziato…

Ho 18 anni e scalo da 11. Ho iniziato a 7 anni in una festa di paese. All’interno dell’oratorio c’era una palestrina piena di prese colorate. Ho provato a scalare, avevo le ciabatte ai piedi e mi sono divertita. Tornata a casa ho detto ai miei cosa avevo fatto e quanto mi ero divertita. Mi hanno guardato con terrore. Pensavano fosse uno sport da “maschio”. Mia mamma, in particolare, mi voleva iscrivere a Danza. “Siete pazzi voi”!!! –  E puntai i piedi per continuare a scalare

Sei quindi una mancata ballerina!

Si, mia mamma mi voleva danzatrice! Invece ero piccola e arrampicavo con 4/5 ragazzi della mia età. Volevo sempre vincere e mi impegnavo per batterli. Non ci riuscivo quasi mai ma l’importante era partecipare.

Ma spiegami, è con questo spirito che si passa dalla “mediocrità” all’eccellenza? 

Mi piace mettermi in gioco e senza le gare non ci sarei riuscita. Avere qualcuno più bravo di te da provare a battere diventa un obiettivo. 

Quindi? Bisogna moltiplicare gli obiettivi… Hai mai messo nel mirino una via?

No. Un progetto troppo lungo tende a spegnermi piano piano. Non riuscirei a tenere viva la fiamma rimanendo per tre mesi a fila sempre sulla stessa via. Diciamo che il superlavorato non fa per me.

Beh, tante volte i progetti a lungo termine sono quelli che si ricordano di più. Forse perché segnano in profondità. Per analogia mi verrebbe da pensare che questa tua incapacità di stare sul pezzo ti fa vivere di piccole tappe, di blocchi da risolvere velocemente e che probabilmente, dei tanti saliti, non ne ricordi nemmeno uno. Ecco: c’è qualche blocco che ricordi? Per bellezza? Anche se di resina o che magari non hai fatto?

Ci devo pensare…. Ce n’è stato uno a Bressanone del 2018 che mi piaceva molto. Era a svasoni verdi, bellissimo… non l’ho fatto eh… Poi su roccia non ho ricordi particolari. Non perché non mi piaccia scalare “fuori” ma solo per il motivo che quando ne salgo uno, tutto finisce li.

Il blocco più difficile che hai salito ha un nome o un grado? Quando provi a metterlo in memoria, lo identifichi con un nome o con un grado?

Eh, era 7b ma non ne ricordo il nome. Era a Varazze ed era un blocco, non un traverso. Ricordo anche una via a Paline, un 7c di cui non so il nome… ricordo solo il lancio a un bucone enorme.

Con chi scali di solito?

Spesso con mio papà, qualche volta con Davide (Rottigni) il mio allenatore. Ma poi ci si costruisce intorno un gruppo di persone che ruota attorno a questa passione condivisa. Insomma, se vado a scalare con qualche amico mi piace pensare che ci sia anche il piacere di condividere quello che si sta facendo. Mi dà carica fare il blocco davanti ad amici, figurarsi davanti al fidanzato.

Preferisci cadere da un blocco tra le braccia del fidanzato o salirlo?

Salirlo!

E un giorno ti arriva tra le mani la canotta della nazionale italiana.

Si, me l’hanno data a Trento, in una giornata pessima, faceva freddissimo. Ma la soddisfazione ha riscaldato il cuore. Pensare di rappresentare la nazionale a delle gare importanti è bello…

Beh, lo si intuisce solo a guardarti… Sorridi solo al ricordo di quel giorno. Anche se a un certo punto qualcosa smette di funzionare.

Era Luglio 2018, durante un periodo di forte allenamento scopro di non riuscire a recuperare. Verso la fine di Agosto stavo veramente male. In quel periodo ho incredibilmente vinto FinaleforNepal che ero sotto antibiotici.  Questo ha aumentato ancora di più la confusione attorno al problema che avevo. Ho vinto con la febbre e non so ancora come ho fatto. Avevo fatto visite ed esami e nessuno capiva. Sembrava solo stanchezza. Per i medici ero sana come un pesce.

Hai mai pensato di aver toccato un tuo limite?

No. Ero solo stanca, ero demolita.  A Ottobre (2018) mi hanno ricoverata perché vomitavo continuamente e non riuscivo a passare dal letto alla cucina. Mi hanno dimesso dicendomi: per noi è tutto a posto. Invece: Mononucleosi! Il verdetto arriva spietato in seguito a un esame mirato voluto da un ulteriore medico. La cosa brutta è che non c’è una vera cura, cosi come arriva poi passa.

Stà passando?

Ancora oggi dipende dai giorni, non sono ancora “regolare”.

Quando arrivi sotto a un blocco, hai un pochino il tarlo che ti chiede: chissà come funziono oggi? È mai diventata una scusa per giustificare il rendimento altalenante?

Mah, in realtà no! ho fatto gare piangendo tra un blocco e l’altro, ma poi mi sono stancata di questa situazione. Oggi scalo meno tesa perché vedo tutto come un regalo. Ho svoltato in una gara, sempre a Bressanone, ho girato la situazione dal lato giusto. Mio papà era orientato a farmi smettere, era stanco di vedermi soffrire. Forse anche questo mi ha spinto a vedere le cose dal lato giusto: alla fine a me piace arrampicare. Devo proprio ringraziare mio papà che non mi ha solamente scarrozzato in giro per l’Italia…

Uno sguardo sul futuro? Più di qualcuno è entrato nei corpi militari grazie all’arrapicata…

Sarebbe bello entrare in queste realtà, essere (quasi) liberi di dedicarti allo sport. Sarebbe bello.

Banalmente, ti piacerebbe vivere di arrampicata?

Si, ora come ora, ma non è cosi facile.

Qual è il contributo che potrebbe dare l’atleta per far si che la situazione evolva verso questo tipo di professionismo?

Portare rispetto verso la sponsorizzazione. Devi essere onesto e trovarti bene. Solo allora sei un buon testimonial. Deve nascere una relazione di fiducia nelle due direzioni. Nel mio caso, tutto è nato per caso, avevo vinto una gara e delle scarpette. Erano del numero errato ma dopo aver scritto a WildClimb ho ricevuto delle scarpette del numero giusto.

E mentre racconta dei suoi studi alberghieri, dell’anno perso per problemi fisici e di tutte le difficoltà che ha affrontato, sul suo viso rimane come una costante il sorriso. Nel frattempo, è uscito il sole e i blocchi di Gerola si stanno asciugando. 

Penso: “nomen omen”. Penso al sito archeologico nel deserto della Giordania, alla sua bellezza, ai suoi colori e alla sua resistenza alle avversità.

Grazie Petra.

Andrea Tosi

Foto di Edoardo Limonta

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