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Luca Malosti

da | Ago 25, 2022 | news, storie

 

Luca Malosti

Luca Malosti

Siamo alla vigilia dei campionati italiani giovanili di Arco. Luca Malosti è appena tornato in Italia, reduce da una tappa di Coppa Europa. Fa caldo, tanto. Lo incontriamo telefonicamente mentre è alla ricerca di refrigerio e tranquillità sulle sponde del Sarca.

«Ciao Luca, è da tempo che non ci sentiamo: come stai passando la giornata?»

«Oggi è un giorno pre-gara. Per questo sono sceso al fiume per cercare un po’ di fresco. Sto cercando di riposare. Ho passato la mattina facendo una corsetta per sciogliere la tensione e poi mi sono fermato qui, nel posto più fresco di Arco. Stasera farò un po’ di allungamenti prima di dormire… e poi, penso basta».

«Mi sembra una giornata particolare. Perché se ti chiedo come hai passato la settimana scorsa credo di intuire la risposta».

«Sono stato qualche giorno a Innsbruck per allenarmi, poi sono partito per la Coppa Europa Lead in Slovacchia e ho passato lì tre giorni».

«Luca, a questo punto ti chiedo cosa hai fatto il mese prima. Giusto per fare luce su cosa consiste il tuo lavoro di “atleta”».

«Eh… adesso non ricordo ma presumo di aver preparato le partenze per qualche gara, qualifiche e finali – se andava bene, e poi i viaggi di ritorno a casa… Allenamento e basta».

«Bene, hai ben capito dove voglio arrivare, perché se ti chiedessi dell’anno precedente arriveremmo sempre allo stesso punto: gare su gare, ma in vista di cosa?»

«In vista dei mondiali di fine Agosto e di ottenere buoni risultati per finire bene la stagione e per puntare alla nazionale senior l’anno prossimo».

«Perché? Quanti anni hai?»

 «Sono diciottenne e ne faccio 19 a Novembre, sono attualmente Under 20».

«In forza della vita che stai facendo e della tua età, tu sei parte di quella generazione che può ambire al professionismo. Ci pensi mai? »

«Diciamo che quello è uno step della mia carriera, un obiettivo. Far diventare il mio sport il mio lavoro. Questo, per poter aver la possibilità di “lavorare all’arrampicata” sempre più frequentemente senza impegni o altre distrazioni».

«La generazione precedente alla tua per arrivare a questo risultato ha mischiato un po’ di roccia con la resina. Invece, tanti tuoi coetanei sembrano quasi poter fare a meno del supporto “minerale” mirando all’arrampicata come arrampicata, gesto e basta».

«Diciamo che andare su roccia è a volte fuorviante per chi punta alle gare attuali. La scalata su roccia impone uno stile molto più lento e conservativo delle forze mentre nelle competizioni su artificiale è richiesta molta più dinamicità e velocità nell’esecuzione dei movimenti. Insomma, due ritmi decisamente diversi».

«È per questo che a inizio stagione ti sei espresso anche in gare boulder? »

«Si, ho provato anche il boulder. Sono approdato in semifinale in una gara di Coppa Italia finendo al quattordicesimo posto».

 

 

«E allora, Luca, toglimi una curiosità. Parto da lontano: ognuno di noi ha dei sogni nel cassetto e tutti noi siamo, in qualche modo, alla ricerca della chiave capace di aprire questo luogo fatto di immaginazione. Alle origini dell’arrampicata sportiva i sogni erano tangibili, concreti, erano delle “quote” da raggiungere inoltrandosi in pareti lisce, cose del tipo: arrivare sotto quel tetto in libera, poi attraversarlo… e poi, appunto, solo poi, gradarlo, catalogarlo, confrontarlo con altre quote raggiunte. Questa è stata la traiettoria del nostro sport che ha confinato i sogni di molti arrampicatori a numeri e lettere dei gradi francesi. Ecco, la cosa buffa è che quando penso a voi giovani atleti, vi penso consegnati nelle mani del tracciatore, di nuovo lontani dai gradi e per tanti versi di nuovo legati alle “quote” da raggiungere, ma questa volta, inoltrandosi nei tracciati proposti durante le competizioni».

«Si, infatti, è per questo motivo che si cerca di lavorare soprattutto sul boulder, su più tipologie di movimenti perché non si sa mai che cosa verrà proposto e cosa ci si troverà davanti, accade anche nella lead anche se nel boulder è più evidente. Ecco che diventa importante poter viaggiare, scalare su tanti blocchi per lavorare su più movimenti possibili».

«La chiave di tutto è quindi quella di mettersi in condizione di poter far fronte a ogni “varia ed eventuale” proposta dal tracciato. E quindi, tanta forza di dita?»

«Non solo, si allena tutto il corpo. Pensa che la parte che ho più tralasciato sono state le gambe. Avendo fatto soprattutto molta lead, ho dovuto lavorare sulla speed per recuperare le gambe. In boulder è fondamentale saper spingere forte sulle gambe. Per fare determinati lanci è fondamentale avere gambe esplosive per arrivare bene alle prese. Non pensavo di doverlo fare».

«Ti trovi mai a guardare le gare in diretta? Adesso le competizioni principali passano sui canali di Discovery? Pagheresti mai per guardare una gara in diretta?»

