Arrampicatori Culturisti (capitolo 4)

culturisti

capitolo quattro: l’intrattabile tavolo strategico-culturale

Ultima puntata: oggi lavoriamo sulla “body tension”.

Utilizzeremo uno strumento che si trova in tutte le case: il tavolo.

Un tavolo è un tavolo. Non esistono tavole imbandite, tavole strategiche-culturali. Non esistono. Quando incontri un tavolo, mica ti interessa il suo uso abituale. Né la sua situazione attuale. […] Le situazioni sono mutevoli e mortali. Come tutte le cose del mondo“.

Il libro parla di uomini, io parlo di tavoli e sto liberamente parafrasando pagina 100 di “Felici i felici”, Yasmina Reza (Adelphi, 2013). Lei conclude con: “Niente dura. Alla gente piace credere il contrario“. E su questo credo, visto il periodo “covid-19”, è facile non trovarsi immediatamente d’accordo. Il resto del capitolo prosegue in modo spettacolare mettendo “sul tavolo” una precisa prospettiva del mondo. Senza scuse né indugi – senza passare sotto il famigerato tavolo – l’autrice guarda con distacco e ferocia le situazioni che, in fondo in fondo… ci rendono tutti uguali; come in questo lockdown.

Ed ecco che il tavolo ritorna tavolo, perdendo e ritrovando il “senso comune”. Eravamo abituati a vederlo dall’alto e un certo “buon senso” da climber ci porta invece a vederlo dal basso.

Per tre intervalli di tempo, colazione, pranzo e cena, è il tavolo del senso comune. A spot, quando prevale il buon senso e viene meno la vergogna di andare contro l’opinione dominante, il tavolo diventa strumento per allenare la tensione muscolare. Quella sana tensione che aiuta a non sostare troppo agli estremi, sia questa la cengia che ci fa spesso prigionieri, sia questa la volontà di possedere in modo certo l’appiglio (troppo) piccolo. In fin dei conti, arrampicare è proprio questa eterna tensione, è il passaggio da un equilibrio all’altro.

Non un equilibro, non l’altro, ma il “mentre” che li divide. L’intensità del nostro sport vive di questa incertezza. Vive dell’istante in cui la mano trova respiro. Roccia, aria , roccia. Dentro, fuori, dentro. Espirare, inspirare, espirare. Ritmo, tensione, vita. Così non fosse, il contatto con la roccia sarebbe presto asfissiante.

E allora alleniamoci, rimaniamo sotto il tavolo quel tempo che basta per rimetterci in piedi più forti e poter guardare con meno paura la realtà che stiamo vivendo. Un equilibrio, qualunque esso sia, lo troveremo stando in tensione tra i due lati di questo oggetto che rende “casa” una casa, o se volete, che rende “vita” una vita.

Perché – e in questo passo Reza è chirurgica con la penna –“essere felici è un talento. Non puoi essere felice in amore se non hai talento per la felicità”.

Un talento che non è certo l’antica unità di misura dalla nostra ossessione: la massa, il peso.

È chiaramente una propensione, una virtù che tutti abbiamo e che permette al “senso comune” della vita – biologica – di transitare al “buon senso” della vita… sì, quella degna di essere vissuta.

Andrea Tosi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *