Arrampicatori Culturisti (capitolo 2)

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Capitolo due: L’insostenibile leggerezza della cultura

Stesso trave e stessa tacca. Oggi lavoriamo sul massimale.

Dopo aver saggiato con alcune prove il nostro limite di tenuta alla tacca, armiamoci di un pesetto cartaceo di circa 21 grammi.

Si dice sia il peso dell’anima. Misurata empiricamente come differenziale tra il prima e il dopo che la vita “ha passato la siepe dei denti” – per dirla, anzi, meglio… “cantarla” con Omero.

21 grammi sono il sovraccarico massimale. Sempre. Solo mettendoci l’anima ci si può allenare con dignità.

Eccoci di fronte alla “vertigine, l’ottenebrante irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa”.

Siamo a pagina 88 de “L’irresistibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera (Adelphi 1984).

Siamo anche appesi sul solito passo del solito progetto che, da svergognati come siamo, abbiamo l’ardire di chiamare “cantiere”. “Cantiere” è il nuovo “abracadabra”. Termine magico con cui trasformiamo in “umarell” tutti gli amici che ci circondano e ci assistono in modo critico tutte le volte che torniamo a lavorare “in cantiere”. In fin dei conti, son tutti contenti: chi scala si ubriaca della propria debolezza e rimane ben lontano dal chiudere il progetto – e quindi lo spettacolo – ai tanti umarell che di questi tempi non possono frequentare le falesie.

Coltivare, costruire è anche questo: saper rinunciare alla perfezione. L’essere, sulla tacca, non lo tiene nemmeno Laura Rogora. E non servirà cambiare tacca cosi come non servirà scambiare Tereza con Sabina. Non è possibile fare ripetizioni perché ogni sospensione è unica: massimale e non ripetibile.

Non fosse così bello cadere, avremmo già smesso di scalare!

Andrea Tosi

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