«Ho fatto un abbonamento con altri amici e ci dividiamo il prezzo. Continuo a guardarle perché è interessante vedere cosa succede tra i grandi e vedere cosa viene proposto a loro. Questo mi permette di capire cosa devo allenare per arrivare al loro livello».

«Quando vedi le intrusioni delle sequenze “boulder” o dei coordinativi dentro una via di lead, cosa pensi?»

«Penso sia bello perché su un dinamico tutti possono sbagliare mentre su una via dove si deve solo scalare o tirare solo di braccia sai già cosa può succedere. Nessuno vuole cadere su un lancio, perché anche se ci si arriva bene, non troppo ghisati, sbagliarlo è comunque un attimo. Alla fine, molte volte basta solo crederci di riuscire a farlo. Altre volte si è troppo in pensiero, in previsione di quel dinamico, e non ci si arriva nemmeno!»

«Luca, ricordo una tua gara dove hai lanciato su un volume senza dare credito all’unico segno bianco che solcava quel volume… cos’hai pensato in quel momento?»

«A dire il vero, in ricognizione avevo visto il segno ma non avevo visto nulla al termine di quel segno… poi mi sono concentrato sulla sezione seguente che non sembrava poi così banale. Quindi, quando sono arrivato lì non ci ho più fatto caso perché con la testa ero già oltre».

«Sembrano errori da “troppo margine”… come si dice in gergo, “ne avessi avuta di meno”, forse, ti saresti preoccupato».

«Bah, alla fine l’ho proprio letto male. Quando sono arrivato lì ho visto che il passo sembrava più difficile di quanto avevo immaginato. Il punto è che il passo non era fattibile per come l’avevo pensato e prima ancora di rendermene conto sono scivolato».

«Per tanti versi quando parlo con te, e penso a voi che vi confrontate con itinerari che non restano nel tempo, ho la sensazione che la vostra sia una strada per uscire dalla gabbia dei numeri. Si!, tornerai in falesia a fare i 9A, ma non è questa la priorità. È quasi un ritorno dello spirito iniziale, non è poi così importante salire la difficoltà proposta, fare il grado. Nel senso che se il tiro è facile diventa importante il tempo e se il tiro è difficile si sale fino a dove si cade. E stop… il resto della via… sia un 8c o 8b, poco importa. La vostra sembra una risposta al vicolo cieco nella quale si è infilata l’arrampicata sportiva per noi comuni mortali… un vicolo lastricato di gradi dove 8a.nu è diventato un testo sacro. E via, tutti a inserirsi in classifiche virtuali ma guardandosi bene dal partecipare a competizioni reali. Tu, di gradi non me ne hai mai parlato. Forse, avete saputo girare la famosa chiave che custodisce i sogni in una serratura diversa e siete tornati a immaginare “movimenti” e “soluzioni”».

«Diciamo che io sono sempre stato un amante della falesia, perché, dovunque vai, respiri all’aria aperta, cammini attraverso i boschi in posti che sono anche belli da vedere. È sempre molto bello andare in falesia, molto più libero e lontano dallo stress che ti può portare una gara e dalla concentrazione che ti richiede. Ma, alla fine, la domanda che mi sono posto è che valore può avere una via che richiede anni per essere salita e una gara che fino alla sera prima non sai che caratteristiche può avere… quanti movimenti, che tipologie di prese… Di che grado sarà la via non lo sai e se non lo chiedi al tracciatore non lo saprai mai. E soprattutto hai un solo giro per salire la via. Non puoi commettere errori. Anch’io ho progetti su roccia, qualcuno l’ho salito altri sono in attesa, ma anche in questo caso, sai che prima o poi il progetto lo porterai a casa».

«Un’ultima curiosità, Luca, visto che sei anche un “tester” per i prodotti WildClimb: testare materiali diversi ti aiuta o ti confonde? »

«Usando le Dagara da tanto tempo, alla fine, ogni volta che le rimetto trovo il solito feeling. Posso anche fare 2/3 allenamenti con gomme e forme diverse ma il ricordo e la sensazione che ho con quelle che uso normalmente lo ritrovo immediatamente quando calzo le scarpe con cui affronto le competizioni. Quindi no! non mi confonde, anzi, semmai mi aiutare a capire meglio cosa cerco veramente da una scarpa facendo esperienza delle tante variabili che si possono ottenere modificando volta per volta gomme, microfibre e forme».

«Che dirti Luca… in bocca a lupo per tutti i tuoi progetti».

E mentre ti saluto, penso alle critiche che oggi si rivolgono alle nuove generazioni. Che si sia aperto un grande solco tra “l’arrampicata attuale” e quello che significa/significava “arrampicare” è generalmente vero. Le forme vuote dei gradi hanno forse delimitato l’aspetto avventuroso del climber comune. Lui sì, difficile negarlo, è spesso inserito nei binari della prestazione e delle vie di riferimento. Ma questi ragazzi si sono liberati di un limite, per assurdo, proprio loro che competono, si sono allontanati dal tramonto di quel sogno nato dal “mattino dei maghi”. Sono i protagonisti di un nuovo mattino che guarda in una direzione diversa, lontano dallo sfruttamento delle pareti verticali e lontano dal numero che svilisce la creatività. Si sono riappropriati del gesto, pronti a tutto, capaci di rispondere “presente!” a tutto quello che arriva sottomano (o sotto i piedi).

L’arrampicata del “presente”, appunto, senza un passato a far da riferimento e priva di futuro… perché la via, poco dopo, sarà smontata!

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